Il responsabile Università e Ricerca Pd

Intervista ad Alfredo D’Attorre: “Svolta autoritaria? Meloni a caccia di capri espiatori per mascherare la sua impotenza”

“A tre anni e mezzo dall’insediamento ha tagliato i fondi a scuola e sanità e peggiorato la vita delle persone. La vittoria del No al referendum sarebbe un avviso di sfratto. Italia serva degli Usa senza averne alcun vantaggio”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

17 Febbraio 2026 alle 08:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Alfredo D’Attorre, responsabile Università e Ricerca nella Segreteria nazionale del Partito Democratico. Dal decreto sicurezza a quello sull’immigrazione: siamo ad una nuova torsione autoritaria del governo Meloni?
La democrazia italiana è solida, ha resistito a prove ben peggiori e, grazie al cielo, sopravviverà anche al governo Meloni. Diversi provvedimenti del governo tradiscono la volontà di restringere gli spazi di manifestazione del dissenso, di indebolire le garanzie dei cittadini e di concentrare il potere. Sono l’espressione, ancor prima della cultura politica di ampi settori della maggioranza, del senso di impotenza che il governo prova di fronte alla realtà materiale del Paese a tre anni e mezzo dal suo insediamento. L’assoluta povertà dei risultati di governo spinge la destra alla continua ricerca di diversivi, nemici immaginari e capri espiatori. È il segno del loro fallimento nel rendere conto di qualsiasi miglioramento tangibile nella vita delle persone. E va contrastato riportando di continuo il confronto sulle questioni che riguardano la condizione reale dei cittadini.

Il diritto a manifestare è nel mirino della destra. Lo si avverte anche nelle università e nelle scuole, dove tira un brutto clima per chi vuole discutere e prendere posizione sul genocidio di Gaza e non solo.
La condanna senza ambiguità di frange estremiste che compiono atti di violenza o intolleranza non può legittimare alcuna limitazione del diritto di manifestare pacificamente da parte degli studenti. Sull’università mi preoccupa molto, da un lato, la pulsione a esercitare un maggiore controllo sulla vita degli atenei, che i provvedimenti annunciati o emanati su ANVUR, CUN e governance universitaria manifestano, dall’altro l’attacco al sistema pubblico e i continui favori alle università private, dal semestre-filtro a Medicina al Far West delle telematiche. Invece di deridere gli studenti che protestano e di alimentare polemiche sterili con Elly Schlein, la ministra Bernini faccia i conti con la realtà e smetta di giocare con le cifre, vantando aumenti in valore assoluto del Fondo di finanziamento dell’università del tutto privi di significato a fronte di un’inflazione cumulata negli ultimi anni di circa il 20%. Perché la spesa militare la misurano (correttamente) in rapporto al PIL e quella sanitaria e per l’istruzione (in maniera truffaldina) solo in valore assoluto? Nell’arco di questa legislatura la spesa per l’università passerà dallo 0,53% allo 0,47% del PIL: sembrano decimali, ma si tratta di un miliardo e mezzo di euro, un taglio di oltre il 15% rispetto al finanziamento totale per l’università pubblica!

Qual è la vera posta gioco politica nel referendum del 22-23 marzo?
È duplice. In primo luogo, la vittoria del No serve per impedire una riforma che non risolve nessuno dei problemi del servizio giustizia per i cittadini, a partire dalla durata dei processi, ma rende soltanto la magistratura meno indipendente dal potere politico. In secondo luogo, serve per far capire al governo che con la Costituzione non si scherza, che non è consentito manometterne l’impianto solo per interessi politici di parte. I cittadini lo hanno fatto già capire a Berlusconi nel 2006 e a Renzi nel 2016. Confido che, a distanza di altri 10 anni, lo facciano capire anche alla Meloni nel 2026. La vittoria del No fermerebbe anche il premierato e l’autonomia differenziata. Si può anche sperare che così magari, in futuro, i governi che verranno si concentreranno a governare, lasciando in pace la Costituzione e non trattandola più come un alibi per i loro fallimenti.

Fermo restando la pluralità del confronto, ma su una questione politica così cruciale come quella che è connessa al referendum sull’ordinamento giudiziario, può essere evocata, come fanno esponenti del PD, la libertà di coscienza?
L’ho sostenuto in occasione del referendum costituzionale del 2016 e non ho cambiato idea: penso che su materie costituzionali questa libertà debba esistere. Piuttosto mi stupisce nel merito l’adesione di alcuni singoli esponenti del PD e della sinistra a una riforma così sconclusionata e inefficace, anche per chi sostiene l’idea della separazione delle carriere. Non vorrei che in alcuni si sia inconsciamente insinuata l’idea che per dirsi riformisti bisogna sempre dire una cosa diversa da quella che sostiene la segretaria del PD, anche se le riforme a cui si dice Sì sono del tutto insostenibili nel merito.

