Il business dell'IA
Il business dell’AI tra rischi e opportunità: la bolla big tech minaccia Trump
L’ondata di ribassi che ha colpito società come Nvidia e Meta è dovuta a una sopravvalutazione della redditività dell’intelligenza artificiale. E potrebbe costare agli Usa 2 punti di pil e un crollo dei consumi
Esteri - di Cesare Damiano
La scorsa settimana alcune tra le più grandi aziende tecnologiche comprese nell’indice Nasdaq come Nvidia, Meta, Palantir e Oracle sono state oggetto di un’ondata ribassista sui propri titoli. Dunque, potremmo essere a un punto critico per un settore che ha attratto per lungo tempo investimenti enormi, come anche nel caso di Open Ai, Fondazione e, da pochi giorni, impresa “for profit”, madre di ChatGPT. Investimenti trascinati dal massiccio “hipe”, termine che, nel gergo del marketing, rappresenta una strategia per creare forte interesse e anticipazione e che potremmo semplificare nel vecchio termine “battage pubblicitario”, fondato sulle aspettative per le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale.
Da tempo molti analisti e, di recente, importanti investitori, hanno cominciato ad avvertire che il settore tech stava attraversando una vera e propria bolla speculativa. Insomma, le valutazioni dei titoli delle imprese Big Tech sono considerate da molti osservatori sopravvalutate rispetto agli utili e ai ritorni economici effettivamente generati dagli investimenti nell’AI generativa. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology – “State of AI in Business 2025” – spiega che solo una minima parte, ossia il 5% dei progetti basati sull’intelligenza artificiale, genera realmente valore. Dunque, il dubbio sulla ipervalutazione delle aziende concentrate sull’AI si fa sempre più diffuso. Ora, le aziende colpite dai ribassi possono iniziare a ballare molto pericolosamente.
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Cosa significa questo in senso generale?
Nel primo semestre del 2025 gli investimenti massicci in infrastrutture per l’intelligenza artificiale di queste aziende, peraltro tutte estremamente vicine all’amministrazione Trump, sono stati uno dei principali elementi che hanno trascinato la crescita economica negli Stati Uniti. In particolare, i finanziamenti veicolati nei giganteschi data center necessari a sostenere le operazioni delle IA generative. Se la bolla dovesse esplodere e questi investimenti si interrompessero improvvisamente, la crescita economica negli Usa rallenterebbe in modo brusco. Il rischio, insomma, è quello di poter vivere una nuova crisi sistemica non tanto dissimile da quella della bolla delle compagnie tecnologiche dette “dot-com”- società di servizi che svolgevano il proprio business attraverso Internet – che si sviluppò alla seconda metà degli anni 90 ed esplose nel 2000.
Con quali conseguenze?
A parere degli analisti, un tale crollo di ricchezza e fiducia causerebbe un calo della crescita dei consumi prevista in circa 3,5 punti percentuali e una contrazione di 2 punti di Pil. E siccome le conseguenze di una simile crisi che si generi negli Stati Uniti sarebbero inevitabilmente globali, data la forte esposizione internazionale dei titoli tecnologici americani, anche gli investitori di tutto il mondo potrebbero subire perdite enormi. Naturalmente, crisi simili portano effetti-cascata. E se i mercati americani si contraessero violentemente ne risentirebbe il dollaro, che già subisce una tendenza al deprezzamento rispetto ad altre valute. Sarebbe un altro fattore che indebolirebbe ulteriormente la tenuta della domanda globale e la stabilità finanziaria generale. In questo momento storico il settore tecnologico è un fattore di primo rilievo dell’economia globale: un crollo di questo mercato avrebbe un impatto a catena su molti settori produttivi che dipendono dalle tecnologie digitali e dall’innovazione.
Le potenziali conseguenze le abbiamo già viste nel 2000 e poi, terribilmente, nel 2008: chiusure e riduzioni dell’occupazione. In questo caso assisteremmo anche a un rallentamento generale della transizione digitale considerata, oggi, il perno fondamentale dello sviluppo.
Se un tale e malaugurato caso dovesse verificarsi scopriremo se qualche lezione del passato è stata compresa. Soprattutto, nel merito delle misure che saranno adottate dalle istituzioni pubbliche e finanziarie per contenerne le conseguenze. “Too big to fail”, troppo grandi per fallire, fu l’espressione resa famosa dalla crisi economica globale del 2008. L’aspetto inedito che potemmo scoprire è ciò che Donald Trump ha dimostrato in questa sua stagione alla guida degli Stati Uniti: lui non è amico di nessuno. E le conseguenze per gli altri, che siano imprese, lavoratori, interi Paesi, non sono esattamente in cima alle sue preoccupazioni.