L’anniversario della scomparsa

Com’è morto David Bowie: 10 anni senza il genio che cadde sulla terra, una vita come un’opera d’arte

Gli esordi con le lezioni di sassofono, la morte prematura del fratellastro talentuoso, l’ascesa irta di capolavori come “Heroes”, la morte trasfigurata nell’ultimo album: ricordo di un genio

Spettacoli - di Graziella Balestrieri

11 Gennaio 2026 alle 10:53

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AP Photo/Gill Allen
Associated Press / LaPresse
AP Photo/Gill Allen Associated Press / LaPresse

L’otto gennaio avrebbe compiuto settantanove anni, mentre il dieci dello stesso mese, ovvero proprio oggi, sono dieci anni dalla sua scomparsa: il 10 gennaio del 2016 moriva a New York David Bowie, colpito da un tumore che non gli ha dato scampo.

Nato David Robert Jones e poi diventato tante cose e tanti personaggi tutti insieme, di lui si può dire che è riuscito a fare non solo della sua vita un’arte ma anche a rendere arte la morte stessa. Nato a Londra nel 1947, precisamente a Brixton, che oggi ne custodisce a perenne ricordo un murales di saette e stelle, fin da giovanissimo David sviluppa una grande passione per tutto ciò che è musica e arte: i primi dischi, i primi ascolti, il rhythm and blues, lo skiffle e il rock ‘n’ roll per poi accorgersi della potenza della musica e del potere quasi inspiegabile che essa esercitava sulle persone, guardando sua cugina ballare mentre ascoltava un pezzo di Elvis, Hound Dog: notò che non l’aveva mai vista “liberarsi” in quel modo. Un inno alla liberazione che farà di David Bowie un artista a tutto tondo, dal cinema alla pittura al teatro, capace di un’inventiva sovraterrena, e che farà di lui uno dei pochi a capire quando è il momento di osare indossando tacchi alti e vestitini attaccati alle membra, come una seconda pelle, non per scandalizzare ma per includere e quando invece sarà il momento di indossare un classico come giacca e pantaloni, perché per ogni luogo e tempo, nella visione di David, ci sarà sempre spazio per tante cose e diverse.

Scegliere è importante, scegliere di essere liberi, sempre, senza mai però calpestare l’altro. David Bowie ha venduto 150 milioni di dischi quando era ancora in vita, ed è considerato uno degli artisti più influenti del Novecento, ma come tutti anche Bowie ha avuto qualcosa o qualcuno che lo ha influenzato: su tutti il fratellastro Terry Burns, nato nel 1937 da una precedente relazione della madre, affetto da schizofrenia paranoide, rinchiuso nel reparto psichiatrico del Cane Hill Hospital di Croydon dagli anni Settanta al 1985, anno in cui morì gettandosi sotto un treno. «Terry – chiosò in proposito l’artista – è stato l’inizio di tutto per me, leggeva un sacco di scrittori beat e ascoltava jazzisti come John Coltrane e Eric Dolphy… mentre io frequentavo ancora la scuola, lui ogni sabato sera andava in centro a sentire il jazz in diversi locali… si faceva crescere i capelli e, a suo modo, era un ribelle… tutto questo ebbe una grande influenza su di me».

All’età di undici anni David inizia a cantare nel coro della chiesa di St.Mary, insieme a George Underwood e Geoffrey MacCormack, e nel 1959 sua madre gli regala il suo primo sassofono. Inizia così a prendere lezioni dal musicista jazz Ronnie Ross. Come lo stesso David dirà anni dopo “quello strumento per me era un simbolo di libertà”. È già il 1960 e Bowie entra a far parte di un gruppo di studenti della Bromley Technical School, incoraggiato anche dal padre del chitarrista Peter Frampton, allora insegnante progressista. Nel 1962, David Bowie, insieme al suo amico George Underwood, entra a far parte di uno dei gruppi musicali della scuola. Da qui tutto ha inizio. Per raccontare David Bowie non basterebbero interi libri, ed è profondamente impegnativo “giudicare” e descrivere, anche solo raccontare quello che è stato e che continua ad essere e che sarà, perché per ogni anno, per ogni decennio lui è riuscito più di chiunque altro fino alla fine, e quando scriviamo fine, intendiamo la fine del corpo, dei passi sulla terra insomma, a segnare per ogni epoca un solco, come se fosse sceso realmente sulla terra a tracciare ogni volta una linea nuova, una epoca nuova.