Nell’ultima Direzione la minoranza interna si è chiesta se c’è ancora spazio per la cultura riformista nel PD. È una domanda legittima?
Le domande sono sempre legittime. In questo caso, per rispondere bisogna però prima chiarire in che cosa consista la cultura riformista da difendere. Ci sono riforme progressive e riforme regressive, come la storia della sinistra mondiale negli ultimi trent’anni dovrebbe averci insegnato. Quindi, visto che tra di noi nessuna abbraccia la prospettiva rivoluzionaria (che è quella rispetto alla quale il termine “riformista” ha storicamente assunto una connotazione concreta e determinata), si tratta di capirci sul contenuto delle riforme che proponiamo. Io penso che nel 2026 sia riformista ridurre la precarietà del lavoro, ricostruire la progressività del sistema fiscale, ristabilire un’efficace presenza pubblica nell’economia, battersi contro la privatizzazione strisciante della sanità e dell’istruzione, contrastare l’aumento delle spese militari, difendere coerentemente l’impianto e l’attuazione della Costituzione repubblicana. Per fare questo, talvolta bisogna correggere profondamente anche riforme appoggiate nell’ultimo trentennio dal centrosinistra, in nome di una malintesa “cultura riformista”.

In nome di una “cultura di governo” Elly Schlein viene accusata di “accarezzare” quelle piazze che di questa “cultura” sarebbero la negazione.
Anzitutto oggi in quelle piazze di giovani e lavoratori il PD ci può stare senza essere considerato un corpo estraneo o addirittura un nemico, come sarebbe accaduto fino a qualche anno fa. Faccio poi osservare che per esprimere concretamente la propria cultura di governo bisogna prima vincere le elezioni politiche, cosa che al PD, a partire dalla sua fondazione nel 2007, non è mai successo. Non vorrei che qualcuno identificasse la cultura di governo con l’attardamento su ricette e posizioni che magari piacevano agli editorialisti dei giornali, ma che non hanno trovato grande riscontro tra i cittadini e, in particolare, in quello che dovrebbe essere l’elettorato di riferimento di una forza progressista.

Resta il fatto che l’opposizione non ha ancora un leader e un programma condiviso. Non è un problema oggettivo?
In tre anni, il PD è passato da una condizione di totale isolamento a quella di baricentro di una coalizione larga che ormai riesce a presentarsi unita alle elezioni locali e a condividere molte battaglie politiche e parlamentari. Sono caduti veti e pregiudiziali che sembravano insuperabili. Nei prossimi mesi partirà un lavoro comune sul programma e si definirà il metodo per l’individuazione della leadership, scegliendo tra le uniche due strade possibili: o le primarie di coalizione o il criterio del leader del partito più votato alle elezioni. Io ho personalmente la mia preferenza tra uno di questi due metodi, ma questo ora non è rilevante, l’importante è che sia chiaro che alla fine decideranno gli elettori, non qualche caminetto romano.

Nonostante tutto, la presidente del Consiglio appare ancora ben salda in sella e, secondo molti, favorita per le prossime elezioni.
È la rappresentazione di larghissima parte del sistema mediatico, ma non è la realtà che percepisce chi frequenta i luoghi reali degli italiani. Le elezioni politiche saranno anzitutto un giudizio su quello che si avvia a diventare il governo più lungo della storia repubblicana. E il giudizio non potrà essere positivo.

Il governo rivendica però i successi e la credibilità internazionale dell’Italia. Non crede che sia questo un punto di forza della destra?
Se per successo internazionale si intende aver favorito una maggiore subalternità dell’Europa a Trump, non si capisce quale sia il vantaggio per gli italiani. Una volta, quando avevamo una politica estera, i suoi successi o insuccessi si misuravamo, dai rapporti con gli Stati Uniti a quelli con il Medio Oriente, anzitutto sulla capacità di aiutare la crescita del Paese. Che vantaggio abbiamo ricevuto finora da questo imbarazzante appiattimento sull’amministrazione americana?

Tutto questo avviene in un mondo squassato dalla “dottrina Trump”. Che spazio rimane per il diritto internazionale e per un’organizzazione come l’Onu?
Dovrebbe essere il compito dell’Europa quello di riaprire uno spazio per il multilateralismo, la cooperazione e il recupero di funzione delle organizzazioni internazionali. Diventeremmo interlocutori privilegiati di vaste aree del mondo se riuscissimo a interpretare questo ruolo con vera autonomia, coraggio e senza doppi standard. Ma una buona parte delle classi dirigenti europee, per sopravvivere al suo fallimento, vuole farci credere che nel mondo di oggi si può giocare un ruolo solo se ci si arma fino ai denti e si ricostruisce un’unità dell’Occidente contro il resto del mondo. Una prospettiva irrealistica quanto pericolosa.

L’asse Merz-Macron può essere la base per il rilancio dell’Europa?
Questo asse è la somma di due debolezze ed è semmai un ulteriore sintomo della crisi dell’Europa. Rimuove del tutto la prospettiva di un nucleo europeo più stretto che avvii un percorso federale, cancella la prospettiva di un’Europa più autonoma dagli USA in termini strategici, e non solo come reazione contingente a Trump, e individua nel riarmo e nel rilancio di una deregulation neoliberale le chiavi per la ripresa dell’economia europea. Direi che è praticamente l’opposto di quello che servirebbe.

17 Febbraio 2026

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