Serve un cambio di rotta

Unhcr, la triste scomparsa dell’agenzia Onu per i rifugiati: silenzi ed omissioni davanti alle violazioni dei diritti umani

Dalla riforma del Patto Ue sulle migrazioni al protocollo Italia-Albania, dalla definizione dei paesi terzi sicuri ai respingimenti alle frontiere: in questi anni l’Alto commissariato non ha mai alzato la voce di fronte a politiche estreme che violano i diritti umani e minano il diritto di asilo.

Politica - di Gianfranco Schiavone

22 Gennaio 2026 alle 16:22

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(AP Photo/Omid Haqjoo
(AP Photo/Omid Haqjoo

L’Alto Commissario dell’UNHCR Filippo Grandi, che con la fine del 2025 ha concluso il suo mandato decennale di Commissario passando il ruolo a Barham Salih, il 21 dicembre scorso ha rilasciato una lunga intervista al giornalista del Corriere della Sera Paolo Valentino.

Riferendosi ad un’Unione Europea quasi trasfigurata nei comportamenti politici e nelle percezioni collettive dopo la cosiddetta crisi dei rifugiati del 2015, Grandi ha evidenziato con acume che “la trasformazione c’è stata, ma è quasi auto inflitta. Aver voluto a ogni costo proiettare un’immagine di questi movimenti di popolazione come una crisi irrisolvibile e una minaccia, che è la retorica dei populisti, non solo non li ha fermati, ma ha reso molto più difficili le soluzioni”. UNHCR opera sotto l’Autorità dell’Assemblea Generale dell’ONU ed ha come mandato quello di assicurare “la protezione dei rifugiati che rientrano nelle competenze dell’Alto Commissariato (…) perseguendo la conclusione e la ratifica delle Convenzioni Interazionali per la protezione dei rifugiati, sorvegliandone l’applicazione e proponendone modifiche”.

In premessa va riconosciuto che l’Agenzia si è trovata a gestire un decennio 2015-2025 di difficoltà enormi derivanti non solo dal fatto che il numero dei migranti forzati nel decennio è raddoppiato ma soprattutto dalla violenta irruzione in tutti i paesi occidentali di orientamenti politici che persino “invocano l’abolizione totale del diritto d’asilo e la cancellazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Rifugiati, che garantisce il diritto di cercare protezione all’estero”, come denunciava lo stesso Grandi nell’intervista sulle prospettive di riforma globale del diritto d’asilo rilasciata a The Economist appena pochi mesi prima, il 25 luglio del 2025. In quest’ultima intervista Grandi rinveniva il nucleo della crisi del sistema internazionale della protezione dei rifugiati nel fatto che “il canale dell’asilo è sovraccarico. È pensato per persone in fuga da guerra, violenza e violazioni dei diritti umani. Ma i migranti puramente economici lo vedono come l’unico modo per raggiungere opportunità nei paesi più ricchi. Il numero di migranti economici intasa canali disperatamente necessari a chi, nel proprio paese, rischia realmente la vita”.

La brevità dello spazio di questo articolo non mi consente di entrare, neppure per cenni, nella controversa questione se ha ancora senso o meno porre una linea giuridica di separazione tra migranti “forzati” e cosiddetti migranti “economici” (definizione quanto mai vaga e incerta). Restando dunque sulle più circoscritte finalità di questa breve analisi non si può dare torto a Grandi laddove osserva sul Corriere che “se l’immigrazione legale, che è vitale per l’Europa, non viene regolarizzata con quote adeguate e un coordinamento tra i Paesi, il sistema d’asilo, che è cosa diversa, sarà sempre oberato da quelli che non riescono a entrare dal canale migratorio”. L’Agenzia ONU guidata fin poco fa da Grandi non sembra però trarre da queste stesse riflessioni le adeguate conseguenze, scegliendo di aderire o non contrastare in modo adeguato proposte assai pericolose; nella citata intervista sull’Economist Grandi ha sostenuto infatti che “le richieste pubbliche per controlli di frontiera rigorosi e una gestione ordinata sono ragionevoli. Come primo passo urgente, i governi dovrebbero finanziare, rafforzare e snellire i sistemi d’asilo. Se le domande vengono gestite in modo equo e rapido, e i richiedenti respinti vengono rimpatriati subito, i migranti avranno meno incentivi a cercare l’asilo come via d’accesso, che deve restare riservata a chi ne ha davvero bisogno. Una misura pratica consiste nell’adottare procedure semplificate che scartino più rapidamente i casi infondati”.

E ancora, in relazione all’individuazione di cosiddetti paesi terzi sicuri per trasferire rifugiati e richiedenti asilo, pur riconoscendo che si tratta di questioni controverse, secondo Grandi “con le dovute garanzie, possono essere praticabili e legittimi. I trasferimenti devono garantire diritti essenziali: sicurezza, accesso a valutazioni eque ed efficienti delle richieste, e condizioni di vita dignitose”. Nell’intervista al Corriere della Sera Grandi ha sostenuto in modo quanto mai vago che “ci sono varie formule, alcune praticabili. Noi abbiamo elaborato e pubblicato una serie di regole per valutare se rispettano il diritto internazionale o meno. Noi non diciamo agli Stati non fate hub di rimpatrio o liste di Paesi terzi sicuri. Chiediamo solo loro di consultarci per evitare di esporre le persone a rischi di persecuzione, violenza o peggio”.

