Membro della Segreteria nazionale Cgil
“Affama chi lavora per comprare armi: scioperare contro il governo è resistenza civile”, parla Christian Ferrari di Cgil
“Mentre la destra fa ironia sul weekend lungo il Paese affonda: milioni di lavoratori sono derubati con il fiscal drag che serve soltanto a reperire una montagna di miliardi destinati agli armamenti”
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Christian Ferrari è membro della Segreteria nazionale della Cgil.
“Io sciopero contro una Legge di Bilancio ingiusta”, Venerdì 12 dicembre 2025 sciopero generale Cgil per l’intera giornata di lavoro. Giorgia Meloni e la stampa mainstream ironizzeranno ancora sul “weekend lungo” di Landini.
Loro ironizzano, mentre lavoratrici e lavoratori, che già faticano ad arrivare a fine mese, perdono un giorno di salario per rivendicare diritti e dignità. Siamo ai fondamentali che, evidentemente, la maggioranza ignora, ridicolizzando – nella migliore delle ipotesi – un pilastro di qualunque democrazia quale è il diritto di sciopero, o – nella peggiore – tentando di conculcarlo con le minacce, le precettazioni, i provvedimenti liberticidi come la legge sulla sicurezza. Non accettano che ci sia ancora qualcuno che non abbocca a una narrazione sempre più distante dalla realtà. Vogliono l’unanimismo, ma l’unanimismo è la negazione della dialettica democratica. Oltretutto, le persone che rappresentiamo, astenendosi dal lavoro non si limitano a tutelare i propri interessi, ma perseguono l’interesse generale del Paese. Nel prossimo biennio l’Italia sarà ultima in Europa per crescita del Pil. Senza rilanciare la domanda interna, facendo crescere salari e pensioni; senza politiche e investimenti pubblici che invertano la desertificazione industriale in corso; senza rafforzare sanità e sistema pubblico dei servizi, non c’è alcuna possibilità di rilanciare l’economia nazionale. È quello che chiediamo, ma il governo è troppo impegnato a festeggiare la promozione delle agenzie di rating per rendersi conto della reale condizione in cui versa l’Italia.
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La piattaforma di convocazione dello sciopero unisce denuncia e proposta. Partiamo dalla prima. Cosa non va nella Legge di Bilancio?
È una manovra di bilancio che si regge su due pilastri: austerità a danno di chi vive di reddito fisso (per gli altri: flat tax, condoni, sanatorie e tutto ciò che torna utile per sottrarsi ai loro doveri fiscali) e riarmo. I lavoratori e i pensionati vengono colpiti innanzitutto nel salario diretto: non restituendo il fiscal drag (almeno 25 miliardi di imposte non dovute) e, soprattutto, non neutralizzandolo per il futuro; stanziando fondi per i contratti pubblici che coprono appena un terzo dell’inflazione, dando così un pessimo esempio anche al settore privato. Poi vengono colpiti nel salario indiretto o sociale: definanziando la sanità e tagliando le risorse per istruzione, non autosufficienza, casa, trasporto, trasferimenti a Regioni ed Enti locali. Infine, vengono colpiti sulla previdenza: con l’aumento indiscriminato dell’età pensionabile, che colpirà il 99% delle persone; l’abolizione delle già insufficienti forme di flessibilità in uscita; la penalizzazione degli assegni in essere. Avevano promesso di cancellare la legge Monti-Fornero, la stanno addirittura peggiorando. Dovrebbero chiedere scusa a lavoratrici e lavoratori, altro che lamentarsi dello sciopero.
Veniamo alle proposte. Quali le più pregnanti?
Chiediamo la restituzione del fiscal drag e la sua neutralizzazione, perché questa vera e propria “macchina infernale” – se non viene fermata – continuerà a mangiarsi il valore reale dei salari e delle pensioni; il rinnovo di tutti i contratti di lavoro – pubblici e privati – per difendere e rafforzare il potere d’acquisto, cui affiancare una vera detassazione degli incrementi (quella decisa dal governo è largamente insufficiente); il rafforzamento e l’estensione della quattordicesima per i pensionati; il blocco dell’aumento automatico dell’età pensionabile per tutte e tutti, una maggiore flessibilità in uscita e una pensione contributiva di garanzia per precari e discontinui; vere politiche industriali per innovare il nostro sistema produttivo, difendere l’occupazione e creare lavoro di qualità, a partire dal Mezzogiorno; la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, anche cambiando il sistema perverso degli appalti; il contrasto alla precarietà e al lavoro povero, nero e sommerso; il rilancio del sistema pubblico dei servizi (sanità, istruzione, stato sociale). Per fare tutto questo servono risorse. Abbiamo indicato dove andarle a prendere: da profitti, extra-profitti, grandi ricchezze, evasione fiscale, anche chiedendo un contributo di solidarietà all’1% della popolazione più ricca. Si potrebbero ottenere 26 miliardi all’anno in più. L’altro modo per recuperare risorse è rinunciare alla folle corsa al riarmo, che sottrarrà una ingentissima mole di soldi alle vere priorità del Paese. Solo per l’Italia, parliamo di quasi 1.000 miliardi di euro, se si vuole davvero raggiungere il 5% del Pil entro il 2035.
