Al cinema

Profughi per sempre: il dramma della diaspora palestinese nel film “To a Land Unknown”

La pellicola, rigorosa e di taglio documentaristico, racconta l’odissea di due cugini che fuggono da un campo profughi in Libano per raggiungere la Germania, ma restano bloccati in Grecia

Spettacoli - di Chiara Nicoletti

15 Novembre 2025 alle 18:31

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Foto LaPresse/ Federico Bernini
Foto LaPresse/ Federico Bernini

Cita lo scrittore palestinese Edward Said e la sua lungimiranza nel guardare al dramma della diaspora, il regista Mahdi Fleifel all’inizio del suo To a Land Unknown, al cinema dal 13 novembre con Trent Film. Il film, che narra il viaggio doloroso di due cugini palestinesi, Chatila e Reda, fuggiti da un campo profughi in Libano e bloccati in Grecia, con il sogno di raggiungere la Germania, inizia infatti con questo promemoria, inciso bianco su nero: “In un certo senso è un po’ il destino dei palestinesi, non finire dove hanno iniziato, ma in un posto inaspettato e lontano”.

Mahdi Fleifel attinge dalla sua esperienza personale per raccontare questa storia, che si distingue dalle altre perché non parla dei palestinesi in Palestina ma di chi nella sua terra non ci vive da tempo ed è costantemente profugo. “Come figlio di profughi palestinesi cresciuto in Danimarca – chiarisce Fleifel – questa è stata la mia storia. La Palestina è un mosaico di tante storie e situazioni, in sostanza siamo un popolo in esilio. La mia esperienza è stata quella di concentrarmi su ciò che mi è vicino, e ciò che mi è vicino è l’esilio. Sono grato di non aver vissuto sotto occupazione israeliana e di non essere mai stato umiliato ai checkpoint israeliani ogni giorno; non ho quell’esperienza. Ma so cosa significa vivere in esilio, essere apolide, non appartenere”. Se non appartieni, diventi invisibile, ti ritrovi sospeso tra identità negate e confini invalicabili, è questo il viaggio doloroso che intraprendono i due protagonisti di To a Land unknown, lungo una sorta di processo di spersonalizzazione che subiscono, costretti ai margini del mondo, in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, tra disillusione, rabbia e un desiderio ostinato di riscatto.

Presentato con successo in alcuni dei principali festival internazionali, tra cui Cannes e Toronto, ottenendo ben 30 premi in 60 paesi e attestazioni di stima da personalità come Ken Loach, il film prosegue, come in un fil rouge sulla rappresentazione di chi vive “fuori campo”, il lavoro sui rifugiati palestinesi iniziato da Fleifel con il suo pluripremiato documentario A World Not Ours. Il regista racconta la genesi del suo lavoro, nelle note di regia, a corredo del suo film: “Sono uscito dalla scuola di cinema volendo fare fiction narrativa, ma ero disilluso dall’industria cinematografica. Così ho deciso di prendere una videocamera e andare “unplugged”, come un musicista. Sono andato a girare un documentario sul campo profughi palestinese dei miei genitori, che poi è diventato A World Not Ours: il mio personaggio in quel film, un amico d’infanzia, scappa dal campo, attraversa Siria e Turchia, e arriva in Grecia. Mentre lo filmavo in Grecia, si è aperto un nuovo mondo: quello dei giovani palestinesi che scappano dai campi in Siria e Libano e arrivano alla porta d’Europa, cioè la Grecia, solo per rimanere bloccati lì. “Questa storia non ha fine”, ho pensato, perché lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani aveva scritto lo stesso tipo di storia negli anni 60 con Uomini sotto il sole. All’epoca i rifugiati cercavano di andare a lavorare in Kuwait attraversando il deserto, ora era Atene il nuovo deserto urbano che i rifugiati palestinesi cercano di attraversare. Per anni ho pensato che sarebbe stato bello fare un adattamento cinematografico di Uomini sotto il sole ambientato nell’Europa moderna, con Atene come culla della civiltà moderna. Ho cercato di realizzare questo film dal 2011. Ma ho capito che era impossibile finanziare questo progetto per me, regista palestinese, in esilio, che fa un film in esilio sugli esiliati. Inizialmente ho pensato a un documentario ibrido, credevo che sarebbe stato più economico e facile da realizzare. Ho contattato Geoff Arbourne, che è poi diventato il mio principale produttore, e inaspettatamente il progetto si è ampliato rapidamente: mi sono ritrovato a girare su pellicola, in ordine cronologico, coinvolgendo attori professionisti e una vera sceneggiatura”.

Questa la ragione per cui, complice il desiderio di rendere i protagonisti di questa storia più umani, concreti, tangibili possibile e permettere alla finzione di lasciare il posto alla vera rappresentazione dei fatti, To a Land of Unknown ha un chiaro approccio documentaristico. Conferma il suo regista: “Volevo rappresentare questi personaggi nel modo più autentico possibile, accompagnandoli affinché gli spettatori potessero accedere a un mondo che altrimenti non conoscerebbero. Per il pubblico occidentale, queste persone spesso restano solo statistiche, prive di umanità. Non si conoscono i loro sogni, le loro paure, le loro speranze”. Per tenere fede ad una rappresentazione della realtà che fosse la più corretta possibile, pur essendo coinvolto emotivamente in ciò che racconta, Mahdi Fleifel non edulcora, il suo sguardo e la sua macchina da presa non giudicano le azioni dei personaggi, non definiscono buoni o cattivi, si limitano a mostrare tutto, senza filtri. Reda e Chatila si dedicano ad attività immorali come il furto e lo sfruttamento degli altri, ma, come sottolinea il regista, rappresentano due lati della stessa persona.

“Era interessante avere il tipo “morbido” e quello “duro”, uno contro l’altro – osserva Fleifel. Ho incontrato molte persone come Chatila e Reda, quelli che ce l’hanno fatta e quelli che non ce l’hanno fatta”. “Ho cercato di mettermi nei loro panni – prosegue. Cosa farei se mi trovassi privato di tutto: diritti umani, cittadinanza, documenti, denaro, sostegno, persino dignità? Come sopravviverei in queste condizioni? Reda e Chatila hanno i loro modi di affrontare la situazione”. Con lo stesso occhio non giudicante, To a Land Unknown non si tira indietro neanche al momento di rappresentare ancora un’altra faccia di una situazione insostenibile, quella di chi sceglie di pensare per sé, senza fare sistema, comunità, pur condividendo un destino. Quell’ennesimo rovescio della medaglia è impersonato da Marwan, un trafficante palestinese che, agendo senza solidarietà verso gli altri palestinesi, si muove solo per affari nel produrre passaporti falsi. “È un mondo spietato, dove le emozioni non contano – ricorda il regista – Marwan rappresenta un’altra faccia di questo universo. Se il film fosse stato una serie TV, avrei approfondito di più il suo personaggio. Immagino che anche Marwan, come Reda e Chatila, abbia dovuto imparare a proprie spese”. Con To a land unknown Mahdi Fleifel mette in scena una storia universale sull’erranza, la perdita e la resistenza, restituendo dignità e voce a quelli che il mondo preferisce non vedere.

15 Novembre 2025

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