99 anni il delitto

Cosa c’era davvero dietro il discorso di Matteotti che gli costò la vita

Dieci giorni prima di essere rapito e ucciso, il deputato e segretario del Partito socialista unitario aveva pronunciato alla Camera un discorso durissimo per denunciare irregolarità e violenze che avevano condizionato le elezioni del 6 aprile.

Editoriali - di David Romoli - 10 Giugno 2023 alle 16:00

Cosa c’era davvero dietro il discorso di Matteotti che gli costò la vita

Lo chiamavano “Tempesta” per il carattere focoso e indomabile. Quando fu rapito e ucciso, il 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti aveva 39 anni ed era segretario del Partito socialista unificato, l’ala più moderata del Psi, quella che faceva capo a Filippo Turati, espulsa dal Partito socialista nell’ottobre del 1922. Dieci giorni prima aveva pronunciato alla Camera un discorso fiammeggiante, nel quale denunciava le irregolarità e le violenze che avevano condizionato le elezioni del 6 aprile 1924, le ultime prima che fosse instaurata la dittatura.

Era stato un atto d’accusa clamoroso che aveva suscitato massima ira tra i fascisti: nei resoconti parlamentari si contano più o meno 60 interruzioni, sempre più minacciose. Matteotti aveva lasciato la sua abitazione vicino a Lungotevere Arnaldo da Brescia nel pomeriggio, forse diretto verso la Camera, forse verso il fiume allora balneabile. Fu preso e caricato su una Lancia Lambda presa a nolo alle 16.30, sul lungotevere. Si difese, scalciò, ruppe con un calcio il vetro che divideva i sedili posteriori da quelli anteriori, riuscì a lanciare dal finestrino il tesserino di parlamentare. Fu accoltellato a morte nella colluttazione.

Uccidere il leader socialista non era nei progetti dei rapitori: non avevano usato alcuna prudenza, si erano fatti notare sulla stessa auto mentre preparavano il sequestro nei giorni precedenti, dopo il rapimento proseguirono col clacson premuto a tavoletta. Non avevano neppure gli strumenti necessari per seppellire il cadavere: dovettero scavare la fossa con il crick. I fascisti coinvolti nell’azione facevano parte di quella che si definiva “Ceka”, come la polizia segreta bolscevica in Russia. Nome pomposo e inadeguato: in realtà si trattava di gruppi di picchiatori e squadristi, quasi tutti ex arditi, senza una vera struttura, violenti ma dilettanteschi e indisciplinati. Quando il parlamentare rapito si difese misero mano al pugnale come erano abituati a fare sin dalla guerra.

Quanti fossero i “cekisti” coinvolti nell’azione non è mai stato accertato. Di sicuro c’erano Amerigo Dùmini, capo della squadra, 30 anni. E con lui Albino Volpi, squadrista particolarmente feroce, probabilmente l’accoltellatore, poi Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria alla guida. Quando si ritrovarono con il cadavere in macchina senza averlo preventivato si limitarono a girare per qualche ora aspettando il buio per poi seppellirlo in una radura vicino Sacrofano, in una fossa scavata con mezzi di fortuna destinata a essere scoperta solo mesi dopo, il 16 agosto.

Gli assassini tornarono a Roma intorno alle 22.30 e Dùmini si recò al Viminale con la stessa macchina nella quale era stato appena ucciso Matteotti. I referenti dei sedicenti “cekisti” erano pezzi grossissimi: Cesare Rossi, capo ufficio stampa di palazzo Chigi e uomo di fiducia di Mussolini, Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Pnf, ma anche, meno direttamente coinvolti, Aldo Finzi, sottosegretario e ministro vicario degli Interni, di cui era titolare lo stesso Mussolini, destinato a essere fucilato vent’anni dopo alle Fosse Ardeatine, e il capo della polizia, l’ex quadrumviro Emilio De Bono. A procurare la macchina era stato Filippo Filippelli, direttore di un giornale di recente fondazione e affarista senza scrupoli.

