Il parlamentare dem
Intervista a Matteo Orfini: “Per Piantedosi chi scende in piazza è criminale”
«Dal ministro parole gravissime, in sostanza dice che non c’è differenza tra i violenti e chi manifesta pacificamente, una tesi insopportabile e irricevibile. Il governo non vuole solo colpire il dissenso, ma impedire la partecipazione»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Matteo Orfini, parlamentare e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico.
“Dopo gli scontri in piazza a Torino. Lo Stato liberale alla sbarra. Il governo vuole carcere, repressione, pugno duro”. Così l’apertura di ieri di questo giornale”. Come la vede?
Siamo alla solita risposta sbagliata. Siamo di fronte ad una escalation securitaria, che prende avvio proprio all’inizio di questa legislatura, con il decreto-rave. Quasi ogni anno di questa legislatura c’è stato un decreto sicurezza, una stretta securitaria che non ha risolto assolutamente niente, tanto che bisogna sempre fare un altro decreto e reprimere sempre di più. Stiamo passando dalla criminalizzazione del dissenso alla criminalizzazione della partecipazione. Si vuole fare di tutto e di più per impedire alla partecipazione. Il che non ha niente a che vedere con l’intervenire su violenze inaccettabili come quelle che sono avvenute a Torino. Violenze che si potrebbero prevenire. Gli strumenti, le forze dell’ordine, il Ministero dell’Interno ce li hanno già per gestire l’ordine pubblico. Oggi (ieri per chi legge, ndr) c’è una interessante intervista al prefetto Gabrielli, che da ex capo della Polizia, nonché ex prefetto di Roma, spiega molto bene di come la gestione delle piazze, dell’ordine pubblico, sia un lavoro sicuramente molto complicato, fatto anche di confronto, di trattative, di discussioni, di capacità di smussare il clima, di capacità di instaurare un dialogo. È anche nel miglioramento del clima che si può arrivare alla riduzione della conflittualità garantendo la sicurezza degli agenti e dei cittadini. Non sono ulteriori strette securitarie ciò di cui ha bisogno il nostro Paese.
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A tal proposito, dice a l’Unità la presidente di Magistratura Democratica Silvia Albano: “Il governo usa i violenti per colpire il dissenso pacifico”.
Le parole di Piantedosi da questo punto di vista sono state molto gravi. Dire, sostanzialmente, che non c’è differenza tra i violenti di Torino e le decine di migliaia di persone che manifestavano pacificamente, è una tesi insopportabile ed è irricevibile. Sono parole gravi dette da un ministro dell’Interno, perché così dicendo e soprattutto facendo criminalizza decine di migliaia di persone pacifiche.
Credo anche che quanto è accaduto a Torino debba portare anche a una riflessione sincera in quei mondi.
Vale a dire?
Non c’è ombra di dubbio che quella di Torino era una grande manifestazione pacifica rovinata da dei criminali violenti. Però non c’è neanche dubbio che quell’azione violenta sia stata premeditata e organizzata, ancor più se, come sembra, sia stata fatta in collaborazione con persone venute dall’estero. Lo dice uno che ha sempre difeso gli spazi occupati, alcune esperienze di questo tipo. L’ho fatto con gli atti parlamentari, con la presenza fisica, con le battaglie politiche pur non essendo espressione di quel mondo. Sono un uomo di partito, con una storia completamente differente da quella di quei movimenti. Detto questo, penso che in quel mondo dovrebbe nascere una riflessione che isoli definitivamente chi immagina che la violenza e lo scontro organizzato in modalità paramilitare possa essere una risposta accettabile. Non lo è mai, ancor più di fronte alla violenza che ci circonda, alle guerre, Minneapolis, Trump, il securitarismo come filosofia di governo e di repressione delle destre mondiali. La risposta più forte è la non violenza. È la partecipazione che rivendica il diritto alla democrazia. A Minneapolis hanno reagito con i fischietti, non con i martelli.
Ma cosa c’entra l’aggressione violenta e vigliacca contro un agente di polizia a Torino con il No al referendum di marzo sull’ordinamento giudiziario? Un collegamento esplicitato dal post di un Comitato per il Sì, nel quale si afferma, mostrando l’immagine degli assalitori dell’agente di polizia, “quelli votano per il No”.
A me pare che la campagna per Sì, essendo totalmente priva di argomenti di merito per sostenere una riforma inefficace, inutile e per certi versi dannosa, fin dall’inizio stia cercando di portare la gente a votare utilizzando argomenti che nulla hanno a che fare con il merito della riforma. Una volta si deve andare a votare perché così si favoriscono i rimpatri, contro le toghe rosse che impediscono di governare l’immigrazione. Una volta bisogna andare a votare contro i violenti delle manifestazioni. Una volta si deve andare a votare contro la sinistra. È la dimostrazione palese, reiterata, dell’assenza di argomenti per sostenere il Sì al referendum. Penso che faccia bene il Pd e la sua segretaria a considerare questa una battaglia molto importante, dentro la quale il Partito democratico deve stare con enorme convinzione, ovviamente senza criminalizzare chi nel partito ha opinioni diverse ma facendo di tutto per fra vincere il No.
A proposito di Elly Schlein. C’è chi, anche col “fuoco amico”, a esercitarsi nel “tiro alla segretaria”. Ecco cosa succede, sostengono riferendosi alla manifestazione di Torino, quando si “accarezzano” certe piazze.
