Il libro di Marco Grispigni

Storia della “strategia delle tensione” oltre la leggenda e la propaganda

A orientare la massa di lettori e spettatori sono stati giornalisti a caccia di titoli esplosivi, commissioni parlamentari di discutibile spessore. Grispigni, attraverso un lavoro storiografico, punta a mettere ordine in una materia che tutti credono di conoscere

Cultura - di David Romoli

25 Febbraio 2026 alle 14:30

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Storia della “strategia delle tensione” oltre la leggenda e la propaganda

Se c’è una formula sulla quale tutti concordano, quella è “strategia della tensione”. Nessuno nega che ci sia stata, abbia contato vittime innocenti in quantità, abbia condizionato in qualche misura il corso della storia repubblicana. Ma se poi si va a indagare più a fondo, se si chiede cosa si intenda con quelle tre parolette, quali gli attori e con quali strumenti, come circoscriverla cronologicamente, si scopre che tanto la definizione appare limpida quanto è invece confusa e soggetta a una quantità di interpretazioni divergenti e a volte inconciliabili.
Non è che gli storici non se ne siano occupati col dovuto rigore. È che il peso degli storici nell’orientare il senso comune, in questo come in troppi altri casi nella storia italiana dal dopoguerra in poi, è molto limitato, quasi nulla. A orientare la massa di lettori e spettatori sono stati giornalisti quasi sempre a caccia di titoli esplosivi, commissioni parlamentari di molto discutibile spessore, in qualche caso sentenze che pretendono di non limitarsi al processo in corso ma si arrogano il compito di scrivere o riscrivere per intero la storia del Paese.

Marco Grispigni, che nei suoi lavori si è occupato degli anni cruciali nella suddetta strategia, i ‘60 e ‘70 del secolo scorso, da punti di vista diversificati e intrecciati sino a comporre un mosaico capace più di molti altri di restituire la complessità variegata e a volte contraddittoria di quella fase storica, prova a fare chiarezza in un testo sintetico ma a modo suo esaustivo La strategia della tensione (Viella, 2026, pp.112, euro 16). Sarà presentato da Paolo Stelliferi e Leonardo Musci giovedì prossimo alle 18.30 a Casetta Rossa, Via G. Magnaghi 14, a Roma. Lavorando sia sui materiali processuali che su quelli partoriti dalle varie commissioni d’inchiesta che, a vario titolo, se ne sono occupate, Grispigni elenca e mette a confronto le diverse periodizzazioni lungo le quali, secondo visioni molto diverse tra loro, si è snodata la strategia in questione. L’ipotesi più totalizzante e sconfinante nella letteratura fantastica e quella messa in forma dalle ultime sentenze sulla strage di Bologna, in particolare in quella a carico di Paolo Bellini, cioè dell’uomo che avrebbe materialmente deposto l’ordigno. L’intera storia della Prima Repubblica, dal dopo guerra agli anni ‘80 sarebbe stata condizionata e anzi indirizzata dall’azione subdola dei burattinai invisibili. Le stesse mani muovono i fili dello stragismo nero, poi del terrorismo rosso per tornare, nel 1980 a Bologna, all’esplosivo neofascista. La Strategia della Tensione, in questa lettura non suffragata da alcun dato concreto, è antica e longeva quanto la Repubblica.

