L'articolo su Haaretz

Israele mette al bando la parola “massacro”, l’accusa di Gideon Levy

Un articolo di Gideon Levy sul giornale israeliano Haaretz descrive la corsa all’ipocrisia del governo di Gerusalemme che per evitare che si pensi a Gaza decide di cambiare linguaggio per descrivere l’orrore del 7 ottobre che ha preceduto la strage dei gazawi

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

17 Febbraio 2026 alle 17:30

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Israele mette al bando la parola “massacro”, l’accusa di Gideon Levy

Ha ragione Gideon Levy: il potere delle parole è grande. Soprattutto quando svelano verità amare, crimini inconfessabili, responsabilità collettive. Gideon Levy è molto più di un grande giornalista. È un intellettuale, un uomo libero. In questo e per questo è da molti considerato la coscienza critica d’Israele. Lo conferma quando su Haaretz, giornale israeliano dalla schiena dritta, spiega perché, come recita il titolo del suo pezzo, “Per onorare la memoria delle vittime del massacro del 7 ottobre, gli israeliani devono riconoscere le loro azioni a Gaza”.

Scrive Levy: “Nei primi mesi successivi al 7 ottobre, ho costantemente usato il termine massacro per descrivere ciò che era accaduto. Quello che ho visto con i miei occhi mentre vagavo nella zona del confine meridionale con il fotografo Alex Levac poteva essere definito solo così. A Sderot, Ofakim, nel parcheggio di Rèim, sull’autostrada 232 disseminata di cadaveri, a Bèeri e Nir Oz, abbiamo visto infinite testimonianze silenziose di un massacro. Le tracce di sangue coagulato nelle stanze dei membri del kibbutz, le vite spezzate in un istante, le copie del fine settimana di Haaretz, con i lettori massacrati mentre le sfogliavano, i corpi dei loro cani distesi nei cortili, le auto schiacciate e distrutte con i loro silenziosi resti del festival musicale Nova, le carte d’identità e gli effetti personali tra le rovine della stazione di polizia di Sderot e, naturalmente, i testimoni sopravvissuti: tutto raccontava la storia di un orribile massacro. Un massacro: come altro si potrebbe definire?”
Poi, però è successo qualcosa di terrificante, reiterato. Criminale.

Così Levy: “Un anno dopo, non potevo più usare quel termine. Questo dopo che la parola massacro era stata utilizzata nel discorso israeliano solo per descrivere ciò che era stato fatto a noi. L’unico massacro era quello degli israeliani nel sud, e nessun altro. Quasi nessuno usava la parola massacro per descrivere ciò che stava accadendo oltre il confine, a Gaza, per mano nostra. Quando un israeliano diceva “massacro”, intendeva il massacro degli israeliani, come se volesse affermare che non ce n’erano altri. La parola massacro è diventata una parola carica di significato, tendenziosa, al servizio della propaganda e quindi, per quanto mi riguardava, non utilizzabile a causa del suo significato unilaterale. Nel frattempo, il secondo massacro procedeva a pieno ritmo e nessuno lo chiamava con il suo nome. Non annullava il primo massacro, ma la sua portata, in termini di numeri e devastazione, lo superava di gran lunga. Il fatto che fosse perpetrato principalmente dall’aria non ne diminuiva minimamente la natura. La furiosa discussione scoppiata negli ultimi giorni sul folle tentativo del governo di cancellare dalla memoria della gente il massacro che abbiamo subito può solo suscitare un sorriso amaro”.

Di che sta parlando Levy? Nella nuova linea del governo che ha deciso che per il 7 ottobre è meglio non parlare più di massacro. Più corretto -dicono – parlare di “incidenti”. Scrive Levy: “Niente potrebbe essere più ironico: dopo più di due anni in cui il dibattito pubblico si è astenuto dall’usare la parola ‘massacro’ o i suoi sinonimi per descrivere ciò che l’esercito israelioano stava facendo ai gazawi; dopo più di due anni in cui Israele ha cercato di dire a se stesso e al mondo che l’unico massacro che ha avuto luogo è stato quello degli israeliani; dopo oltre due anni passati a recitare la parte della vittima, in cui Israele ha mostrato, a se stesso e al mondo, solo le proprie ferite di guerra; dopo oltre due anni in cui ha proibito qualsiasi espressione di compassione, umanità e solidarietà verso le vittime dell’altro massacro; dopo oltre due anni in cui i media israeliani hanno nascosto, ignorato o offuscato l’altro massacro, ecco che il governo cerca di cancellare dalla memoria degli israeliani anche il primo massacro, come se non fosse mai avvenuto. Il ministro della Cultura Miki Zohar si è effettivamente opposto all’adozione di una posizione di vittimismo, in cui Israele si era crogiolato, purché ciò servisse ai suoi scopi. Tuttavia, c’è stato un massacro in Israele, così come un genocidio a Gaza. Bisogna riconoscerlo. Il potere delle parole è grande”.

Riconoscerlo vuol dire fare i conti con una coscienza collettiva, con responsabilità che non possono essere imputate solo ai fascisti messianici che oggi governano Israele. Spiega Levy: “Il fatto che così pochi israeliani siano turbati da ciò che il loro Paese ha fatto nella Striscia di Gaza dimostra l’immenso potere delle parole. Il fatto che ogni volta che la parola “massacro” è stata o è ancora usata in Israele, la gente intenda solo l’uccisione di 1.200 israeliani, mai l’uccisione di 70.000 abitanti di Gaza, dimostra quanto sia facile fare il lavaggio del cervello alle persone e plasmare la loro mentalità. Pertanto, l’attuale battaglia su questo termine è importante. Le persone che giustamente lottano per mantenere intatto questo termine in riferimento agli eventi del 7 ottobre dovrebbero almeno adottarlo anche per descrivere ciò che Israele ha fatto nella sua sconsiderata rappresaglia a Gaza. Non si può dire ‘il massacro del 7 ottobre e non dire una parola sul massacro punitivo e vendicativo che lo ha seguito. Il sangue degli israeliani massacrati lungo il confine di Gaza grida vendetta, ma non meno del sangue dei mille bambini massacrati nella Striscia di Gaza. Entrambi i gruppi sono stati vittime di comportamenti barbari e criminali. Entrambi i gruppi meritano la definizione corretta, non una propaganda mendace. In Israele c’è stato un massacro. A Gaza c’è stato un genocidio”.

17 Febbraio 2026

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