L'ex segretaria generale della Cgil

Intervista a Susanna Camusso: “Solo vittimismo e repressione dal governo Meloni, paura della patrimoniale? Disuguaglianze un freno allo sviluppo”

«In Italia la distribuzione della ricchezza è fortemente sbilanciata, la progressività fiscale è solo un ricordo. Da democratici dovremmo proporre sistemi più equi, non essere impauriti dalla propaganda della peggior destra»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

18 Novembre 2025 alle 08:00

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Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica

Susanna Camusso, Segretaria generale della Cgil dal 2010 al 2019, oggi senatrice e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico.

“Scandalo italiano: la sinistra vuole tassare gli ultra-ricchi”. È il titolo di prima pagina de l’Unità in riferimento alla patrimoniale che indigna la destra. Ma non solo la destra. È ripartito il “fuoco amico” sulla Schlein sinistrorsa, succube di Landini, alla perenne rincorsa delle piazze ribelli e pacifiste. Come la vede?
Partirei da qualche considerazione oggettiva: la pressione fiscale con il governo Meloni è aumentata a danno di lavoratori, pensionati, imprese. Il fiscal drag ha ridotto gli effetti positivi dei rinnovi contrattuali – che a partire dai contratti pubblici già non hanno recuperato l’inflazione-, la norma sulle aliquote Irpef ridurrà ulteriormente la progressività fiscale. In sintesi, il nostro è un paese dove la distribuzione della ricchezza risulta fortemente sbilanciata, con una concentrazione patrimoniale estremamente elevata nelle mani di una ristretta élite. I dati Eurostat mostrano infatti che la metà più povera della popolazione (circa 30 milioni di persone) possiede complessivamente solo il 7,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco (circa 6 milioni di individui) ne detiene il 60%. Possiamo trarre da questi dati almeno due conclusioni: la prima che la progressività fiscale è un ricordo del passato e si continua a tradire la previsione costituzionale, secondo che il fisco non svolge la sua funzione fondamentale di ridistribuzione della ricchezza. Fa paura la parola patrimoniale? Mi pare davvero incredibile, spiegabile solo con l’idea che si subisce ancora il fascino dello “sgocciolamento”, quando sappiamo che le diseguaglianze sono un freno allo sviluppo oltre che una profonda ingiustizia sociale. Certo, si può ottenere lo stesso un buon effetto redistribuivo agendo sulla progressività delle aliquote e l’aumento del numero di scaglioni, e riunificando un sistema fiscale che oggi è corporativizzato per gruppi e condizioni senza alcun effettivo nesso con il principio fondamentale: chi ha di più può dare di più. I dati ci dicono però che siamo ben lontani da questo, che la situazione è ancor più grave per le nuove generazioni, e che chi scivola verso il basso è il cosiddetto ceto medio. Perché non si discute di questo e non si trova la sintesi più efficace, ma si grida allo scandalo contro proposte che puntano ad affermare una maggior giustizia sociale, invocando il riformismo per farsi fautori nei fatti dello status quo? Eppure, proprio in quanto democratici dovremmo proporre sistemi più equi, non essere impauriti dalla propaganda della peggior destra.

Insisto sul “fuoco amico”. “La sinistra ha voltato le spalle all’Italia”, afferma Romano Prodi. “Il PD si è spostato troppo a sinistra” rilancia Giorgio Gori…
Non sapevo che essere di sinistra fosse diventato un problema per chi dice di volere un’alleanza progressista e di rifarsi ad esperienze di cui la sinistra ha fatto parte integrante come quella dell’Ulivo. Forse la preoccupazione è data dal non vedere che la crisi della sinistra, della socialdemocrazia, derivano proprio dalla sottovalutazione delle diseguaglianze, dall’allargarsi della forbice nel reddito, nell’accesso alla cura e alla sanità, dall’insicurezza crescente sul lavoro, dalla prospettiva per i giovani di una vita che sarà più difficile e sacrificata della nostra. Intorno a noi la richiesta di risposte non è sulla gradazione di rosso della nostra collocazione politica, ma su quali priorità abbiamo: se pensiamo al lavoro e alle sue condizioni, se vogliamo contrastare la povertà, se saremo parte o esclusi dalle transizioni digitale ed ambientale, se continueremo ad essere un grande paese industriale o più poveri fornitori di servizi parcellizzati. Spiace, può apparire brusco ma non si può pretendere ancora di limitare gli interventi o rimandarli, perché è il continuo rinvio, la sbagliata classifica delle priorità che ha lasciato che le faglie si allargassero. Perché il contesto internazionale non porta incertezze e paure solo per i mercati o l’economia, ma anche per le persone che registrano nuove e terribili insicurezze date anche dalla manifesta impotenza di porre fine alle guerre.

Come un mantra, ripetuto ossessivamente, si sostiene, anche dentro il PD e nella stampa mainstream, che chi sta con la Cgil o con i pacifisti è sprovvisto di “cultura di governo”. Cosa è per lei “cultura di governo”?
Sarò all’antica ma non credo esista una cultura di governo in astratto, esiste un obiettivo politico quello di governare per attuare le migliori politiche possibili determinate dalla propria cultura e dai propri principi. Il governo è lo strumento, è la forma con cui eserciti un programma, non il fine in sé, perché se è l’unico fine si può governare con qualunque alleanza, qualunque programma, certo si esercita un potere ma diventa altro.

