Dal 20 novembre al cinema

Povere, fragili, tenaci: le “Giovani Madri” in casa famiglia nell’ultimo film dei fratelli Dardenne

I registi di “Rosetta” tornano con una pellicola su delle giovani donne che si trovano a gestire una nuova vita. Quasi un docufilm, aspro e potente, che esplora i lati bui della società opulenta

Spettacoli - di Chiara Nicoletti

19 Novembre 2025 alle 10:00

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Photo by Scott A Garfitt/Invision/AP
Photo by Scott A Garfitt/Invision/AP

Dal 78 esimo Festival di Cannes dove lo hanno presentato, ovviamente, in concorso (per la decima volta), i registi belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne arrivano in Italia per introdurre al nostro pubblico Giovani Madri. Dal 20 novembre al cinema con Lucky Red e Bim distribuzione, l’ultima fatica dei registi di pietre miliari del cinema d’autore europeo come Rosetta e L’enfant – Una storia d’amore, ci regala un ritratto di cinque giovani donne, Jessica, Perla, Julie, Naïma e Ariane, in una casa famiglia per ragazze madri. Tutte cresciute in circostanze difficili, lottano per ottenere una vita migliore per loro stesse e i loro figli. Intervistiamo i fratelli Dardenne in un incontro ristretto con la stampa, durante il loro soggiorno romano, scoprendo così il lavoro fatto su Giovani Madri, tredicesima pellicola nella loro folta filmografia.

Nel film sembra che la maternità per queste ragazze diventi, per certi versi, anche un modo per affermare la propria identità. È così?
Jean-Pierre: Sicuramente la maternità non è soltanto un fatto biologico, ma anche culturale e ideologico. Nella nostra esperienza, dal momento che abbiamo ovviamente visitato questa casa per giovani madri a più riprese, per raccogliere materiale per il film, spesso queste giovani donne vogliono diventare madri, assumere la figura materna come se fosse un modo per dare valore alla propria esistenza, emanciparsi e uscire da un contesto familiare che spesso è fatto di violenza. Questo è in perfetta antitesi invece, appunto, con una generazione di donne che ha rifiutato la maternità, in nome de “il corpo è mio e me lo gestisco io”, come rifiuto ad essere in qualche modo sottomesse. E questo, però, c’è da dire, è molto legato alla classe sociale di appartenenza, perché tutte le giovani donne che noi abbiamo incontrato, eccetto una, provengono da un ambiente molto povero. È vero che nel loro desiderio di diventare madri spesso il legame è rispetto comunque alla madre che hanno avuto, alla nonna che hanno avuto. È una dinamica che anche le psicologhe fanno fatica a comprendere, però è quasi un senso di rivalsa rispetto a quello che loro hanno vissuto ad opera delle proprie madri, di cui non vogliono ripetere l’esperienza. Spesso sono ragazze che hanno avuto un rapporto conflittuale con le madri che a loro volta sono state abbandonate e la figura paterna praticamente non c’è.

È questo anche un film che omaggia le donne e la loro forza? Nell’indagare queste storie, di cosa vi siete sorpresi di più?
Luc: Durante la prima visita nel centro che si vede nel film, dove allora eravamo andati per un progetto molto diverso sulla storia di una giovane donna con un neonato che vive all’interno di questa struttura, siamo rimasti assolutamente sconvolti, meravigliati e affascinati dalla percezione di vita che si respirava all’interno di quelle pareti. Questo non non vuol dire negare le difficoltà, i problemi e tutti gli ostacoli che si presentavano . Non c’era alcuna presenza maschile, salvo un tuttofare, ma per il resto erano tutte donne: le educatrici, la direttrice, la psicologa, tutte le figure che vediamo nel film. Alle donne viene insegnato come fare con questi neonati, i gesti, indipendentemente dalla loro decisione finale di tenere il bambino oppure di darlo in affidamento o in adozione. Queste giovani madri devono imparare a essere se stesse, a riprendersi in mano e a reinserirsi nella vita, perché spesso si tratta di donne che hanno interrotto gli studi e non hanno un lavoro e questo è sicuramente stato l’aspetto che ci ha meravigliato, questa essenza di vita così forte e anche la fragilità di questa vita. Da parte di tutte poi, anche le educatrici, anche la responsabilità di farsi carico di questa fragilità.

