Il nuovo film da regista del comico
Lavoreremo da grandi: la grazia dei vinti nella provincia italiana, l’ultimo film di Antonio Albanese
Una serata al bar del paese tra alcol e rimpianti che si trasforma nell’avventura di una notte: la vicenda di tre amici sconfitti, dalle vite marginali, commuove ed emoziona perché sincera
Spettacoli - di Chiara Nicoletti
“Quando giravo Cento Domeniche mi son detto: ‘Beh, se riesco ad affrontare questo, vuol dire che avrò la forza di affrontare qualcosa di più difficile, che è un film comico. La comicità è più difficile, più misteriosa, più interessante in assoluto, perché non ha un obiettivo unico, ne ha tanti”. Spiega così l’origine del suo nuovo lavoro da regista e interprete, Antonio Albanese, dal titolo Lavoreremo da grandi, in sala dal 5 febbraio con Piperfilm. Non solo un film dalla comicità a volte nera, a tratti grottesca, ma un’opera corale, a condividere il percorso, l’avventura di una notte, con delle spalle comiche, anime malinconiche ed ironiche affini alla sua come Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero.
Prodotto da Palomar e Piperfilm in collaborazione con Making Movies & Events, Lavoreremo da grandi racconta la notte in provincia, sul Lago d’Orta di tre amici, Beppe, Umberto e Gigi iniziata con l’intento di festeggiare l’uscita dal carcere del figlio di Umberto, Toni, finito dentro per piccoli reati fiscali. Quella che doveva essere una serata tra alcol e malesseri da dimenticare diventa un’avventura noir: i quattro di questa scombinata compagnia, di ritorno dal bar del paese, si scontrano in macchina con qualcosa, o meglio, qualcuno. Ciò che resta è un susseguirsi di situazioni al limite dell’incredibile, scelte sbagliate e incastri paradossali per una storia che mostra la grande umanità di persone normali, forse mediocri, che accettano di fatto le proprie disgrazie in una sorta di risollevante mal comune mezzo gaudio.
Torna dunque a raccontare l’umanità Albanese con personaggi che non sembrano veri ma sono radicati invece nella provincia che il regista e autore conosce bene e in cui è cresciuto. Il suo personaggio, Umberto è un musicista fallito che ha mandato in malora l’azienda del padre e ha già due separazioni alle spalle. Nicola Rignanese, colonna portante del cinema di e con Albanese, interpreta Gigi, che, appena diseredato dalla zia, è costantemente ubriaco e indossa una delle sue vecchie parrucche in segno di protesta. Infine Giuseppe Battiston è Beppe, idraulico dalla madre ingombrante, con cui ancora abita e di cui si dice non abbia mai avuto una ragazza.
Antonio Albanese apre delle stanze su persone che forse, nella vita di tutti i giorni, non ci cureremmo di conoscere veramente: “Sono caratteri che io ho conosciuto, e a cui mi sono un po’ affezionato anche, nel bene e nel male – ci racconta. Sono persone che semplicemente non sono riuscite a realizzare quello che volevano realizzare. Noi viviamo nell’era dove tutti devono comunque raggiungere obiettivi, il potere, tutte queste cose qua. Sinceramente lo reputo trasgressivo questo film per questo motivo, perché ho cercato di esaltare delle persone meravigliosamente mediocri, e mi sembra interessante questo sguardo. Con queste persone c’è grande possibilità di ridere e sorridere. Gigi che viene abbandonato dalla zia perché lei decide di lasciare in eredità tutto alla chiesa è una storia vera, quindi il film non è surreale, è tutto vissuto e sentito. Mi piace esaltare cose che possono sembrare irreali e surreali ma che invece sono vere”. “Un’umanità rassegnata ma punk”, la definisce il regista a cui viene chiesto anche quanto questi quattro personaggi che mette in scena, siano rappresentativi di un maschile diverso da quello raccontato abitualmente.
“Il mio è un racconto di una mascolinità tenera, dolce, un po’ ingenua” commenta. Come in Cento domeniche, la provincia torna ad essere il nucleo centrale del racconto, un’altra protagonista: “è un un luogo di verità, non di folklore- sottolinea il regista – è una comunità che conosco, mi serve per arrivare alla verità. Una storia come questa in provincia si esalta, in città si disperde; non volevo fare, però, una radiografia della provincia”. Seppur con un team consolidato a condividere con lui l’esperienza cinematografica da regista, lungo la sua carriera dietro la macchina da presa, che inizia con Un uomo d’acqua dolce nel 1997, con Lavoreremo da grandi è la prima volta di Albanese in coralità. “Ero in cerca di una comicità diversa, non mi era mai capitato di lavorare ad un film corale e per giunta, di girare sei settimane su otto di notte. Grazie alla fotografia di Italo Petriccione che non è mai cupa, non pensi mai veramente alla notte, e nella combinazione tra noi quattro attori, sono riuscito a trovare il ritmo”.
Anche nelle note di regia, Albanese elogia i suoi compagni di viaggio e di obiettivo: “Considero il film un esperimento in vitro tra un gruppo di persone che una fatalità rende totalmente fuori controllo. Tragedia e commedia vanno a braccetto. Per fare tutto questo serviva un gruppo di attori pronti a lanciarsi senza rete di protezione, ai quali ho chiesto di fidarsi e di sfidarmi”. Tra i più entusiasti dell’aver preso parte a questo film c’è Giuseppe Battiston, qui alle prese con un personaggio fragile, incapace di evolversi, di uscire da certe dinamiche dentro cui ha messo radici. Dichiara: “È stato un privilegio per me dar vita al personaggio di Beppe: una figura molto al limite della credibilità. È un vinto, un puro ed è sicuramente il più ingenuo in quel gruppetto di disgraziati. La difficoltà grossa, quando lavori a questi personaggi è evitare di giudicarli e qui c’è stato l’ambiente giusto per fare questo lavoro. Non conoscevo il talento da regista di Antonio, il suo modo di guidare la troupe, è veramente importante quello che fa sul set. Crea attenzione, è molto esigente. La comicità è un mistero ma è soprattutto una scienza. Mi rimarrà nel cuore, è un dono prezioso poter creare personaggi come questo”.
Allievo di Carlo Mazzacurati e di quel suo modo di raccontare e celebrare l’umanità della provincia, Antonio Albanese raccoglie con orgoglio i complimenti di chi accosta il suo cinema con quello del suo maestro e confessa: “Carlo è stato un mio maestro, il primo film (Vesna va veloce, 1997), che ho fatto nella mia vita è stato con lui. Qui c’è quell’umanità e quella provincia che lui conosceva e che per estrazione conosco anch’io. Per me sono fondamentali l’attore e l’umanità nel cinema e mi piace raccontare la gente”. Poi, alludendo (forse) ad un certo cinema italiano che di verosimile ha ben poco, aggiunge: “Ogni volta è bello cambiare, sorprendere, cercare di fare cose diverse, almeno non vedi sempre le stesse librerie e le stesse auto”. Lo suggerisce lo stesso titolo, seppur non più un tema principale, che il lavoro, la sua assenza, la sua ricerca, la sua fragilità ritorna anche in Lavoreremo da grandi: “per me è centrale, l’ho trattato in mille modi, dallo spettacolo Giù al nord fino a L’intrepido di Gianni Amelio, per me è alla base di tutto perché ho dovuto sempre lavorare per ottenere qualcosa. In questo caso però, volevo usare quel titolo per dare un ‘po di speranza, che ci sia sempre tempo.”