Che manovra economica è quella presentata dal Governo e in discussione in Parlamento?
Quella presentata dal governo Meloni è una non manovra, è sedersi sulla riva ed aspettare per vedere cosa succede, galleggiando tra qualche bonus o provvedimento temporaneo sperando che le agenzie di rating sorridano e che gli investimenti del PNNR tengano il paese sulla linea di galleggiamento e non arrivi la recessione. Nessuna politica espansiva, nessuna scelta sulle prospettive, neanche l’intervento sul costo dell’energia, uno dei più evidenti svantaggi competitivi delle imprese in Italia. Hanno tratto qualche insegnamento dai mesi passati, per esempio l’arretramento che hanno determinato sulla sanità. In questo caso mettono qualche risorsa in più, ma non ci sono scelte strutturali, a partire dallo sblocco sulle assunzioni, solo qualche fondo rialimentato e centralizzato. In questo modo non si dà la risposta necessaria sulla sanità territoriale ma possono vantare qualche misura parziale. Il buio è totale invece sulle politiche industriali, dopo i tagli dell’anno scorso, il fallimento di industria 5.0, mentre la crisi Ilva esplode dimostrando il fallimento delle scelte del ministro, mentre cresce la cassa integrazione: né risorse, né idee. Del fisco abbiamo detto, sul lavoro ancora qualche bonus, un intervento piccolo, temporaneo e limitato sugli aumenti contrattuali. Continuano a rifiutarsi di attuare il salario minimo e il lavoro povero e precario cresce. Ignorano la precarietà anche nella pubblica amministrazione, a partire dai precari nella giustizia, dove parlano di riforma perché indeboliscono la magistratura nella sua indipendenza, ma la giustizia per i cittadini e per le imprese continuerà ad essere una via crucis di anni per avere risposte, in particolare in quella civile. Le politiche sociali sono assenti: non autosufficienza, disabilità non hanno neanche il diritto alla citazione mentre si continuano a tartassare i comuni.

La Cgil ha proclamato per il 12 dicembre lo sciopero generale contro la legge di bilancio 2026, definita “ingiusta” e incapace di aumentare i salari. Già si sentono alzare le grida sulla piazza “estremista”.
La totale allergia di questo Governo alle critiche ci è ormai chiara, in perfetto contrasto con le parole di riconoscimento del valore delle piazze nel discorso di insediamento della presidente del consiglio. La triade vittimismo – colpevolizzazione – repressione è ormai la costante dei loro comportamenti e delle loro affermazioni. Con toni che crescono di volume ed intensità ogni giorno. È allergia alla critica e rifiuto di riconoscere la funzione ed il ruolo della rappresentanza sociale. Non c’è un Governo che spiega ragioni e contenuti, che si confronta, la risposta è l’aggressione continua al diritto di sciopero, la delegittimazione delle organizzazioni. In Senato si arriva a cercare di attaccare, sempre per emendamenti, il diritto di sciopero nella legge di bilancio, poi lo si ritira promettendo che sarà in altri provvedimenti. Allergici ed ossessionati. La verità è che il loro Governo si regge sulla propaganda e il timore è quello che si squarci il velo.

Tutto questo avviene in un modo marchiato dalle guerre e dai finti piani di pace. La Palestina sembra non far più notizia, eppure in Cisgiordania spadroneggiano le squadracce dei coloni, sostenuti dall’esercito israeliano, e a Gaza si continua a soffrire e morire.
Raccontare il mondo oggi si tradurrebbe in un lungo elenco di guerre, conflitti, violazioni e tradimenti del diritto internazionale e dei diritti umani. Un mondo in cui le guerre crescono e cresce non un’idea di difesa ma la corsa agli armamenti. La corsa agli armamenti sembra essere la vera risposta alla crisi del multilateralismo. Il multilateralismo, gli organismi internazionali sembrano essere ormai argomento di pochi affezionati per affermare pace e giustizia. E così un cessate il fuoco che era ed è essenziale per fermare il genocidio in Palestina diventa un piano di pace, ma dopo l’annuncio la pace non avanza, la destra in Italia e nel mondo continua a non vedere cosa accade in Cisgiordania, nei fatti difende i coloni aggressori, ignora la continua occupazione del territorio e gli aiuti che non arrivano, non vuole riconoscere lo Stato di Palestina, vorrebbe soffocare quel movimento soprattutto di giovani che di fronte alla strage di Gaza ha detto no al genocidio, no al doppio standard, no alla logica della guerra. Il nostro governo tenta di nascondere la sua divisione sul sostegno all’Ucraina, nei fatti abbandonata dal Presidente USA, che annuncia paci da lui dichiarate in ogni luogo solo per tirare una riga su un elenco che invece si allunga. Eppure, cominciare dal ripristinare l’inderogabilità del diritto internazionale e dei diritti umani sarebbe il un compito che l’Europa per prima potrebbe e dovrebbe fare proprio.

18 Novembre 2025

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