Pensate che sia possibile spezzare questa catena del trauma ereditario, di madre in figlia, specialmente in questi contesti più svantaggiati?
Jean-Pierre: Beh, sicuramente quello che che noi mostriamo nel film è questa possibilità, anche se ci vuole comunque l’aiuto delle educatrici. È ovvio che non tutte ci riescono, lo dimostrano le statistiche, ma la decisione che abbiamo preso noi è stata quella di caratterizzare ciascuna delle storie con una piccola luce di speranza di poter spezzare appunto, quella catena con il destino.

Il film, seppur focalizzato sulle storie di queste cinque ragazze, riesce a far luce anche sul lavoro delle educatrici. Quanto era importante mostrare anche il lavoro di quest’ultime per completare l’analisi che il film fa di questa particolare situazione?
Jean-Pierre: Era molto importante perché il loro è un servizio pubblico e il ruolo di queste educatrici è sostitutivo rispetto a quello della famiglia. Di fatto, in questi centri le ragazze trovano un sostituto della famiglia e imparano, senza alcuna forma di aggressività o di violenza, i gesti necessari affinché possano occuparsi dei loro neonati.

Come siete riusciti a non rendere la maternità, nel film, un valore assoluto?
Luc: Noi nel film raccontiamo cinque giovani donne che accidentalmente sono anche madri, ma sono ancora delle bambine. Nel film mostriamo i motivi per cui tutte e cinque sono arrivate al parto, ragioni strettamente legate al rapporto che loro hanno avuto (o subito) con le loro madri. Sostanzialmente mostriamo che la maternità non è qualcosa che viene da sé e che provi istintivamente, ma è qualcosa che si costruisce.

La sala cinematografica è sempre più in crisi. Voi che avete fatto la storia del cinema, nutrite speranze circa la sua sopravvivenza?
Jean-Pierre: purtroppo l’Italia sembra essere lo specchio dell’avvenire, del futuro di tanti altri paesi europei rispetto a questa crisi. Quello che dovrebbe essere introdotto a livello europeo è proprio un programma di istruzione al cinema, di formazione e i bambini e i ragazzi non dovrebbero trascorrere tanto tempo davanti a uno schermo di un computer o di uno smartphone, ma andare nelle sale, scoprire il piacere che dà l’esperienza collettiva di vedere un film. Certo, è difficile perché bisogna lottare contro interessi molto grandi che sono legati alle varie piattaforme e ai videogiochi. Siamo purtroppo diretti da governanti che non sembrano neanche più avere piacere nel leggere un libro, figuriamoci andare al cinema, al teatro e dobbiamo però sopportarli. Affinché il cinema torni ad essere una forma d’arte popolare, bisogna veramente chiedere che si introduca un corso di cinema da introdurre nelle scuole, come c’è il corso di scienze o di biologia.

Questo film, pur raccontando la storia di giovani donne, è molto politico poiché racconta la forza della comunità e la responsabilità della società rispetto ai singoli. Concordate?
Luc: La società democratica in cui noi viviamo, consente che esistano degli spazi dove alcuni esseri umani si prodigano per insegnare ad altri esseri umani a prendersi cura delle loro creature, senza alcun tipo di ossessione nella pratica che esercitano e né di ossessione rispetto a una produttività in termini monetari di questa attività che svolgono. E in tal senso, questo è un film politico perché racconta una storia generata in un luogo che esiste veramente, mura che esistono da 60 anni. Noi abbiamo deciso di girare il nostro film perché crediamo nei fantasmi e crediamo che queste mura li lascino passare.

19 Novembre 2025

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