La gara a destra

Salvini fa il Trump e sfida Meloni: all’assalto su sgomberi, espulsioni e manovra

Il leader leghista ha lanciato da Bari un nuovo decreto sicurezza ancora più duro per superare FdI almeno in Veneto: “Fuori dalle balle gli immigrati”

Politica - di David Romoli

12 Novembre 2025 alle 08:00

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Foto Nino Ratiani / Lapresse
Foto Nino Ratiani / Lapresse

Salvini irrefrenabile, a tutto campo, scatenato al punto di imbarazzare la premier e i colleghi ministri. Promette un decreto sicurezza dal pugno durissimo: legittima difesa estesa ai confini della licenza, sgomberi degli edifici occupati a passo di carica, nuova stretta sull’immigrazione o meglio sulla “remigrazione” perché per il leghista, come per il suo idolo d’oltre Atlantico, non si tratta più di impedire gli ingressi ma di rispedire gli irregolari a casa propria. E se rischiano la pelle affari loro.

Del decreto draconiano la premier non sa niente. Il ministro Piantedosi, al quale spetterebbe occuparsi di simili faccende che non dovrebbero riguardare invece il ministro dei Trasporti, neppure. Però improvvisa e se la cava: “Io parlo sempre con Salvini, ci stiamo lavorando. L’attività legislativa è un cantiere sempre aperto. L’applicazione pratica delle norme che abbiamo varato richiede sempre una rifinitura. Stiamo lavorando ad alcune cose che possono accompagnare il lavoro degli operatori di polizia”. Può voler dire tutto o niente. Salvini ha annunciato il decreto all’americana due giorni fa a Bari, appena sceso dal palco dove aveva letteralmente “impallato” la premier passando direttamente a toni e parole da osteria: “Il problema è pretendere che chi arriva a Bari rispetti la nostra cultura, la nostra religione, la nostra Costituzione. Quelli che non sono disposti a farlo, cristianamente e generosamente fuori dalle palle”.

Non è l’unico fronte sul quale il leghista sia passato all’attacco, in vista delle prossime elezioni in Veneto soprattutto ma non solo di quelle. La manovra sta per affrontare la prova degli emendamenti. Salvini dice apertamente che in aula il testo può e deve cambiare. Il suo partito presenta una raffica di emendamenti da fare invidia all’opposizione con due cavalli di battaglia: la cancellazione della tassa maggiorata sugli affitti brevi, battaglia combattuta fianco a fianco con Forza Italia e già vinta, ed estensione della cosiddetta “pace fiscale”. Dovrebbe riguardare anche le persone oggetto di accertamenti fiscali e non quelle già in conclamati guai. E già che ci siamo, perché non tirare fuori dal cilindro una flat tax anche per gli under 30 assunti a tempo indeterminato? Giorgetti non ha detto di no. Si è limitato a ricordare che tutto si può fare, purché i saldi non si spostino di un millimetro. Gli emendamenti che reclama il capo leghista, se saranno accolti, dovranno essere coperti da fondi sottratti ad altre voci.

L’impetuosità del leghista ruggente si spiega certamente con le imminenti elezioni in Veneto. Che vinca il candidato della destra, cioè il giovane leone leghista Stefani, è sicuro ma non è quello l’esito che occupa e preoccupa Salvini. Bisogna superare FdI, che nelle ultime prove elettorali ha surclassato il Carroccio, e tornare primo partito. A questo serve la presenza in testa a tutte le liste dell’asso di briscola Luca Zaia, che voti ne dovrebbe calamitare parecchi. Ma a questo serve anche la foga securitaria del gran capo.

In più Salvini deve allo stesso tempo staccarsi da Vannacci, che ormai è considerato nella Lega come un virus, senza però perdere quella parte dell’elettorato che dalle intemperanze del generale nostalgico è attratto. Vannacci è stato letteralmente “bandito” dalla campagna elettorale nel Veneto: la Lega “nordista”, che già non lo sopportava, aspettava solo una sconfitta in campo aperto come quella in Toscana per spingerlo con le cattive verso la porta d’uscita. Del resto non è affatto escluso che Salvini, temendone la popolarità in quel momento alta, abbia spedito l’alto ufficiale nella trappola toscana proprio per bruciarlo.

Senza dirlo apertamente il capo leghista prende le distanze dal generale e dalle sue simpatie per il ventennio: “Il fascismo è stato archiviato e sconfitto dalla Storia. Lo lascio agli storici”. Quella ringhiosa postazione però va occupata perché a una parte dell’elettorato piace e perché altrimenti Vannacci, che in effetti già starebbe pensando all’addio, potrebbe erodere consensi. Niente di meglio, per parlare a quella destra estrema, di un linguaggio ripreso però non dal passato che, con tutte le sue molte ombre, rischia di allontanare molti più elettori di quanti non ne attiri. Dal presente invece, da Washington e magari da uno degli uomini più potenti dell’amministrazione adorata: Stephen Miller, il papà della “remigrazione”.

12 Novembre 2025

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