I 90 anni dell'ex Pci
Achille Occhetto, il comunista che sciolse il Pci: un perdente che aveva quasi sempre ragione
Occhetto è stato uno dei grandi protagonisti della Prima repubblica. Conta poco il fatto che ha perduto quasi tutte le sue battaglie. Conta il fatto che le ha combattute
Politica - di Piero Sansonetti
Se vuoi fare la biografia di Occhetto ci vuole un volume bello grosso. Pensate solo a questo: a lui puoi chiedere che tipo fosse Ho Chi Minh, o Mao Tse Tung, o il generale Giap che è il militare vietnamita che sconfisse sul campo di battaglia prima i francesi e poi gli americani. Lui queste persone le ha incontrate e conosciute di persona. Ha discusso con loro. Perciò facciamola semplice e andiamo alla sintesi. Occhetto è stato il capo dei giovani comunisti, uno dei più brillanti oratori del vecchio Pci, è stato uno dei sei segretari del Pci (e gli altri cinque sono Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer e Natta). È stato un intellettuale, un militante serio, un antistalinista, un ingraiano, un berlingueriano, un pacifista. Poi, se vogliamo dirla semplice e con una parola sola, Occhetto è stato un comunista. Credo che lo sia ancora. Escludo che si offenda se glielo dici. Occhetto è stato il comunista che ha sciolto il partito comunista. È una incongruenza? È una contraddizione? No: Occhetto è così. E io sono assolutamente convinto che lui ha sciolto il Pci perché era comunista. Perché aveva imparato le lezioni di Togliatti e di Berlinguer. Togliatti è l’uomo che in opposizione agli azionisti di Ferruccio Parri e ai socialisti di Nenni impose che il Cln riconoscesse la monarchia, nel 1944. Berlinguer è l’uomo che nel pieno della lotta feroce tra Democrazia Cristiana e Partito comunista, impose il compromesso storico, che era l’alleanza tra Dc e Pci.
Voi credete che Togliatti appoggiò la monarchia (e due anni dopo fece l’amnistia con la quale perdonava i fascisti) con il consenso del suo partito? No. E il partito non era favorevole nemmeno al compromesso storico, quando Berlinguer lo teorizzò pubblicando tre articoli su Rinascita. Ma Togliatti e Berlinguer non guardavano i sondaggi, prima di prendere una decisione. Loro erano convinti che un dirigente politico e uno statista fossero una cosa molto più complicata e seria di un cacciatore di consensi. Occhetto è stato uno dei grandi protagonisti della Prima repubblica. Conta poco il fatto che ha perduto quasi tutte le sue battaglie. Conta il fatto che le ha combattute. E combattendole ha creato senso comune, ha spostato idee, progetti, linee politiche. Forse l’Occhetto migliore è Akel. Lo chiamavano così gli amici, perché suo padre gli aveva appiccicato quel nomignolo che non ho mai capito se derivasse da un fumetto dell’epoca o dalla leggenda di un navigatore danese. Akel era il giovanotto che diede battaglia dentro la Figc (la federazione dei giovani comunisti). Era un dissidente. Un contestatore dello stalinismo che ancora dilagava nel partito comunista milanese, e che durò anni, e alla fine si trasformò in “migliorismo”. Lo stalinismo era la destra del partito, Occhetto militava nella sinistra di Ingrao. Anche se all’ultimo momento, all’XI congresso del Pci, quello dello scontro tra Ingrao e Longo-Amendola, Akel si tirò indietro e levò l’appoggio a Ingrao, che fu sconfitto. Però fino a quel momento era stato lui a guidare i giovani comunisti su praterie di sinistra e antisovietiche. Achille era giunto all’eresia di condannare l’invasione dell’Ungheria da parte dell’esercito russo. Parlo del 1956, lui aveva appena 20 anni. Era idealista.
Tra tutti i leader politici italiani credo che Occhetto sia stato il più idealista di tutti. Potevano talvolta delle scelte tattiche influire sui suoi comportamenti, ma a me è parso che lui avesse sempre fissi in testa degli ideali. E tra i suoi ideali c’era quello di portare il Pci su sponde liberali ma senza perdere la sua radicalità e il suo egualitarismo. Però non c’è riuscito. Io penso che nell’89, quando ha deciso di cambiare nome al Pci abbia compiuto la scelta giusta. E che quella scelta fosse la conclusione, 40 anni dopo, della sua scelta antisovietica del ‘56. Dove sbagliò? Credo che l’errore fu quello di non imporre una netta connotazione di sinistra alla sua svolta. Fece lo stesso errore che aveva fatto nel ‘66 all’undicesimo congresso. Rinunciare a Ingrao. Occhetto avrebbe dovuto concordare con Ingrao quella svolta, perché Ingrao aveva quattro punti politici forti dalla sua: era stato l’unico a contestare l’Unione sovietica dagli anni 60 in poi. Era l’unico che aveva in mente un nuovo modello di sviluppo per l’Italia e non un semplice accodarsi al centrosinistra (è lì che fu sconfitto all’undicesimo). Nutriva una fortissima ostilità al potere che considerava il nemico della democrazia. E poi era un tenace e incorruttibile pacifista. Su queste basi Occhetto avrebbe dovuto costruire la svolta e l’abbandono di un termine, comunismo, reso impronunciabile dallo stalinismo, dal breznevismo e dalla (allora) recentissima strage di Tienanmen. Invece lui non trattò con Ingrao. Trattò con la destra del partito, che non era radicale in politica e che portava addosso, ancora, tutte le incrostazioni dello stalinismo. La perse lì la scommessa. Si trovò disarmato. Solo. Senza le spalle coperte. Finì lui nelle mani dei miglioristi. E senza un sistema di idee che potesse compensare la fine dell’ideologia. E così si presentò tre anni dopo allo scontro con Berlusconi disarmato. Lui finì per difendere lo status quo contro l’innovatore di destra. Non era il suo ruolo, era fuori dal suo Dna. Occhetto non c’entrava niente con lo status quo. Perse. Ma resta un grande.