Il ricordo della strage al Serraino Vulpitta
Strage nel Cpta di Trapani, 26 anni dopo le condizioni nei “non luoghi” di detenzione sono peggiorate
Stavano per essere rimpatriati, tentarono la fuga, vennero presi e rinchiusi insieme ad altri due connazionali. Uno di loro diede fuoco ad un materasso. Non si trovarono le chiavi per aprire la cella
Cronaca - di Stefano Galieni
Dal 1998 (Legge Turco -Napolitano) proliferano anche in Italia “non luoghi” che solo raramente oggi giungono alla ribalta. Allora si chiamavano Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza, (Cpta), la “A” venne presto tolta, un primo segnale. Poi, in maniera meno ipocrita, divennero nel 2009, Centri di Identificazione ed Espulsione, (Cie), oggi si chiamano Cpr (Centri Permanenti per i Rimpatri). In queste pagine si è scritto tante volte ma il dato di fatto è che quando nel 1998 questi centri vennero istituiti si avallò la detenzione amministrativa, anche se le persone trattenute dovevano essere chiamate “ospiti”, perché la detenzione prefigurava un reato penale grave che non esisteva. E in questi centri si consumarono e si consumano, morti, tentativi di fuga, atti quotidiani di autolesionismo, violenze oramai istituzionalizzate, si pensi solo che la semplice disobbedienza passiva è diventata reato. Sono luoghi neri del diritto, peggiori delle carceri, su cui vige un regolamento per alcuni versi peggiore di quello dei penitenziari.
Ad opporsi concretamente e con continuità a questo obbrobrio giuridico ci sono poche persone, spesso divise, pochi operatori dell’informazione, regna il silenzio. Un silenzio che porta a perdere la memoria. Vale quindi la pena tornare a fare i nomi. Si chiamavano: Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim,. Erano 6 ragazzi tunisini rinchiusi nel dicembre 1999 nell’allora Cpta “Serraino Vulpitta” a Trapani, ricavato da un vecchio ospizio. Stavano per essere rimpatriati, tentarono la fuga la notte del 28 dicembre, vennero presi e rinchiusi insieme ad altri due connazionali. Uno di loro diede fuoco ad un materasso, non si rassegnavano alla sconfitta. Il risultato fu una morte orribile, resa possibile dal fatto che non si trovarono le chiavi per aprire la cella in cui erano rinchiusi. Fu una notte da incubo, raccontata dagli abitanti di Trapani che abitavano nelle vicinanze del Vulpitta, dagli stessi agenti di polizia che assistettero impotenti alla strage. Per riprendere i fuggitivi si alzarono gli elicotteri in una assurda caccia all’uomo. Dopo la cattura il rogo. In tre morirono immediatamente, gli altri ustionati e intossicati dal fumo subirono anche ulteriori sofferenze. L’ultimo fu Nasim, resistette un mese, nel delirio parlava della madre, sognava di essere su un delfino che gli restituiva la libertà.
Chi scrive ricorda ancora con orrore, con il parlamentare di Rifondazione Giovanni Russo Spena, il compianto Dino Frisullo, l’ingresso nella cella, pochi giorni dopo. L’odore di fumo e di gommapiuma bruciata si mescolava ad altri odori che ancora provocano ricordi orrendi. Il soffitto e le pareti erano già stati imbiancati, la porta era ancora impregnata di fuliggine, il pavimento, con linoleum, era gonfio e nero. Morirono perché nessuno si era voluto assumere la responsabilità di farli uscire, gli estintori erano vuoti o non funzionanti. Nessuno pagò per le loro morti, a partire dall’allora prefetto, condannato non per omicidio colposo plurimo ma per negligenza e morto prima di conoscere la pena. I due superstiti ottennero un indennizzo che non potrà certo cancellare ne l’orrore vissuto, ne le ferite che portano sul corpo. Pochi giorni prima, la notte di natale, nel Cpta di Ponte Galeria, a Roma, c’era già stata un’altra vittima. Si chiamava Mohammed Ben Said, venne ritrovato all’alba con la mascella rotta ed ecchimosi in tutto il corpo. Anche la sua morte restò impunita. Soprattutto la strage a Trapani smosse un pezzo importante del Paese. Prese vita un movimento che non chiedeva la “riforma” dei centri, il loro abbellimento o maggiori controlli ma la chiusura.
Sono migliaia in tanti anni gli uomini, le donne e a volte anche i minorenni, che sono stati “ospiti” fra queste gabbie di ferro e cemento sparse per l’Italia, spesso ex caserme, a volte strutture create ex novo, da Torino a Caltanissetta, da Gradisca D’Isonzo a Lamezia, a Palazzo S.Gervasio, Bari, Brindisi, Lecce, Crotone, Milano, Modena, Bologna, Ragusa e Crotone ed altri ancora, fino a giungere al progetto di delocalizzazione in Albania. Nel periodo del loro massimo “successo” furono 14 i centri sparsi per la penisola. Dal 2007 numerose ragioni portarono lentamente a chiuderne alcuni, i peggiori. In primis le rivolte che scoppiarono soprattutto quando aumentarono i tempi di trattenimento, rivolte che portarono spesso a rendere inagibili interi settori, denunce per malagestione, suicidi, difficoltà rendere effettivi i rimpatri. Per un breve periodo si ipotizzò il superamento dell’istituto della detenzione amministrativa. Nel 2011, all’inasprirsi delle tensioni nei centri rimasti operativi, il Viminale reagì con una circolare che inibiva totalmente l’ingresso a operatori dell’informazione e ad associazioni di sostegno non riconosciute, la maggior parte.
Nacque una campagna “LasciateCIEntrare” per provare a rompere la cappa di silenzio che era ormai caduta sui centri, a cui rimanevano ad opporsi pochi attivisti, qualche legale, aree molto limitate di movimento. Intervenne anche l’Fnsi, l’Ordine dei Giornalisti e, con la crisi del governo Berlusconi/Maroni si giunse ad una sospensione della circolare. Di fatto l’accesso ai centri resta limitato alla discrezionalità delle prefetture e quindi del competente Ministero dell’Interno. L’aumento degli arrivi del 2016, il Memorandum con la Libia del 2017, l’assenza di politiche di regolarizzazione di chi perdendo il lavoro diveniva irregolare, ha fatto rilanciare l’idea che i centri di detenzione fossero “necessari”. Il “piano Minniti” del 2017, reiterazione di quanto già affermato da precedenti inquilini del Viminale, di identica o diversa appartenenza politica, ma di eguale impostazione repressiva, prevedeva l’apertura di Centri in ogni regione.
Alcuni chiusi, sono stati riaperti, ogni ministro dell’Interno che entra nel governo cerca di individuare spazi in cui aprire nuovi Cpr nelle regioni che ad oggi ne sono sprovviste. Oggi, nella pulviscolare opposizione ai Centri, le condizioni peggiorano. Se allora si poteva restare chiusi fino a 30 giorni, oggi, il trattenimento, in condizioni ancora peggiori, può durare fino a 18 mesi e, se verranno approvate le nuove disposizioni europee, si potrà giungere a 24, questo senza aver commesso reati, questo malgrado tale oscena persecuzione, porti, al massimo, a rimpatriare il 50% dei trattenuti.