Ambientalismo, accoglienza, convivenza tra etnie diverse, famiglie non tradizionali

Avatar 3 – Fuoco e Cenere, al cinema l’inno alla resistenza di James Cameron

Cinema - di Chiara Nicoletti

17 Dicembre 2025 alle 19:30

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AP Photo/ Christohe Ena
AP Photo/ Christohe Ena

Obi Wan Kenobi, sei la mia unica speranza” diceva la principessa Leila in Guerre Stellari nel messaggio in cui chiedeva l’aiuto e l’intervento del maestro Jedi. Questo riferimento a un grande blockbuster del cinema dei grandi studios non è casuale poiché, l’unica speranza del botteghino 2025 per l’industria cinematografica italiana (e non solo) è un film che ha già fatto incetta di record al box office: Avatar 3 – Fuoco e Cenere, terzo capitolo della pentalogia (saga composta da 5 pellicole) diretta e concepita da James Cameron. In arrivo nelle sale italiane il 17 dicembre con Walt Disney Pictures Italia, tre anni dopo il successo di Avatar: La via dell’acqua e 16 anni dopo che il primo Avatar è diventato il più grande incasso della storia del cinema, Avatar: Fuoco e Cenere, promette di risollevare le casse degli esercenti speranzosi e al tempo stesso di portare avanti i messaggi prescelti sin dal primo film: ecologia, rispetto della diversità, elogio della convivenza tra etnie, razze e specie diverse ed infine una riflessione sul concetto di famiglia. Ed è proprio da quest’ultima che riparte Avatar 3 poiché gli eventi de La via dell’acqua avevano lasciato la famiglia Sully, composta da papà Jake (Sam Worthington), un tempo umano e ora totalmente immerso nel mondo e nel pianeta Na’vi, da mamma Neytiri (Zoe Saldaña) la guerriera Na’vi e dai loro figli, a piangere la morte del primogenito Neteyam, ucciso nello scontro finale. Li ritroviamo così in piena incapacità di elaborare il lutto e ricomporsi come famiglia mentre la loro esistenza e quella delle popolazioni Na’vi e del loro sistema di vita è continuamente minacciata dagli umani.

In conferenza stampa da Parigi, per presentare il film con il protagonista Sam Worthington, Sigourney Weaver, Zoe Saldaña e gli altri membri del cast, James Cameron risponde da subito alla domanda che, in questi anni, ci siamo fatti tutti: cosa rende Avatar un fenomeno di attrattiva globale? “Quando ho iniziato il processo di scrittura di questa storia e l’ho immaginata, ho capito di voler affrontare cose che fossero, in qualche modo, universali nell’esperienza umana – racconta. La famiglia, l’identità, lo scopo, il dovere verso la tua famiglia, il dovere verso la tua comunità, il chiedersi “a cosa appartengo?” e, una volta che lo scopro, come mi guadagno il loro rispetto e il mio posto?”. “Questo era il percorso di Jake nel primo film – precisa il regista – e ora vediamo i figli crescere e cercare di trovare il loro posto in un mondo in cui sono bambini di razza mista. La madre è al 100% Na’vi, tradizionalista fino al midollo, il padre viene da un altro sistema stellare, capite, questi sono problemi fondamentali che le persone sentono in tutto il mondo. E con il nuovo film, stiamo trattando una famiglia di rifugiati, essenzialmente immigrati, sfollati. La gente può facilmente relazionarsi a questi temi. Con i film di Avatar cerchiamo sempre di affrontare temi molto molto umani, riconoscibili, perché danno concretezza a questa esperienza che si svolge in un altro mondo fantastico. La riportano al nostro livello”.