C’è chi ha scritto e detto che quella elaborata dal governo è una “manovra di guerra”. Già si sentono alzare le grida: ecco di nuovo la Cgil veteropacifista, e pure pro-pal e pro-Putin.
È senza ombra di dubbio una manovra che punta a convertire la nostra economia in un’economia di guerra, con un unico capitolo realmente in crescita: le spese militari. In proposito, c’è una scelta che toglie ogni dubbio: i soldi drenati a chi vive di reddito fisso potevano almeno essere utilizzati per fare investimenti e mettere in campo uno straccio di politica industriale. Si sono ben guardati dal farlo. Quelle risorse sono state impiegate per fare più austerità di quella richiesta dalla Commissione europea, in modo che – usciti dalla procedura di infrazione – si possa attivare già nel 2026 la famigerata clausola di salvaguardia per scomputare le spese militari dai vincoli del Patto di stabilità: +23 miliardi in armi nel prossimo triennio. Una follia che porterà a sbattere tutto il Paese; oltre ad allontanare la pace, anziché avvicinarla restituendo la parola alla politica e alla diplomazia per risolvere i sanguinosissimi conflitti in corso.
Cosa resta dell’unità sindacale? Ognuno va per la sua strada. Non è un drammatico passo indietro che finisce per indebolire le istanze delle lavoratrici e dei lavoratori?
Certamente l’unità dà più forza al mondo del lavoro, pensiamo all’importante risultato ottenuto con i recenti rinnovi del contratto dei metalmeccanici e delle telecomunicazioni. Oggi non ci sono le condizioni per fare lo stesso sulla manovra di bilancio, ma non bisogna stancarsi di costruirle. Noi, nella grande maggioranza dei casi, avanziamo rivendicazioni che erano presenti nelle piattaforme unitarie degli ultimi anni. Oltretutto, non siamo gli unici a criticare una manovra che, quando è stata presentata, sembrava dare risposte a ogni problema. Adesso tutti sollevano rilievi. Credo che abbiamo fatto la nostra parte per far emergere la verità delle cose. Anche Cisl e Uil chiedono importanti cambiamenti. La stessa Confindustria ne ha sottolineato l’inadeguatezza. Alla fine, ne siamo convinti, le contraddizioni reali emergeranno e ciascuno dovrà scegliere da che parte stare: dalla parte di un modello fondato su austerità, riarmo ed economia di guerra, in cui – dalle Istituzioni europee al Governo nazionale – ci vogliono spingere in ogni modo; o da quella di un’economia e di una società fondate su lavoro, diritti sociali e condizioni delle persone. E il mondo del lavoro, anche questa volta, saprà stare dalla parte giusta.
A proposito di divisioni. C’è anche quella generazionale. Dicono: la Cgil è diventata il sindacato dei pensionati.
Fossi in loro mi preoccuperei intanto di 100.000 ragazze e ragazzi che ogni anno lasciano il nostro Paese per cercare di realizzarsi, attraverso un lavoro libero e dignitoso, fuori dai nostri confini nazionali. Le ragioni per cui questo accade sono: lavoro povero, precarietà, bassa occupazione femminile, servizi inadeguati e tutto il resto che sappiamo. Abbiamo avanzato molte proposte per fermare questa autentica emorragia di intelligenza e di futuro. Abbiamo anche promosso i referendum che, non a caso, hanno raggiunto il quorum proprio nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni. A dimostrazione che le nuove generazioni sono le prime a voler cambiare radicalmente un modello di sviluppo ormai insostenibile sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale. E sono anche le più ferme nell’opporsi alla corsa al riarmo e alla militarizzazione delle nostre democrazie. La maggioranza quali idee ha per rispondere alle aspettative delle nuove generazioni? Il ritorno della leva? Continuare a dire no al salario minimo? Puntare, come sta facendo, sulla parte meno innovativa, a più basso valore aggiunto e con più alta densità di sfruttamento del nostro sistema produttivo? Mentre monitorano l’anagrafe degli iscritti della Cgil – che vede aumentare giovani e attivi, e che è orgogliosa di rappresentare milioni di pensionate e pensionati – farebbero bene a occuparsi di un astensionismo per censo che sta svuotando dall’interno la nostra democrazia sino al punto di delegittimare le istituzioni elettive. Ma, a quanto pare, per chi ci governa le cose vanno bene così: pochi ma buoni nelle urne, tutto il potere concentrato nelle mani dell’uomo o della donna soli al comando, e tanti saluti alla partecipazione democratica dei giovani e delle classi popolari. Noi la pensiamo in maniera opposta e non ci stancheremo di batterci per difendere le persone che rappresentiamo e promuovere i valori in cui crediamo, che sono poi quella sanciti nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro.