I successi giudiziari del governo
Imprigionato come “scafista” per 28 mesi da innocente e deportato in Albania: la malagiustizia targata Meloni
Accusato di essere uno scafista. Imprigionato per 28 mesi ingiustamente. Poi invece di liberarlo e risarcirlo lo mandano al famoso centro in Albania. È questa la nuova linea del governo sull’immigrazione?
Cronaca - di Angela Nocioni
Servono a ingabbiare persone che non potrebbero essere imprigionate in Italia le gabbie fatte costruire dal governo Meloni in Albania. Hanno creato problemi d’immagine alla presidente del Consiglio soltanto per quanto costano e per quanto inutilizzabili fossero quelle oscene celle che oggi la destra esibisce come un trionfo perché sono finalmente piene. Eppure servono all’Italia a compiere soprusi su persone indifese, a intimidire i prigionieri, a consumare meschine vendette contro quelli che non tacciono.
Per esempio contro Huseyin Durali, cittadino turco, tenuto ingiustamente 28 mesi incarcerato in Calabria con l’accusa infondata di essere uno scafista senza nemmeno esser stato additato come tale da nessun migrante sbarcato. Assolto per non aver commesso il fatto. Appena scarcerato rinchiuso nel centro per il rimpatrio di Caltanissetta e da lì deportato in Albania appena ha osato chiedere: ridatemi la mia roba, mi avete distrutto la barca, ridatemi i miei soldi e il mio passaporto, ridatemeli e poi io torno in Turchia, ma prima ridatemeli. Impacchettato e spedito in Albania. Ecco la sua storia.
Alle 23.45 del 30 settembre 2023 una moto vedetta della Guardia di Finanza individua una barchetta alla fonda nei pressi del comune di Brancaleone in provincia di Reggio Calabria. È vicina alla costa. Gli agenti della Gdf vedono che la barca ha motore in avaria. A bordo ci sono due turchi, zio e nipote, Huseyin Durali nato il 23 marzo del 1971 e suo nipote Omer Faouk Durali nato il 2 ottobre del 1998. Arrestati. Barca sequestrata. Verso le 2 della stessa notte dopo una segnalazione dei carabinieri altri agenti della Guardia di finanza trovano 63 migranti sulla spiaggia di Bianco, un tratto di costa più a nord rispetto a dove è stata trovata la barchetta. Tra gli sbarcati la Guardia di finanza trova due “dichiaranti spontanei”, due migranti disposti a rilasciare dichiarazioni su chi governasse l’imbarcazione durante la traversata. Sono moglie e marito. Raccontano di aver fatto il viaggio su una barca a vela di circa 12 metri con tre cabine e uno spazio comune centrale. Gli viene mostrata una foto di una barca bianca e blu come quella dei due Durali che però è di 7,44, metri, ha un’unica cabina e 63 persone dentro non ce le metti nemmeno una sull’altra, tantomeno riesci ad attraversarci il mare fino in Calabria.
Gli agenti della Gdf mostrano ai due dichiaranti soltanto 7 fotografie, sui 63 migranti sbarcati sulla spiaggia. Cinque dei fotografati hanno un numero nella foto. Gli unici due che non ce l’hanno sono lo zio e nipote turchi dell’altra barchetta. Un invio a riconoscere in loro due i capitani? Chissà. Comunque i due non riconoscono in nessuno dei 7 mostrati nelle foto i capitani della imbarcazione su cui hanno viaggiato. Nella dichiarazione la signora dice di ricordare che uno dei due che governava la barca aveva la barba rossa, arancione scuro e che erano entrambi muscolosi. Così Liberati descrive i due cittadini turchi accusati: “entrambi con barba nera, nessuno dei due è muscoloso: il nipote è cicciotto e lo zio è pelle e ossa”. Inizia il processo al tribunale di Locri contro i due turchi, nonostante nessun migrante li abbia indicati come scafisti e non ci siano prove contro di loro vengono entrambi rinviati a giudizio.
La difesa, l’avvocato Giancarlo Liberati, chiede una perizia sulla barca. Aveva motori rotti. Gli agenti della Gdf che l’hanno portata a terra hanno detto che si son dovuti fermare perché la barca a vela imbarcava acqua (ed era vuota). Liberati va a cercare la barca e la fotografa per chiedere a un ingegnere navale una perizia. Chiede poi formalmente al Tribunale che venga nominato un perito per stabilire se quella barca era in grado di fare una traversata con più di 60 persone a bordo. Appena partita la richiesta, però, l’Agenzia delle dogane, a cui era stata assegnata l’imbarcazione, la demolisce. Barca sparita, ciao perizia. I due rimangono in cella ad aspettare un giudizio per 28 mesi. L’11 febbraio 2026 il pm chiede 6 anni di reclusione e il tribunale di Locri li assolve entrambi per non aver commesso il fatto.
Vengono scarcerati. Non riescono a vedere neanche il difensore, non possono respirare un secondo da liberi l’aria fuori dal cancello del carcere perché la polizia dell’ufficio immigrazione li sta aspettando fuori per rinchiuderli di nuovo. “Succede sempre più spesso così – racconta l’avvocato Liberati – appena vengono scarcerati gli stranieri, per fine pena o perché assolti, la polizia li preleva direttamente dal carcere e li porta in un Cpr per il rimpatrio senza dargli il tempo di far nulla, neanche di parlare con un avvocato”. Il ragazzo, Feruk, viene subito imbarcato per la Turchia. Lo zio, Hisseiyn, viene portato nel Cpr di Caltanissetta. La convalida viene firmata dal giudice di pace Giulio Castellino. Nel frattempo il difensore scrive al questore di Reggio Calabria, al questore di Caltanissetta e al consolato turco a Roma avvisando che si sta commettendo un abuso contro un cittadino turco, appena liberato dopo 28 mesi di carcerazione preventiva perché assolto con formula piena. Lui non vuole nemmeno fermarsi in italia, spiega Liberati, si ferma per riavere telefono, passaporto e soldi, perché già la barca non ce l’ha più, teme che se ne va non rivede né i soldi né il passaporto. Racconta l’avvocato Liberati: “Il 18 invio la Pec e il 20 lo mandano al campo di Gjader in Albania”.
Nel documento firmato dal giudice di pace Castellino, che asseconda la richiesta della questura di rinchiudere il turco appena assolto nel Cpr, sono trascritte a penna le dichiarazioni di lui: “Voglio rimanere in italia per ritirare la mia roba e poi tornare in Turchia”. Si legge poi: “Il difensore si oppone alla richiesta della convalida per il superamento dei termine delle 48 ore dalla scarcerazione in quanto scarcerato l’11 febbraio 2026 e il trattenimento scadeva il 15 febbraio 2026. Non si rinviene la pericolosità sociale in quanto lo straniero è stato assolto e non vi sono a suo carico pendenze penali ed è munito di documento per il quale è richiesta la consegna. Lo straniero non ha mai fatto richiesta di asilo politico. La questura insiste nella richiesta di convalida evidenziando che il trattenimento è stato notificato il 12 febbraio 2026 alle 12,45 in quanto delle restanti doglianze vanno proposte dinanzi al giudice di pace di Reggio Calabria” (non si capisce cosa c’entri il giudice di pace di Reggio, mai investito della questione).
Un dettaglio. Se il cittadino turco appena assolto viene scarcerato, dopo 28 mesi di ingiusta detenzione, l’11 febbraio, dall’11 alle 15 (orario della scarcerazione) fino al 12 alle 12,45 è stato sequestrato? In carcere non c’era: a che titolo era privato della libertà? Sulla base di quale atto?