Dunque la famiglia come nucleo centrale e come punto di partenza per Avatar 2 ed ora per il 3 e le sue complesse relazioni. Lo sottolinea anche Sam Worthington, Jake Sully sin dal 2009: “Il cuore del film resta la famiglia. C’è un’evoluzione emotiva in questo terzo capitolo, con l’espansione del mondo. È emerso il tema familiare, che diventa veramente il fulcro. Come si sopravvive in una famiglia in difficili circostanze. Stiamo vivendo momenti difficili, di grande precarietà e incertezza e l’unica cosa che abbiamo è il nostro amore reciproco. Si tratta di essere tutti connessi, americani, italiani, tutto il pianeta. È nostra responsabilità promuovere l’amore per l’umanità e correggere i problemi e le storture che ci possono essere”. Non solo di convivenza parla Avatar 3 – Fuoco e Cenere perché a visione conclusa, sarà chiaro un cambio di passo, indicato anche dal titolo. Se i primi due capitoli erano dedicati all’ecologia, alla condanna dello sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo e del sistema consumistico-capitalista che calpesta tutto e tutti, il terzo, rafforzando e rimarcando questo punto, però invita a fare qualcosa di concreto. C’è una reazione ai soprusi, una rivolta, una rivoluzione nonostante il dolore, un invito a non subire in silenzio, protestando senza agire. Resistenza rivoluzionaria? Probabilmente sì, anche a giudicare dalle parole dello stesso Cameron nelle sue note di regia, che parla, esplicitamente, di guerra: “Questo è un film su una famiglia che riflette su cosa significhi essere in guerra, sul fatto che i ragazzi siano in guerra, sul fatto che i genitori lascino andare i propri figli e abbiano abbastanza fiducia in loro da credere che prenderanno le decisioni giuste. Questo è un tema importante nel film”. Ed ancora, alla stampa mondiale, Cameron ricorda: “è un film sul dolore, sulla perdita, sul trauma, su come guarisci e vai avanti, su come spezzi il ciclo di violenza creato dall’odio che deriva da una perdita. Qualcosa che vediamo accadere anche nel mondo di oggi”.

Anche dal punto di vista dei temi più costanti nel film come quello ecologista, Avatar 3 è più violento e meno desideroso di parafrasare i messaggi che invece vuole che arrivino chiari e sonori. Lo fa mostrando la crudezza con cui i tulkun, gli animali marini simili alle nostre balene, vengono cacciati e uccisi senza pietà. Sigourney Weaver che, come Worthington e Saldana ha sposato la causa Avatar sin dall’inizio e qui continua il suo percorso nel corpo della giovane Kiri, l’adolescente nata dal corpo dell’avatar di Grace Augustine, lo sottolinea esplicitamente: il modo in cui i tulkun vengono trattati nel terzo film mostra che James strappa davvero via il velo di qualsiasi mistero sul modo in cui questa corporazione procede a ucciderli. E sono stata profondamente colpita nel vedere questo tulkun con così tanti arpioni addosso. E, sapete, la stessa identica cosa sta accadendo in questo mondo. Come molti dei messaggi di Avatar, questo ambientalista e animalista è rimasto con me perché lui ci sta spingendo oltre e sentiamo l’emergenza crescere nelle nostre città, nel nostro mondo, perché l’oceano sta davvero soffrendo e senza di esso, non potremmo mai vivere. Non penso che la gente se ne renda conto e il nostro Paese sembra non voler partecipare a questa emergenza”. È chiaro, guardando il film, che James Cameron continua la sua battaglia battendo e ribattendo, attraverso la metafora di questo mondo fantastico e minacciato, sempre sugli stessi temi e le stesse, per citare Weaver, emergenze mondiali. Non lo fa certo perché non ha più idee ma perché la lezione non l’abbiamo imparata e dunque c’è bisogno, ad ogni film, di tornare su quelle istanze e diventare un disco rotto, dalla visiva magnificenza. Questa volta Avatar 3 ci ricorda che non possiamo più stare fermi a guardare, è tempo di alzarsi e combattere, metaforicamente parlando, s’intende e forse il grande cinema che Avatar rappresenta può arrivare più a fondo nelle coscienze del pubblico.

17 Dicembre 2025

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