L'iperattivismo del leader padano

Perché Salvini trama lo Stato di Polizia: si gioca tutto in Veneto, dove Meloni minaccia il primato della Lega

La vittoria in Veneto, con Zaia in lista, non è in discussione. Ma se FdI prendesse il sopravvento, sarebbe crisi nera. Si spiega così il nuovo draconiano dl sicurezza

Politica - di David Romoli

14 Novembre 2025 alle 08:00

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

L’iperattivismo frenetico di Matteo Salvini è sotto gli occhi di tutti. Si dimena e si agita, invade il campo degli altri ministri, gli capita di imbarazzare e irritare i partiti alleati e a volte persino la sua Lega. La spiegazione di tanto dinamismo è semplice: si avvicinano le elezioni in Veneto, per il leader della Lega vincerle è quasi questione di vita o di morte e la missione non è affatto facile.

Non che ci siano dubbi sulla vittoria del centrodestra. Neppure nei suoi sogni più proibiti il centrosinistra ha mai immaginato di poter conquistare la roccaforte veneta. Vincerà il candidato della destra Alberto Stefani, promessa rampante della Lega. Salvini ha piegato la resistenza strenua della premier, che voleva assolutamente piazzare la bandierina tricolore, ma a prezzo altissimo. Per ridiscutere quel prezzo e per riaffermare la centralità della Lega nelle regioni motore d’Italia a Salvini non basta la vittoria del suo candidato. Deve tornare a essere primo partito superando FdI e lo ripete ossessivamente al suo stato maggiore. È una missione quasi impossibile. Nelle elezioni regionali del 2020 la Lega stava al 16,9%, percentuale da sommarsi allo schiacciante 44,5% della Lista Zaia, leghista ma direttamente legata al doge. FdI doveva accontentarsi del 9,5%. Due anni dopo, alle politiche, il quadro era rovesciato: FdI al 32,7%, Lega al 14,5%. Le europee del 2024 confermavano la superiorità indiscussa del partito di Giorgia: 37,6% contro il 13,1% del Carroccio. Le regionali sono sostanzialmente diverse dalle politiche e dalle europee ma il vantaggio dei Fratelli appare comunque difficilmente recuperabile.

Le conseguenze a breve sarebbero l’obbligo per Salvini di rispettare gli impegni presi in privato con Giorgia e che invece ha tutte le intenzioni di rimettere in forse. Si tratta della promessa di mettere in campo un candidato presidente tricolore nelle prossime elezioni in Veneto e di circondare Stefani con una marea di assessori targati FdI, tanti e di tale peso da rendere il presidente un ostaggio con pochissimo potere effettivo. Per rimettere tutto in discussione Salvini deve per forza battere la premier domenica e lunedì prossimi nel Veneto. Il quadro è però ben più fosco. Il primato del partito tricolore nella regione chiave del nord-est sancirebbe probabilmente una volta per tutte la fine della centralità della Lega nel nord, sopravvissuta grazie alla spregiudicatezza di Bossi persino allo tsunami berlusconiano degli anni 90. Il Carroccio sarebbe ridotto definitivamente a forza secondaria.

La carta che gioca Salvini è prima di tutto il nome di Zaia, capolista in tutte le province. È una carta fortissima che garantisce ampi margini di recupero anche se non così netti come sarebbe stata la presenza in campo di una lista Zaia. Però potrebbe non bastare. Salvini si è dunque industriato per coprire l’area lasciata vacante dai due partiti avversari: quella del populismo di destra. Ha guidato la crociata contro le banche, sconfitta perché la premier con la destra sociale non ha e non vuole avere niente a che fare, essendo la sua una classica destra nazionalista ma anche liberista. Si mette di mezzo sull’acquisto di armi per l’Ucraina, non tanto in funzione filorussa quanto per rivendicare il no alle spese militari se non in funzione strettamente nazionalista. Insiste per allargare ulteriormente il concordato fiscale, estendendolo a quanti sono ancora oggetto di accertamenti. E naturalmente cavalca il destriero sempre utilissimo della sicurezza, con speciale menzione per gli immigrati.

Per giorni Salvini ha giocato sull’ambiguità, promettendo e annunciando un decreto sicurezza di cui nel governo non sapeva niente nessuno. Poi ha fatto presentare una semplice proposta di legge dai suoi parlamentari, ma guidati dal sottosegretario alla Giustizia Ostellari, in modo da foraggiare ulteriormente l’ambiguità. Ostellari infatti si è detto incerto sullo strumento che dovrebbe veicolare le 14 regole più una della proposta: forse ddl, e se ne parlerebbe chissà quanto, ma forse decreto, ipotesi fulminea ma in realtà molto improbabile. La proposta è da stato di polizia, una specie di tolleranza zero elevata a ennesima potenza. Legittima difesa per chiunque “difende se stesso o la propria casa”, come dire una licenza di uccidere i malintenzionati di turno, veri o presunti.

Fine dell’obbligo di iscrizione nel registro degli indagati per gli agenti che uccidono o feriscono “per difendersi” e si può essere certi che saranno tutti casi di legittimissima difesa, sgombero a passo di carica degli stabili occupati, anni di galera per chi non rispetta l’alt della polizia, obbligo di cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni, interventi draconiani sulle nuove emergenze, che poi sono i soliti scippi allargati però stavolta alle “baby-gang”, giro di vite a tripla mandata sui migranti clandestini, quelli da “remigrare” come Stephen Miller comanda. Se mai verrà varato, il pacchetto che serve a Salvini per conquistare voti nel Veneto farà sembrare la New York di Rudy Giuliani un modello di tolleranza.

14 Novembre 2025

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