Il caso

Test del carrello, uno Squid Game al supermercato: quale intelligenza umana mette un lavoratore contro un altro

Trasformarla in format, organizzando uno Squid Game tra i banchi del supermercato, con eliminazione immediata e senza premio finale, è un desolante segno dei tempi

Cronaca - di Ammiraglio Vittorio Alessandro

11 Gennaio 2026 alle 10:39

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Test del carrello, uno Squid Game al supermercato: quale intelligenza umana mette un lavoratore contro un altro

Pam Panorama ha inventato un gioco. Nulla di davvero nuovo, in verità: come tutti gli svaghi fondati sui peggiori istinti, esiste da sempre. È nuovo, semmai, il palcoscenico: il supermercato, piazza dei nostri tempi malmessi, luogo di socialità ridotta a scontrino. Il gioco si chiama “test del carrello” e i concorrenti sono due, come in ogni competizione che si rispetti. Il primo è l’ispettore, il secondo il cassiere. Il primo si traveste da cliente — la parte più divertente — e prova a occultare un articolo nel carrello: un mascara nel sacchetto delle patate, una scatola piccola dentro una più grande. Alla cassa, il secondo concorrente deve accorgersi del tentativo di furto. Se non ci riesce, perde. Non una manche, non punti in classifica: il lavoro.

È successo al signor Fabio Giomi, cassiere di una Pam di Siena, eliminato dal gioco per non aver superato la prova e, per fortuna, reintegrato in questi giorni da un giudice. Poiché non è (non lo è ancora) l’intelligenza artificiale a ideare queste iniziative, viene da chiedersi quale intelligenza umana — così detta — abbia pensato bene di mettere un lavoratore contro l’altro. Uno promosso a crudele ispettore, degno di un personaggio di Nikolaj Gogol’; l’altro ridotto a comparsa sacrificabile, vittima della disumanizzazione e dell’indifferenza. La cattiveria, si sa, non manca mai. Ma trasformarla in format, organizzando uno Squid Game tra i banchi del supermercato, con eliminazione immediata e senza premio finale, è un desolante segno dei tempi.

***

Siamo andati a prendere l’acqua alla fontanella proprio a Roma, dove si beve dal rubinetto e l’acqua, fresca ovunque, non passa per serbatoi orribili e sporchi come quelli che, sui tetti del nostro paese, spingono verso il basso la vita e tutto il resto. Siamo andati, io e Dario, a imbottigliare qualche litro di acqua frizzante: una specie di lusso nel lusso. L’erogatore è in una piazzetta con il verde e qualche altalena (devono costare davvero molto le altalene, visto che dalle nostre parti — come le fontanelle — se ne vedono poche o nessuna). Mentre aspettavo il mio turno, Dario raccoglieva ghiande e saltellava intorno, tornando ogni tanto a raccontarmi di saltelli e ghiande.

Un signore anziano, poco più grande di me, in fila anche lui con un loden verde e un cappello, si è avvicinato quasi timidamente e ha chiesto, con un accento straniero che non sono riuscito a distinguere, se il ragazzino che girava lì intorno fosse mio nipote. «Mio figlio», ho risposto.
Il suo imbarazzo è stato lo stesso che colgo spesso quando uno sconosciuto misura le generazioni che corrono tra Dario e me.
Il signore ha allora sciolto, con impacciata gentilezza, qualche parola: «Anche un mio amico…». Anche un suo amico, mentre si accingeva a salpare le reti della vita, era stato travolto dall’arrivo di un figlio. Anche lui aveva rimandato i bilanci e la vita posata dell’adulto maturo. Forse anche lui non farà in tempo a diventare pienamente adulto, come finalmente accade quando i figli si allontanano, come le frecce di Kahlil Gibran. «Suo figlio è molto bello», ha aggiunto infine. «Ma non parlo della bellezza fisica. L’ho osservato mentre aspettavo, ed è molto bello». Anche il signore mi è parso molto bello, ma non gliel’ho detto. Agli sconosciuti, di solito, non si dice.

11 Gennaio 2026

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