E allora ecco il 1967 con il primo album omonimo, e poi il 1969 con Space Oddity, il 1970 con The Man who sold the world, il 1971 con Hunky Dory, il 1972 di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, il 1973 con Aladdin Sane, il 1973 con Pin Ups, 1974 Diamond Dogs, 1975 Young Americans, 1976 Station to Station, 1977 la grandiosità di Heroes, il 1979 con Lodger, 1980 con Scary Monsters, 1983 Let’s Dance, il 1984 con Tonight, 1987 con Never Let me down, 1993 Black Tie white noise , e ancora il 1995 con Outside, il 1997 con Earthling, il 1999 che è di Hours, 2002 di Heathen, il 2003 appartiene a Reality, una pausa lunga fino al 2013 per avere The Next Day, e poi nel 2016 appartiene alla sua morte, alla fine? Appartiene alla fine l’album che racconta come si vive la morte, che racconta l’attesa, anche quasi la curiosità, il dolore e lo strappo con cui si lasciano una moglie amatissima e i figli: Blackstar, e quel video di Lazarus manifesto della sua morte, manifesto della sua arte fino alla fine. David Bowie ribalta il Lazzaro di Betania, il personaggio evangelico resuscitato da Gesù. Nel Lazarus di Bowie non c’è più il miracolo, anzi la morte viene celebrata come unica via per la liberazione.

Nel video diretto da Johan Renck e girato negli ultimi mesi della sua vita, Bowie si mostra bendato in un letto d’ospedale e poi dentro un armadio, come ad evocare la tomba di Lazzaro ma anche la consapevolezza della propria fine. È stato talmente tanto David Bowie che Londra gli ha dedicato un intero museo perenne, il V&A East, David Bowie Center, A new permanent home for David Bowie’s archive, visitato già da migliaia e migliaia di persone e che risulta essere sempre sold out. Bowie è stato attore, cinema, teatro, è stato uno dei pochi che ha messo la cultura davanti la sua musica, che ha esposto la cultura e che forse è stata l’unica cosa che non ha voluto né mascherare né nascondere sotto vestiti o quant’altro. Uno dei pochi artisti al mondo in grado di parlare di pittura, di conoscerla, uno dei pochi in grado di consigliare libri, uno che leggeva tanto, che divorava il mondo.

Forse Bowie può essere considerato – e già forse lo è stato in vita – l’Artista per eccellenza, quello con la A maiuscola, in grado di fare della propria vita un’opera d’arte, che sì magari vi ricorda D’Annunzio, ma va bene lo stesso, perché l’arte non preclude nomi o cose diverse e lontane da noi. Bowie è andato anche oltre perché ha fatto anche della sua morte un’opera d’arte, affrontandola con il dolore che è umano, con la dignità che è umana e alla quale ha donato l’ultima stella del suo viaggio, nera, certo, ma pur sempre una stella.

Se ne andava dieci anni fa, e oggi uno sguardo profondo e dilatato (il suo occhio sinistro lo era davvero visto un pugno che gli causò una midriasi traumatica cronica e che caratterizzò il suo sguardo con la dilatazione permanente della pupilla, alterando profondità e luce) come il suo ci manca tantissimo. L’uomo venuto dal futuro lo diceva già nel 1997 in I’m Afraid of Americans, e oggi nel 2026, a dieci anni dalla sua scomparsa, siamo tutti “Afraid of Americans”. È stato tutto David Bowie, tutto senza mezzi termini.

11 Gennaio 2026

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