Il confronto tra il Guardasigilli e il leader grillino

Referendum, per Conte il Sì aiuta la casta ma Nordio non ci sta: “Processo alle intenzioni”

Dopo essere rimasto a lungo nell’ombra, l’avvocato del popolo tuona: “Volete addomesticare la giustizia”. Poi rinverdisce i miti dell’antipolitica

Politica - di David Romoli

26 Febbraio 2026 alle 07:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Per tutta la prima parte di una campagna elettorale entrata solo ora nella fase finale Giuseppe Conte si è tenuto nell’ombra. Allineato col No senza margini di dubbio o di esitazione ma con discrezione insolita per i leader politici italiani. Nella corsa finale però è passato a un atteggiamento opposto, sino al confronto diretto con il ministro Nordio di ieri a Palermo, organizzato dalla Fondazione Chiazzese a VillaIgiea. Il ministro, con ben presente il monito del capo dello Stato, parte deciso a evitare polemiche. Scansa senza sforzo le accuse di attacco alla Costituzione rivolte a una riforma fatta appunto a norma di Costituzione. Rimette volentieri l’ultima parola al popolo votante ma assicura che, se la riforma sarà approvata, i decreti attuativi saranno decisi a un tavolo anche con la magistratura.

Non è il registro che preferisce Conte. Magari ci fosse stata tanta ragionevolezza e disponibilità al dialogo. “Allora perché non l’avete fatto prima, in Parlamento?”. L’avvocato è abile e sa tenere la scena, forza con maestria il dibattito sul terreno dove si muove meglio: la critica alla politica, l’antica ma sempreverde crociata anticasta. La riforma è sbagliata per le ragioni illustrate molti anni fa dallo stesso Nordio. Non serve. Ma è un passaggio sbrigativo per liquidare la sostanza del quesito referendario e battere sulla politica. La riforma serve a restituire alla politica il suo primato? “Avere scudato e difeso Delmastro e Santanché: è questo il primato della politica a cui mirate?”. Il ministro, prosegue l’ex premier, ha all’attivo il 33% delle azioni disciplinari promosse contro magistrati. Il Procuratore generale, che ha le stesse facoltà, ne ha invece avviato il 66%. Parlare di “giustizia domestica” è dunque fuori luogo: “La verità è che voi volete una giustizia addomesticata”. Nordio prova a tornare alla lettera della riforma: “Ovunque viga il sistema accusatorio le carriere sono separate”. Durante le elezioni del Csm, racconta l’ex magistrato Nordio, i telefoni diventano incandescenti, giudici e pm si telefonano, i candidati eccellono nella captatio benevolentiae. Poi magari il magistrato eletto si ritrova di fronte il pm che ha contribuito a farlo eleggere.

È un dialogo che non permette comunicazione reale. Conte ha tutto l’interesse a non affrontare la sostanza della riforma ma, a differenza degli altri leader, non si limita a denunciare l’attacco all’indipendenza dei magistrati. Contrattacca. Prende di mira “la casta”: “Delle degenerazioni della politica ne vogliamo parlare?”. È la politica che nega a ripetizione autorizzazioni a procedere. Dietro lo scudo dell’intoccabilità ci sono i politici, non i magistrati. Per capire il senso della riforma non basta quel che ci sta scritto: “Bisogna considerare anche il non detto”. Per non parlare dei precedenti: l’eliminazione dell’abuso d’ufficio, il ridimensionamento del traffico di influenze, la crociata contro le intercettazioni.

Nordio, pur sbandierando massimo rispetto per gli inviti perentori del capo dello Stato, sbotta: “Non parlate del merito perché non avete argomenti contro questa riforma: è sempre processo alle intenzioni o polemica su cose che con la riforma non hanno niente a che vedere. All’invito di Mattarella avete risposto con slogan astratti e polemiche sterili”. Più del confronto in sé, che ha prodotto il niente che poteva produrre, è interessante il doppio slittamento strategico adottato da Conte. Dopo essersi tenuto nell’ombra, soprattutto perché all’inizio i sondaggi dicevano che una parte corposa della sua base era orientata al Sì in funzione antisistema, ha deciso di esporsi nel tratto finale. In parte perché la polarizzazione ha domato i dubbi di una parte dei suoi e in parte anche maggiore per sfruttare la scarsa visibilità della leader del Pd, che non può farsi vedere troppo pena il trasformare la prova del 22 marzo in plebisicito non solo su Giorgia Meloni ma anche su di lei.

Conte è in campo ma con lancia e spada diverse da quelle del Pd e della stessa Avs. Pochi riferimenti alla Costituzione. Riduzione al minimo indispensabile degli strilli contro la violazione della sacralità della Carta e dell’attacco che subirebbe lo Stato democratico. Conte riporta tutto all’eterna ordalia contro la Casta, contro una politica che si difende dalle indagini della magistratura e fa quadrato per difendere il proprio potere e la propria intoccabilità. È campagna elettorale, certo. Ma non solo sul referendum: anche e forse più sulla leadership del Campo Largo.

26 Febbraio 2026

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