All'ospedale Sacco
Ebola, a Milano ricoverati due casi sospetti in arrivo dall’Uganda: in Congo incendiati i centri di trattamento
Due cooperanti italiani di 31 e 33 anni, sintomi compatibili. Avevano trascorso tre mesi in missione con i padri comboniani. A rischio altri dieci Paesi in Africa
Cronaca - di Redazione Web
Sono due cooperanti italiani i pazienti considerati a rischio Ebola a Milano, per i quali è scattato il protocollo speciale all’ospedale Sacco, specializzato in casi di malattie infettive. Sono un uomo di 31 anni e una donna di 33, due cooperanti sbarcati a Malpensa con un volo da Addis Abeba e di ritorno dall’Uganda, dove avevano trascorso tre mesi con i missionari comboniani in una regione al confine con la Repubblica Democratica del Congo.
Nel Paese dove è stato individuato l’epicentro dell’epidemia, i decessi continuano a salire: i dati ufficiali del ministero della Salute indicano 204 vittime in tre province diverse probabilmente causate dal virus. L’ultimo bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Salute, di venerdì scorso, riportava nella Rdc 177 morti su 750 casi sospetti, anche se quelli ufficiali comunicati dal direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus sono stati identificati ufficialmente 82 casi e 7 morti. A Mongbwalu è stata incendiata una tenda per il trattamento dell’ebola: ad appiccare il fuoco alcune persone arrabbiate e sospettose sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Era già successo a Rwampara pochi giorni fa.
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L’emergenza continua ad allargarsi in Africa: l’agenzia sanitaria dell’Unione Africana (Africa CDC) considera a rischio altri dieci Paesi in quanto l’epidemia si sta diffondendo velocemente. Sud Sudan, Ruanda, Kenya, Tanzania, Etiopia, Congo, Burundi, Angola, Repubblica Centrafricana e Zambia. Oltre 50 operatori internazionali arriveranno nelle aree colpite per lavorare insieme a circa 480 professionisti assunti localmente. “La sfida oggi – ha spiegato la capo progetto di Medici Senza Frontiere a Goma, Valeria Greppi – è riuscire a curare i pazienti malati da Ebola, riuscire a tracciare i loro contatti e allo stesso tempo riuscire a garantire i servizi essenziali e l’accesso alle cure per altre malattie come la malaria, il colera e Hiv”. Anche la FIFA monitora il focolaio: la nazionale di calcio è attesa tra tre settimane ai Mondiali che si giocheranno tra USA, Canada, Messico.
L’alert a Milano è scattato all’alba a Lurate Caccivio e Bulgarograsso, nel Comasco. Gli esami cui sono stati sottoposti arriveranno oggi pomeriggio. I due cooperanti sono rientrati in Italia con altre cinque persone. Entrambi hanno manifestato sintomi riconducibili al contagio: febbre alta, nausea, vomito, diarrea e sintomi neurologici. Sono stati trasportati in due ambulanze diverse al Sacco e ricoverati in stanze in isolamento, nel frattempo è scattato l’isolamento fiduciario per i familiari. La figlia della 33enne era stata colpita in Africa dalla malaria, la situazione conosciuta al momento non permette di escludere il virus dell’Ebola. Per lei non è escluso il ricovero in terapia intensiva.
Qualora dovesse emergere il contagio da Ebola, il paziente verrebbe trasferito all’ospedale Spallanzani di Roma, l’unico centro in Italia considerato in grado di trattare la malattia. I contatti stretti dovrebbero a loro volta osservare un periodo di isolamento pari a quello stimato per l’incubazione della malattia: di 21 giorni. Il focolaio localizzato nella provincia di Ituri è stato causato dal virus Budibugyo, che al momento non ha vaccini ne terapie specifiche. L’ultimo focolaio di ebola nella RDC era stato individuato nel 2025, tra il 2018 e il 2020 erano morte oltre duemila persone.