La madrina del Psi

Anna Kuliscioff, un secolo fa nasceva la madrina del PSI

Convinta che la società dovesse essere cambiata dall’interno, attraverso atti ammirevoli e non con il tradizionale conflitto, la “dottora dei poveri” fu ispiratrice del più antico partito italiano

Politica - di Lorenzo Cinquepalmi

9 Gennaio 2026 alle 20:00

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Anna Kuliscioff, un secolo fa nasceva la madrina del PSI

Anna scrive a Filippo l’11 marzo 1908: “In questo momento ricevo il “Corriere” colla fulminea notizia della morte del De Amicis. Povero uomo! Dopo aver prodigato tanto tenero affetto, dopo aver intenerito quasi due generazioni, è morto solo come un cane, che tristezza! Non so dirti come mi duole questa morte senza che ci fosse anima viva a lui vicino. Poveretto! Ed era tanto buono”.

In queste poche parole, “era tanto buono” c’è la sintesi di tutta una vita trascorsa nel costruire la dimensione del socialismo umanitario come evoluzione e superamento del conflitto, imposto della dottrina classica quale unico percorso di emancipazione degli ultimi. La costante ricerca di uno strumento diverso dallo scontro per conseguire il progresso sociale delle classi povere, porta Anna Kuliscioff a essere lo snodo di importanti cambiamenti nel mondo socialista degli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Quando da studentessa russa a Zurigo diventa esponente di spicco della comunità degli anarchici espatriati in Svizzera e frequenta Bakunin, Costa, Cafiero, comincia a maturare l’idea che per migliorare le condizioni dei diseredati, degli sfruttati, del quarto stato, occorre lavorare dentro la società e non contro la società. In fondo, c’è in questo qualcosa di profondamente intrinseco all’anarchismo che, in disparte la corrente regicida e bombarola, aveva e ha valori pacifisti e umanitari. Anche per questo, e non a caso, si dice che, spesso, un socialista non è che un anarchico invecchiato.

La volontà di tradurre la bontà in azione concreta ed efficace per il riscatto delle plebi contadine e operaie, rifuggendo dalla violenza, apre naturalmente la strada al socialismo umanitario, gradualista e riformista, e in Anna prima che in molti altri si genera la maturazione che fa evolvere dall’anarchismo al socialismo. Tra questi, per effetto del fascino non solo intellettuale di Anna, c’è anche l’anarchico italiano Andrea Costa. Nella sua Lettera agli amici di Romagna, con cui annuncia il suo approdo al socialismo gradualista e riformista, Costa scrive che una nuova forza della politica di emancipazione delle masse deve affidarsi non solo “al proletariato -uomini e donne- ma deve necessariamente comporsi della gioventù, dei pensatori e delle donne della borghesia a cui l’attuale stato di cose riesce odioso e che desiderano maggiore giustizia nei rapporti sociali”. La firma è di Costa ma la penna sembra impugnata da Anna, soprattutto quando scrive che il partito del socialismo deve “dare a’ suoi membri quella forza e quella vita morale che li renderà un esempio vivente di vita nuova”.

È un nuovo umanesimo, quello che Anna sente nascere prima di molti altri, capace di traghettare i derelitti della società verso un destino migliore per loro e per la società stessa, attraverso non più solo il metodo scientifico e il conflitto di classe, ma soprattutto attraverso il nuovo imperativo morale della fraternità, anche oltre i confini di classe. In ultima analisi i socialisti umanitari, e Anna è tra i primi a comprenderlo, fanno della bontà la forza con cui vincere l’egoismo delle classi dominanti per costruire il progresso morale e materiale della società. In fondo, qualcosa di molto simile al comandamento dell’amore di colui che, da allora, per molti, fu proclamato come primo socialista della storia. Con la coerenza a cui non si è mai sottratta, Anna, già studentessa universitaria di filosofia e poi di ingegneria, si volge alla medicina, scegliendo, in particolare, di perfezionarsi nella ginecologia. Così, dopo la laurea a Napoli nel 1886 e terminato l’amore con Andrea Costa, ormai dal 1882 primo deputato socialista al parlamento italiano, Anna va a vivere a Milano, già capitale economica d’Italia, e diventa la dottora dei poveri, soprattutto delle donne povere.

Nell’esperienza ospedaliera e con la sua stessa tesi di laurea dà un contributo fondamentale in Italia alla lotta contro le febbri puerperali, che facevano strage delle donne nelle settimane dopo il parto, convincendo una classe medica maschilista e refrattaria al nuovo della fondatezza di quanto affermato, nei decenni precedenti, da un medico ungherese, Semmeweis, che attribuiva alla scarsa igiene delle mani dei medici il contagio febbrile. Nella pratica medica giornaliera Anna ha ubbidito a quel comandamento della bontà che, tanti anni dopo, aveva visto determinare in modo assorbente le scelte di vita di De Amicis. Ed è nell’ultimo ventennio dell’Ottocento che incontra l’amore della sua vita: Filippo Turati. Vanno a vivere insieme a Milano, in Galleria, e con loro vive Andreina, la figlia di Andrea Costa, nata pochi anni prima. In casa loro nasce Critica Sociale di cui Anna è co-direttrice con Filippo, ma di cui è la mente, l’anima e il cuore: “il migliore cervello politico del socialismo italiano” secondo Carlo Silvestri.

Nei giorni precedenti alla fondazione del Partito Socialista è a Genova e c’è ancora una volta tanto di Anna nelle tesi su cui nacque il partito. In quel 8 maggio 1898 in cui i cannoni di Bava Beccaris falciano a mitraglia il popolo che protesta in piazza a Milano per l’aumento del prezzo del pane, la polizia irrompe nella casa in Galleria e arresta lei e Filippo. Esce di prigione dopo sei mesi grazie a un indulto, ma la tubercolosi contratta durante una precedente carcerazione a Firenze nel 1878 è aggravata da questi altri mesi di galera: non l’abbandonerà più e spegnerà la sua vita 27 anni dopo. Il legame con Filippo durerà fino alla fine dei suoi giorni, anche se non senza qualche difficoltà. I due si scriveranno sempre, Turati parlamentare a Roma, Anna sempre a Milano. C’è Anna dietro il delicato equilibrio politico tra i socialisti e il governo decennale di Giolitti; un equilibrio che, indubbiamente, conseguì alle classi lavoratrici conquiste importanti, compreso il suffragio universale. Una battaglia vincente che per Anna fu invece una sconfitta, non essendo stato esteso il diritto di voto alle donne, ciò che provocò tensione tra lei e Filippo, a cui rimproverava di non aver fatto abbastanza per i diritti politici della metà femminile d’Italia.

Vennero gli anni della Grande Guerra, che dilaniò la comunità socialista: sull’intervento, sulla partecipazione, sulla resistenza del Piave e del Grappa. E, nel dopoguerra, sul ruolo sociale dei reduci, ottusamente avversati dai socialisti massimalisti, e poi sul fascismo, di cui Anna capì il pericolo e la ferocia prima di chiunque altro. E infine, nell’ultimo scorcio della sua vita, Matteotti e la perdita definitiva della libertà. Le parole scritte a Filippo pochi giorni dopo il rapimento di Matteotti rivelano una volta di più cosa significasse “fraternità” per Anna. Rimproverandosi di non trovare le parole per scrivere a Velia, la moglie di Giacomo, Anna parla del suo “dolore così atroce del quasi nostro figliolo; l’abbiamo conosciuto che aveva vent’anni e io gli volevo veramente bene”. Ancora una volta, in un mondo cinico che rinnega i sentimenti e, tanto a sinistra come a destra, impone una visione materiale e fredda delle vicende umane, Anna ubbidisce al comandamento della bontà.

In una fuga di mesi assiste al rapimento di Matteotti, al ritrovamento del suo corpo, agli errori degli oppositori di Mussolini e del fascismo, alla ripresa delle redini da parte del futuro duce che pareva disarcionato, alla tracotante rivendicazione in parlamento della responsabilità del sangue di Giacomo, il suo quasi figliolo. E poi le leggi fascistissime e la perdita delle libertà politiche, sindacali, di stampa. Anna non poteva sopravvivere a tutto questo: non fu la tubercolosi a fermare il suo cuore il 29 dicembre 1925. Fu la rassegnazione alla scomparsa della bontà per una donna, un grande cuore, una grande mente, convinta che il progresso, l’emancipazione, il benessere, potessero camminare solo sulle gambe delle persone buone. Persone buone che non vedeva più nell’Italia di Mussolini ma nemmeno nell’opposizione. Impossibile restare in vita: Anna chiuse gli occhi lasciandoci il legato del comandamento della bontà, che continua a percorrere la vita del nostro paese come un fiume carsico, talora in superficie, talora sprofondato, ma mai prosciugato.

9 Gennaio 2026

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