Dùmini e Filippelli, nel cuore della notte del 10 giugno, nascosero la macchina in un garage, progettando di ripulirla e cancellare le tracce nei giorni seguenti. Non ne ebbero il tempo. La Lancia era stata notata mentre sorvegliava la casa di Matteotti nei giorni precedenti l’assassinio, il portiere di uno stabile aveva preso il numero della targa sospettando la preparazione di un furto. Il capo della Ceka fu arrestato il 12 giugno, due giorni dopo l’attentato, in partenza per Milano con nella valigia i pantaloni della vittima tagliati a pezzi e le parti della tappezzeria della Lancia macchiate di sangue. Nei giorni seguenti furono arrestati anche gli altri componenti della squadraccia.

Perché fu decisa l’azione punitiva nei confronti di Matteotti, sfociata poi nell’omicidio? Il deputato socialista aveva chiesto l’invalidazione delle elezioni ma certamente non ci sperava neppure lui. Il 6 aprile si era votato, per la prima e ultima volta, con la legge Acerbo, approvata dal Parlamento l’anno precedente: garantiva un premio di maggioranza sproporzionato, due terzi dei seggi, a chi avesse superato il 25% dei consensi. Il listone nazionale di cui il Pnf era asse portante ottenne il 60,9% e altri seggi furono conquistati grazie a una lista civetta. Nel complesso, anche senza il premio, il listone sarebbe arrivato intorno ai due terzi dei seggi.

Le elezioni si erano effettivamente svolte in un clima minaccioso e violento che aveva sicuramente condizionato il voto, ma non c’è dubbio sul fatto che i fascisti avrebbero comunque vinto nettamente. Il rischio di una invalidazione delle elezioni era inesistente. Matteotti si accingeva a pronunciare un secondo discorso, denunciando la corruzione di alcuni elementi del governo: una storia di tangenti pagati dalla società americana Sinclair per assicurarsi le ricerche petrolifere in Italia. Alcuni storici ritengono che il vero motivo dell’omicidio sia questo ma è un’ipotesi poco convincente, sia per le dimensioni relativamente limitate dell’affare sia perché era un segreto noto già a molti.

Senza contare che, se l’obiettivo fosse stato eliminare l’uomo politico per impedirgli di denunciare il giro di tangenti, l’azione sarebbe stata meno sgangherata e improvvisata. Matteotti decise l’attacco frontale, consapevole dei rischi che ciò comportava, con l’intento di frenare quella che per lui era la deriva più pericolosa, la seduzione delle aree moderate, politiche e sociali, da parte del fascismo. Mirava probabilmente a contrastare proprio l’obiettivo che perseguiva Mussolini in quella fase. L’antifascismo del leader socialista era in un certo senso diverso dall’antifascismo maturato negli anni della dittatura, poi delle leggi razziali e della guerra.

Tutto questo, nel 1924, era di là da venire. Lo Stato liberale esisteva ancora, la sua occupazione da parte del fascismo era appena agli inizi. L’antifascismo di Giacomo Matteotti era quello di chi, prima della dittatura, aveva individuato l’uovo del serpente e prevedeva i tragici sviluppi a venire con una lucidità di cui difettavano anche grandissimi intellettuali come Benedetto Croce. Per impedire la conquista dei moderati da parte del fascismo Matteotti si era esposto così tanto. Per lo stesso motivo, rovesciato, il delitto costituì per Mussolini un problema enorme. La reazione popolare fu imprevista e altissima.

Nonostante nel Paese i morti si fossero contati a decine e centinaia negli anni dello squadrismo all’attacco, l’uccisione di un parlamentare dell’opposizione fu uno shock per gli italiani. La popolarità del fascismo precipitò, la campagna di stampa fu martellante e l’eco del delitto all’estero enorme. Per un momento sembrò che il fascismo fosse destinato a crollare. Era davvero così? Fu davvero un’ultima occasione, sprecata, per evitare la dittatura? Probabilmente no. L’indignazione popolare era reale e diffusa ma priva di sbocco politico.

