L'ex premier
Prodi all’arrembaggio del Pd di Schlein, l’ex premier vuole un’alternativa moderata a Meloni: la sinistra è “bertinottismo”
La domanda è questa: l’obiettivo della politica è prendere il potere e poi conservarlo, o provare a cambiare l’Italia (o il paese dove si vive)?
Politica - di Piero Sansonetti
Romano Prodi ha rilasciato un’intervista al “Corriere della Sera” per prendere la guida ideologica, diciamo così, delle truppe sbandate del centrismo. Detta la linea. Spiega che non può essere il Pd – o comunque non può essere questo Pd – a dirigere l’opposizione alla Meloni, perché il Pd, in mano alla Schlein, è un partito di sinistra. E una alternativa di governo non può essere costruita su una proposta di sogni ma ha bisogno di concretezza e moderazione.
La concretezza – dice Prodi – sta al centro. Prodi è un cattolico convinto, possiamo anche definirlo un cristiano democratico, ma certo non è Bergogliano. Il solo sospetto di proposte ideali o politiche radicali lo fa inorridire. Uno schieramento alternativo alla Meloni che chieda l’accoglienza per i profughi, che non freni l’immigrazione, che proponga la patrimoniale, il salario minimo, forse anche il reddito di cittadinanza e che si ispiri al sindaco di New York, o al laburista Corbin o al radicale Sanders per Prodi è vocazione al suicidio. E qual è allora la sua idea di Alternativa? Prodi dice che Meloni non ha combinato niente. Che l’economia va male e va male l’assetto sociale del paese. Non c’è sicurezza, l’impresa balbetta. Meloni ha promesso, ha promesso, ma l’unica cosa che sa fare è “durare”. E se dura lo fa grazie alla mancanza di un’alternativa. Quindi, pare di capire, si tratta di costruire uno schieramento capace di realizzare quel programma politico che Giorgia Meloni non sta riuscendo a realizzare.
L’idea di Prodi è abbastanza chiara. Ed effettivamente può avere una grande presa sulle truppe centriste che gravitano dentro il Pd, alla sua destra, o a metà strada tra il Pd e Forza Italia. È questa: non si tratta di costruire una alternativa di progetto. Qualunque alternativa di progetto è perdente. Bisogna semplicemente costruire una alternativa di schieramento. Cioè sostituire un ceto politico debole e inadeguato, come quello di Meloni Salvini e Lollobrigida, con un ceto politico moderato, più colto, più moderno, più capace. Prodi in realtà, si sa, è un vecchio democristiano. Non ha mai guidato un partito e nemmeno ha mai guidato uno schieramento di opposizione. Ha sempre e solo operato come uomo di governo, o addirittura come premier o presidente.
È un funzionario dello Stato. Nell’ultimo mezzo secolo è stato ministro, presidente dell’Iri, capo del governo, presidente dell’Europa. Alcune biografie dicono che fu il fondatore dell’Ulivo, cioè dell’alleanza di centro sinistra che guidò l’Italia per cinque anni al tramontare del secolo scorso. Però non è vero. L’Ulivo lo crearono D’Alema, Veltroni e Rutelli, e decisero di mettere il professore a capo del governo, anche perché, proprio in virtù del suo scarso interesse per la politica-politica, e per la debolezza della sua leadership, avrebbe permesso ai partiti di guidare comunque la danza. La tendenza di Prodi al governismo prende oggi un’importanza decisiva. Perché l’idea di quelli che solitamente vengono chiamati riformisti – da Calenda ad alcuni settori del Pd – è esattamente quella: al governo ad ogni costo. E questa corrente di pensiero politico non è lontana neanche dalle aspirazioni e dalle strategie di Conte. Che infatti negli ultimi giorni ha compiuto un salto acrobatico a destra, opponendosi a una tassa sui ricchi e annunciando che la sinistra deve optare per una politica che metta al primo posto la sicurezza e dunque anche la lotta all’immigrazione.
Del resto lo scontro tra due concezioni opposte della politica è molto antica. E riguarda tutti, ma in particolare la sinistra. La domanda è questa: l’obiettivo della politica è prendere il potere e poi conservarlo, o provare a cambiare l’Italia (o il paese dove si vive)? La destra non si è mai divisa troppo su questo dilemma. Anche perché c’era la Democrazia Cristiana, una volta, custode arcigna del potere ma disponibile alle riforme. Pensate che la guardia svizzera del potere, Andreotti, per il quale il potere era quasi una religione, presiedette alla fine degli anni 70 il governo più riformista della storia d’Italia. La sinistra invece è sempre stata lacerata su questo terreno. Da Togliatti in poi. Berlinguer era un leader assolutamente impermeabile al desiderio di potere. E condusse il Pci ad avere un grande peso sul governo e sul cambiamento del paese, senza mai mettere neanche piede nel governo. I riformisti di quel tempo, che si opposero al segretario, erano di diverso avviso. Per loro entrare nel governo era tutto. Diciamo che I riformisti erano ancora molto leninisti (conquista del palazzo d’inverno) e Berlinguer era gramsciano (egemonia). Sfumature? No, un abisso.
L’attacco di Prodi è in effetti una bordata formidabile contro Elly Schlein. Il suo timore è che se la leadership della Schlein cresce, la sinistra moderata è costretta ad assumere il ruolo di “junior partner”. Prodi neanche concepisce la possibilità di un centro che assuma questo ruolo. E così ha deciso di scendere in campo, e per caricare col veleno le sue frecce ha ritrovato la parola odiata: bertinottismo. Vade retro sinistra.
Questo mi pare il problema dei problemi. L’idea di Prodi è quella di un Italia dove due forze diverse si contendano il campo moderato. E dove la sinistra sparisca. La nuova borghesia, sovranista o prodista, è tornata quella degli anni sessanta: fuori la sinistra, solo il liberismo puro può guidare il futuro e deve liberarsi di lacci e lacciuoli. Prodi pensa che Schlein sia un laccio.