Le piazze sono parte della democrazia. La partecipazione è il cuore, il sale della democrazia. Noi non abbiamo mai avuto alcuna indulgenza nei confronti di chi non partecipa ma delinque. Perché di questo si è trattato a Torino. Siamo stati i primi a condannare quegli atti di violenza. Abbiamo chiesto alla Meloni, lo ha fatto la segretaria telefonandole, di non strumentalizzare ma anzi unire il Paese contro la violenza. Dopodiché le piazze sono parte fondamentale della democrazia, non dobbiamo avere alcuna remora nel ribadirlo. Noi abbiamo bisogno di più partecipazione, non di meno partecipazione. Il nostro è un Paese in cui il tasso di astensionismo cresce ogni volta che si vota. Il fatto che decine di migliaia di persone, su varie battaglie, in tante parti dell’Italia scendano sempre di più in piazza, partecipando attivamente e pacificamente alla discussione politica, questo è un bene per la democrazia. Solo chi ha paura della democrazia, teme le piazze. Lo dico avendo avuto momenti in cui quelle piazze contestavano noi, piazze che da sinistra ci fischiavano in anni passati, ma mai ci siamo sottratti e mai le abbiamo demonizzate, perché anche quello è un modo di confrontarsi con il dissenso, di recuperare un rapporto con chi magari fa fatica a crederci.
Dice, in buona sostanza, Luca Ricolfi: cosa ci si può aspettare da una sinistra che è passata da Lama e Berlinguer a Landini e Schlein.
Stiamo parlando di fasi storiche completamente diverse, ma se una cosa accomuna la visione di oggi e quella d’allora è che siamo sempre stati esplicitamente contro ogni forma di violenza e di quelle violenze siamo spesso stati vittime. La Cgil di Landini è stata assaltata da gruppi neofascisti. Suggerirei a Ricolfi maggior rispetto per la storia della sinistra italiana e anche per il presente della sinistra italiana.
Minneapolis è già tra noi?
Noi dobbiamo stare molto attenti alle pulsioni trumpiane della destra italiana. Nel senso che c’è chi, dopo i tragici giorni di Minneapolis e anche prima degli scontri di Torino, invocava mani libere per gli agenti, scudi penali, ed anche su questo nell’intervista a cui facevo riferimento in precedenza Gabrielli dice cose importanti sostenendo che non è quella la soluzione, l’immunità per gli agenti etc.
Sicuramente anche dentro la destra italiana c’è la doppia idea che sta dietro ai fatti di Minneapolis, cioè che chi governa non governa ma comanda, e lo fa libero da ogni vincolo. In questo c’è l’insofferenza di Trump verso ogni forma di controllo. Una insofferenza che c’è anche nella destra italiana, nella Meloni, nei confronti della magistratura, della Corte dei conti, dell’opposizione, del giornalismo, delle inchieste, di tutto quello che esercita una forma di controllo sul potere di chi governa. Da un lato c’è questo elemento, e dall’altro l’idea che si governa il Paese contro una parte di esso. Qui c’è uno strappo evidente col passato. Noi, e qui non mi riferisco solo alla sinistra ma a tutte le forze che hanno dato vita alla Costituzione repubblicana, abbiamo ereditato dalla prima Repubblica un importante insegnamento che ha permesso a questo Paese di superare fasi drammatiche nel secondo dopoguerra. Penso alla lotta al terrorismo, solo per fare un esempio.
Qual è questa lezione che la destra sta smarrendo?
Che anche di fronte a momenti di grande scontro politico durante la prima Repubblica, quando tu rappresenti le istituzioni devi tendere a rappresentare tutto il Paese. Chi governa non lo fa mai per dividere ma per unire. Invece il tratto di questa nuova destra sfascia completamente questa idea. Trump, che di questa nuova destra è il faro illuminante, seppellisce questa idea. Trump governa contro l’opposizione, la colpevolizza e la considera nemica. Nemica del Paese, e non solo di chi in quel momento lo governa, creando così le condizioni di una guerra civile che in alcuni momenti può anche esplodere. La destra italiana fa esattamente la stessa cosa. Sta iniziando a mutuare queste modalità. Tutto ciò che contrasta il governo è un nemico da abbattere, da demonizzare, da infangare, da offendere. E ormai non stupisce neanche più che ci siano moderati del centrodestra che non abbiano più nulla da eccepire a questa modalità e anche forze di opposizione che sembrano più impegnate a dialogare col governo che con le altre forze dell’opposizione, nonostante la deriva trumpiana della destra.
Allargando l’orizzonte su scala globale. Da Minneapolis a Teheran, dalla Groenlandia alla Palestina, che mondo è quello declinato da Donald Trump?
Applica il “modello-Minneapolis” al mondo. Il più forte non governa, comanda. Tutti gli organismi sovranazionali nei quali s’inverava una idea, anche se non compiuta, di multilateralismo, successivi al secondo dopoguerra, vengono spazzati via dal principio ancestrale del potere del più forte. Da qui i reiterati attacchi all’Onu, all’Organizzazione mondiale della sanità, alla Corte di giustizia dell’Aia, alla Corte penale internazionale e via elencando. Tutto ciò che si era costruito per immaginare un mondo governato insieme, Trump lo sta distruggendo. E nel far questo si giova anche della debolezza dell’Europa.