Il 13 giugno Mussolini parlò alla Camera, negò ogni responsabilità, promise di fare giustizia. Subito dopo il presidente Rocco sospese i lavori sino a novembre. I partiti d’opposizione, nella stessa giornata, annunciarono la decisione di abbandonare l’aula. La scelta, definita poi “Aventino”, sarebbe stata confermata due settimane dopo quando i partiti d’opposizione annunciarono la decisione di non partecipare più ai lavori della Camera sino a che non fosse stata ripristinata la legalità e sciolta la Milizia fascista. Nella stessa giornata ci fu anche il solo sciopero generale dell’intera crisi: per soli 10 minuti.

La strategia dell’opposizione fu certamente inadeguata, debole e insufficiente, ma in ogni caso difficilmente la crisi avrebbe potuto concludersi con l’abbattimento del regime in formazione. Un tentativo di insurrezione sarebbe stato senza dubbio stroncato nel sangue e avrebbe legato ancor di più i moderati al fascismo. Per rovesciare il fascismo in Parlamento sarebbe stato necessario che tutti i non fascisti eletti nel listone e anche alcuni esponenti del fascismo più moderato si schierassero contro Mussolini, cosa che si verificò solo in minima parte. La caduta di Mussolini poteva essere provocata solo da un intervento imperioso e diretto del re. Gli aventiniani ci speravano, ma era una speranza del tutto vana e infondata.

Mussolini, del resto, reagì con l’abilità politica che gli aveva già fruttato l’ingresso a palazzo Chigi nel 1922. Mise subito alla porta Marinelli e Rossi. Quest’ultimo e Filippelli furono poi arrestati. Il capo del fascismo impose le dimissioni di Finzi agli Interni e abbandonò lui stesso il ministero lasciando il posto a Federzoni, nazionalista approdato al fascismo solo di recente, e operò un rimpasto di governo facendo entrare quattro esponenti della destra liberale o conservatrici ma non fascista. Mussolini contava soprattutto sul tempo, convinto che la tensione si sarebbe abbassata col passare dei mesi e vinse la scommessa.

Nel corso dell’estate non successe nulla e già questo fu un successo per il governo. Priva di prospettive politiche l’indignazione popolare, si attenuò, si riaccese per un attimo dopo il ritrovamento del cadavere del leader assassinato a metà agosto, poi si spense. Quando la Camera riaprì, il 12 novembre, Giolitti passò all’opposizione e si formò così un’opposizione non aventiniana alla quale si aggiunsero poi i comunisti, che abbandonarono l’Aventino per rientrare in aula. Gli altri partiti scelsero però di proseguire nella strategia aventiniana e anche la remota possibilità di dar corpo a una opposizione in aula che avrebbe potuto attrarre una parte dei deputati fascisti più moderati si perse così. Il vento era cambiato, Mussolini era uscito indenne dal momento più critico, neppure la pubblicazione dei memoriali dal carcere di Rossi e Filippelli, che lo chiamavano direttamente in causa, lo mise davvero in difficoltà.

A premere, ora, erano i duri del fascismo. Il 31 dicembre, 33 comandanti della Milizia si recarono a palazzo Chigi chiedendo di passare alla controffensiva cosa che peraltro Mussolini aveva già deciso di fare. Il 3 gennaio, in aula, Mussolini passò all’attacco: “Io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto… Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere io sono il capo di questa associazione”. Quello storico discorso, nel quale il duce rivendicava tutto l’operato del fascismo, chiuse la crisi seguita al delitto Matteotti e spalancò le porte alla dittatura, che sarebbe stata formalizzata tra il 1925 e il 1926 con le leggi fascistissime.

I responsabili del delitto furono processati a Chieti, nel marzo 1926, per omicidio preterintenzionale. I mandanti furono tutti assolti e così Malacria e Viola. Dùmini, Volpi e Provenzano furono condannati a 5 anni e 11 mesi ma a tutti e tre furono subito condonati 4 anni per amnistia. Dùmini fu processato di nuovo nel 1947 e condannato all’ergastolo, commutato in una pena di trent’anni per l’amnistia Togliatti. Fu scarcerato nel 1953 per l’amnistia Pella e graziato nel 1956. Subito dopo la grazia si iscrisse al Movimento Sociale Italiano.

10 Giugno 2023

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