Le rivolte di Teheran

Iran, tra i manifestanti oltre 500 morti: prove di dialogo tra Trump e il regime, ma Washington minaccia l’intervento militare

Esteri - di Redazione

12 Gennaio 2026 alle 13:16

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Iran, tra i manifestanti oltre 500 morti: prove di dialogo tra Trump e il regime, ma Washington minaccia l’intervento militare

Da un lato le minacce, dall’altro una inaspettata apertura alla negoziazione. È il doppio binario su cui lavorano a distanza di migliaia di chilometri l’amministrazione Trump a Washington e il regime dell’ayatollah Ali Khamenei a Teheran.

Mentre nel Paese mediorientale proseguono le proteste, scoppiate il 28 dicembre scorso nei mercati della capitale per protestare contro le condizioni economiche sempre peggiori per i commercianti dovute in particolare al crollo della valuta iraniana, il riyal, e a una inflazione galoppante, e poi mutate in una richiesta di libertà e della fine del regime della Guida suprema, a livello internazionale si assiste agli ambigui botta e riposta tra Stati Uniti e Iran.

Il tutto a causa delle sorprendenti dichiarazioni di Donald Trump, che ha rivelato che i leader iraniani avrebbero chiesto di “negoziare” dopo le sue minacce di un’azione militare nel Paese per fermare la repressione delle proteste.

“La leadership iraniana ha chiamato” sabato, ha detto Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, aggiungendo che “si sta organizzando un incontro: vogliono negoziare”. Il presidente ha tuttavia avvertito che gli Usa potrebbero “dover agire prima di un incontro” con gli emissari della Repubblica Islamica.

Trump che però per l’ennesima volta non ha escluso l’opzione militare, che farebbe certamente contento il suo principale alleato nell’area, ovvero Israele. L’esercito, ha spiegato il presidente Usa, sta valutando “opzioni molto concrete” per l’Iran. “Stiamo valutando la situazione con molta serietà. Le forze armate la stanno esaminando e stiamo valutando alcune opzioni molto concrete. Prenderemo una decisione”, ha aggiunto il presidente americano, che domani si si riunirà alla Casa Bianca con il segretario di Stato americano Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine.

In risposta sono arrivate le parole di Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, che ha sottolineato come Teheran è “pronta alla guerra e al dialogo”. “Questo canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri e l’inviato speciale del presidente degli Stati Uniti è aperto”, ha dichiarato il portavoce del ministero Esmaeil Baghaei in un commento trasmesso dalla televisione di Stato. Ma il regime aveva a sua volta minacciato attacchi alle basi militari statunitensi in Medio Oriente, a Israele e alle rotte marittime internazionali se l’amministrazione Trump colpirà il Paese per sostenere i manifestanti.

Parlando delle rivolte interne, Araghchi ha ribadito i “mantra” della propaganda del regime: le manifestazioni, che secondo la ong statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana) sono costate la vita a 544 civili iraniani, sono state “alimentate e fomentate” da elementi stranieri e le forze di sicurezza “daranno la caccia” ai responsabili.

Quindi il ministro ha aggiunto che le proteste nazionale “sono diventate violente e sanguinose per fornire una scusa” a Trump per intervenire militarmente nel Paese, ma che in ogni caso “la situazione è ora sotto controllo totale”. Araghchi ha poi promesso che Internet verrà presto ripristinata in Iran, dove il regime ha “spento” le connessioni da ormai tre giorni.

di: Redazione - 12 Gennaio 2026

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