Il ruolo da pedina di Roma
Il governo Meloni “cavallo di Troia” di Trump in Europa: l’equidistanza della premier non più praticabile
Sbugiardata davanti al mondo, la premier tenta di rabbonire la Ue e manda il ministro Ciriani a dire che il decreto per le armi all’Ucraina sarà prorogato
Politica - di David Romoli
I margini di azione, per Giorgia Meloni, si sono drasticamente ristretti nel giro di poche ore. La diffusione delle parti del documento strategico di Trump cancellate per ovvie esigenze diplomatiche, nelle quali è messo nero su bianco l’obiettivo di spingere i Paesi a governo sovranista come in primo luogo l’Italia a uscire dalla Ue, rende molto più difficile per la premier proseguire nel suo gioco di prestigio fra Washington e Bruxelles senza essere sospettata di cospirare con la Casa Bianca contro la Ue. La telefonata di mercoledì fra il presidente americano e i leader di Uk, Francia e Germania è finita sul confine degli insulti e le probabilità di una rottura drastica tra gli Usa e l’Europa di qui alla riunione del Consiglio europeo si sono impennate.
Dunque la premier deve correre ai ripari per rinsaldare l’immagine di un’Italia certo asimmetrica rispetto agli altri e molto più battaglieri grandi Paesi europei ma di sicuro e indiscusso europeismo. Lo fa affidando al ministro per i rapporti con il Parlamento Ciriani il compito di assicurare che il decreto sulle armi per Kiev sarà certamente prorogato, con tanto di date. Se non lo avesse fatto la scelta di sorvolare sul punto critico anche nella riunione del cdm di ieri sarebbe stata interpretata in Europa come indizio, se non ancora prova, dell’inaffidabilità dell’Italia. Ciriani è perentorio: “L’approvazione del decreto è scontata: abbiamo due date, il cdm del 22 dicembre o quello del 29. La pace deve essere giusta e non può essere imposta all’Ucraina e finché non si arriva a una pace equilibrata staremo a fianco di Kiev”. La Lega, che insiste nel chiedere un rinvio del decreto sino a quando la situazione diplomatica non sarà più chiara, forse non si aspettava l’accelerazione, pur consapevole di dover alla fine votare come Giorgia comanda pena la crisi di governo. Salvini svicola: Questo è il momento della prudenza e della responsabilità. Fi, l’ala “europeista” della maggioranza rincara: “Se la Lega non votasse il decreto si porrebbe un problema molto serio”. Un ultimatum in piena regola.
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Fra Trump e i Paesi europei del format E3, con i cui leader l’americano ha parlato al telefono e litigato mercoledì, i rapporti sono al minimo storico. I tre hanno proposto un vertice con Zelensky nel weekend, poi slittato all’inizio della prossima settimana. Il presidente Usa, che sostiene di aver usato parole “forti”, ha rinviato la risposta: “Dipende da cosa ci proporranno. Non vogliamo perdere tempo”. Intanto è arrivata sul suo tavolo, spedita da Kiev, la versione del suo Piano emendata dal fronte euro-ucraino con la soppressione dei passaggi considerati punitivi e inaccettabili dall’Ucraina. Il Piano, del quale Trump non era a conoscenza al momento del vertice telefonico finito malissimo, indica anche quali territori l’Ucraina sia disposta a cedere. Il cancelliere tedesco Merz, dopo un incontro con il segretario della Nato Rutte, conferma che l’Europa non intende arretrare: “Abbiamo dimostrato tenacia nel nostro sostegno all’Ucraina per raggiungere gli obiettivi che condividiamo. Solo Kiev puo’ decidere quali accordi territoriali accettare. Sarebbe un errore costringere il presidente ucraino a una pace che il suo popolo non sosterrà”.
Ma i territori del Donbass non ancora conquistati dalla Russia sono solo uno dei capitoli chiave del contenzioso e probabilmente non quello principale. Lo scontro tra Ue e Usa riguarda soprattutto il progetto di ricostruzione dell’Ucraina proposto da Washington. Prevede l’accesso delle società americane ai 200 mld di asset russi congelati in Europa e un riassetto delle forniture energetiche che riporterebbe al centro del sistema le fonti russe, quelle delle quali la Ue intende invece fare del tutto a meno entro il 2027. Gli europei, quasi increduli, hanno paragonato la proposta a una Yalta 2.0. Le intenzioni della Commissione europee sul nodo centrale degli asset russi sono ben diverse. Il Consiglio europeo, conferma Merz, vuole approvare con voto a maggioranza qualificata, nella riunione del 18 dicembre, l’uso forzoso di quegli assett come prestito all’Ucraina, con impegno di restituzione solo dopo che la Russia avrà pagato eventuali riparazioni a Kiev.
Sullo sfondo campeggia un conflitto non solo economico ma anche di potenza. L’Europa, dopo essere rimasta immobile e inerte per due anni e mezzo, mira a rientrare in gioco imponendosi come coprotagonista di una partita dalla quale è stata sinora del tutto tagliata fuori. La Russia sbarra la strada. “Le proposte dell’Europa sono inutile ed eventuali peacekeepers europei in Ucraina sarebbero obiettivi militari legittimi. Se l’Europa vuole combattere, noi siamo pronti”, mitraglia il ministro degli Esteri Lavrov che esalta invece la ritrovata concordia con gli Usa: “Abbiamo superato ogni incomprensione”. Se il quadro resterà questo o se peggiorerà la strategia meloniana dell’equidistanza diventerà prestissimo non più praticabile. La decisione di adoperare gli asset russi potrebbe essere il proverbiale Rubicone per l’Europa. Ma lo sarà anche per la premier “europeista e trumpista”: la decisione sarà presa a maggioranza qualificata. Il voto dell’Italia sarà una scelta finalmente chiara.