Quella dei magistrati bolognesi è una lettura estrema che nessuno storico prende sul serio anche se gode di ampia fortuna presso un pubblico di lettori affamato di complotti. Ma nell’impostazione di fondo non è dissimile da molte altre, più o meno “autorevoli”, che, senza pretendere di abbracciare l’intera parabola della Prima Repubblica, ritengono che nella fase cruciale tra la fine degli anni ‘60 e i primi anni ‘80 il corso della storia italiana sia stato deviato da centrali occulte e omogenee il cui unico obiettivo era evitare che il Pci si avvicinasse troppo al potere o addirittura irrompesse nella famosa “stanza dei bottoni”. La base di queste ipotesi, tanto diffuse da essersi imposte come senso comune, è una lettura che Grispigni dimostra essere indebita e fuorviante di una intuizione in sé invece preziosa, quella del “doppio Stato” elaborata da Franco De Felice negli anni ‘80. Nell’accezione più sobria e meno fantasmagorica per Strategia della Tensione si intende la fase inaugurata dalla bomba di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, e che va sino alle stragi del 1974, quella di Brescia del 28 maggio e, con maggiori margini di dubbio, quella del treno Italicus, nella notte fra il 3 e il 4 agosto. In quegli anni, folti peraltro di attentati dinamitardi minori ma anche di altre stragi riuscite o tentate, estremisti neofascisti in combutta con settori dello Stato e in particolare con i servizi segreti, avrebbero insanguinato l’Italia con l’obiettivo di creare le condizioni di caos e insicurezza necessarie per un colpo di Stato.

È una visione meno assurda di quella che estende la strategia della tensione all’intera storia della Prima Repubblica, non è priva di fondamento e tuttavia per Grispigni è a propria volta imprecisa e superficiale. Divide infatti anche quel quinquennio tragico in due fasi distinte e considera la strage del 12 dicembre la fine, non l’inizio, della strategia della tensione propriamente detta, quella a proposito della quale non è esagerata la formula adoperata a lungo per il 12 dicembre di Strage di Stato. Sino alla strage e a partire approssimativamente dal famoso convegno sulla guerra non convenzionale al Parco dei Principi di Roma nel 1965, servizi e neofascisti lavorano davvero fianco a fianco anche se con obiettivi distinti. Una parte dell’establishment mira a una torsione autoritaria, gollista, della democrazia. Per i gruppi della destra radicale, confortati dal colpo di Stato in Grecia del 1967, il miraggio è il golpe. Non si tratterebbe dunque di un blocco compatto ma di due distinti soggetti che mirano ciascuno a strumentalizzare l’altro per i suoi propri fini.

L’intesa, ipotizza l’autore, regge sino a quando la cellula neofascista veneta guidata da Franco Freda, definita di Ordine Nuovo ma la definizione è impropria dal momento che non risultano rapporti organici tra il principale gruppo extraparlamentare neofascista e gli stragisti veneti, non decide autonomamente di alzare il tiro passando dalle esplosioni prive di vittime della primavera e dell’estate al massacro. Per Grispigni, pur dovendo garantire coperture e depistaggi per nascondere i rapporti sino a quel momento intrattenuti con l’ambiente eversivo di destra, anche gli apparati dello Stato fino a quel momento compromessi iniziano un percorso di sganciamento. La fase successiva, secondo l’autore, è strutturalmente diversa. Gli attentati sono ora pienamente fascisti e hanno lo scopo di intimidire e orientare una fase politica di particolare smarrimento e bandamento. Se per piazza Fontana è dunque corretto parlare di “strage di Stato” non altrettanto può dirsi per la strage alla questura di Milano del 17 maggio 1973, per il fallito attentato al treno Torino-Genova-Roma del 7 aprile dello stesso anno, per Brescia e per l’Italicus.

L’autore però non mira a proporre una nuova ricostruzione dettagliata di quei fatti: il suo è un lavoro essenzialmente storiografico il cui obiettivo è rimettere in ordine una materia che la fantasia sbrigliata da un lato e le esigenze di una propaganda politica abituata a usare il passato come clava con cui picchiare nell’agone politico del presente hanno trasformato in una sorta di leggenda storica che tutti credono di conoscere senza in realtà avere alcuna contezza delle sue dimensioni effettive, della sua conformazione reale e quindi senza capirne molto.
Grispigni indica un’urgenza: sottrarre all’orgia dei “sentito dire” e delle opinioni in libertà l’analisi di un momento cruciale della storia italiana per restituirlo alla Storia. Ma chiede anche, implicitamente, di tornare con strumenti adeguati su un passaggio storico, quello che va dal 1968 al 1974, che è non meno importante della fase successiva, per certi versi lo è anzi di più, e che è ancora in larga misura una terra inesplorata.

25 Febbraio 2026

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