Infine la riforma del sistema asilo in Europa che entrerà in attuazione a giugno 2026, viene definita da Grandi “un compromesso, ma contiene soluzioni praticabili”. Questa valutazione non stupisce: la posizione dell’Agenzia sul Patto UE è stata non sempre lineare. In diversi documenti ufficiali inviati alle istituzioni europee durante la discussione del Patto, quali ad esempio la nota inviata a gennaio 2024 ai governi belga e ungherese in qualità di presidenti di turno del Consiglio Europeo, l’Agenzia aveva anche espresso forti preoccupazioni per “le segnalazioni di gravi violazioni dei diritti umani nel contesto delle operazioni di gestione delle frontiere”, aveva sottolineato di “rimanere fermamente contraria agli approcci di esternalizzazione che trasferiscono la responsabilità delle procedure di asilo o della protezione internazionale a paesi terzi” e aveva richiamato la necessità che l’applicazione delle procedure accelerate sia limitato solo a “i casi probabilmente manifestamente infondati”.

Oggi, a riforma approvata, appare chiaro che l’approvazione del Patto non è stato un compromesso perché nessuna delle proposte più estremiste che erano in discussione è stata mitigata e ciò che è stato infine votato “produrrà grandi sofferenze umane (…) con minore protezione e maggiore rischio di subire violazioni dei diritti umani in tutt’Europa, come respingimenti illegali e violenti, detenzioni arbitrarie e controlli discriminatori” (Amnesty International, giugno 2025). Le gravi decisioni che sono state assunte non sono certo imputabili a UNHCR bensì a una politica che nel vecchio continente è sempre più piccola e cieca. Tuttavia, con tutte le cautele del caso, mi sembra che l’UNHCR abbia tragicamente sottovalutato la gravità della deriva in atto: è una tragica semplificazione ritenere che l’abuso del canale dell’asilo da parte dei “migranti economici” (ammesso che tale abuso ci sia) possa essere efficacemente affrontato – invece che attraverso una profonda riforma della politica di chiusura dei canali di ingresso regolari e attraverso un riequilibrio globale delle responsabilità tra paesi ricchi (che ospitano pochi rifugiati) e quelli poveri (che ne ospitano oltre il 70%) – ricorrendo a disposizioni normative che si pongono in radicale contrasto con i principi fondanti la protezione internazionale dei rifugiati come è la procedura accelerata di frontiera per come è stata approvata in Europa.

Essa infatti prevede un azzeramento di ogni effettiva garanzia procedurale e con la riforma, contro ogni logica giuridica, verrà applicata non certo ai limitati casi di domande di asilo manifestamente infondate, bensì alla generalità delle domande stesse. Come non accorgersi che l’obiettivo della riforma non è il rigore bensì lo svuotamento sostanziale dell’obbligo giuridico di condurre un esame adeguato e competente delle domande di asilo rispondente solo a criteri giuridici e non politici? Perché aver taciuto completamente (anche dopo aver condotto un monitoraggio sul campo) sulle macroscopiche illegittimità del Protocollo Italia-Albania sul trattenimento generalizzato proibito dal diritto UE, ma che di quel Protocollo è parte sostanziale, nonché sulla sterilizzazione del diritto di difesa di coloro che vengono internati nello sperduto centro di Gjader senza alcuna effettiva possibilità di agire in giudizio a tutela dei propri diritti?

Come è stato possibile che di fronte a respingimenti su vasta scala e a situazioni di violenza sistemica che si ripetono da anni in molte frontiere europee tale situazione non sia stata oggetto di adeguati rapporti pubblici pubblicati dall’Agenzia? Perché, dopo essersi opposti con chiarezza ed efficacia all’esternalizzazione del diritto d’asilo prevista dal memorandum tra la Gran Bretagna e il Ruanda, definito dallo stesso UNHCR ”un modello di asilo che mina la solidarietà globale e il sistema internazionale di protezione dei rifugiati istituito. Non è compatibile con il diritto internazionale dei rifugiati” (nota alla stampa, 6.01.2024), l’Agenzia non ha alzato una voce forte di fronte alla più estrema delle riforme appena introdotte dall’Unione Europea, ovvero la revisione della nozione di paese terzo sicuro (di cui ho scritto nell’edizione dell’11.12.25) che del memorandum con il Ruanda non è altro che una macro riproduzione su scala europea?

Non si banalizzi questi interrogativi, che non possono essere elusi, sostenendo che l’Agenzia, per suo mandato, deve per forza sempre collaborare con gli Stati e il suo modus operandi non può mai essere lo stesso di un Ente non governativo pienamente libero; sottolineare questa ovvietà non spiega nulla e non può giustificare il silenzio quando sono in gioco scelte politiche estreme in grado di sterilizzare il diritto internazionale dei rifugiati come non era mai avvenuto da mezzo secolo. Sopra un certo livello di gravità il silenzio non può trovare infatti alcuna giustificazione di mandato.

Il mondo ha un disperato bisogno di un’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati oggi mortificata da molti Governi e oggetto, in particolare da parte dell’amministrazione USA, di “tagli brutali” come giustamente li ha definiti Grandi; ma nello stesso tempo l’Agenzia, oltre a cercare ovunque dei fondi per sopravvivere, deve anche recuperare autorevolezza e rigore etico per realizzare appieno il suo mandato che rimane la protezione dei rifugiati. Diversamente, morirà non solo per i forsennati colpi inferti dall’esterno, ma anche per suo spegnimento interno.

22 Gennaio 2026

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