La proposta della Cgil
Ecco perché la patrimoniale è una misura riformista
Parlare di misura bolscevica è soltanto la maniera per fare ammuina. Non c’è niente di più riformista che risollevare le condizioni di vita di chi scivola verso il basso. Togliendo qualcosa a chi ha di più: è democrazia
Politica - di Roberto Morassut
In un paese nel quale l’80% delle famiglie è proprietaria della propria casa, in un paese di risparmiatori accorti e frugali, parlare di “patrimoniale” può essere molto complicato ed è facile per gli oppositori ad una giusta misura di equità e giustizia fiscale e sociale creare confusione e agitare lo spauracchio dell’espropriazione, del sopruso, del bolscevismo evocando l’idea delle guardie rosse che arrivano a svuotare i magazzini dei kulaki riducendoli alla fame, oppure disegnando lo scenario di una biblica fuga di capitali tale da ridurre il paese alla fame , alla depressione, al sottosviluppo. Non scherziamo, signori! Non scherziamo cari amici e compagni “formisti”! Il “riformismo” della cravatta ben messa, del tono “english”, della composizione a ogni costo di interessi diversi, della ricchezza che va comunque tutelata perché è la premessa dell’investimento produttivo non è riformismo, soprattutto in quest’epoca.
Ogni epoca ha il suo riformismo
Riformismo è una politica mirata a sollevare le condizioni di vita di chi scivola in basso nella scala sociale e spesso non per propria colpa o demerito o scarso talento ma perché stritolato da un capitalismo che senza redini pubbliche può finire per distruggere persino le sue stesse basi etiche codificate da Lutero in poi passando per Locke, Kant, Weber. La storia del Novecento e la divisione nel movimento socialista tra riformisti e rivoluzionari hanno creato delle deformazioni che ancora oggi pesano sulle nostre categorie mentali ma essere riformisti è spesso, quando serve, essere radicali nel quadro delle regole democratiche e nelle forme pacifiche della lotta politica e sociale che non esclude però la dialettica e il confronto di classe. L’introduzione di una misura che genericamente definiamo “patrimoniale” – ma che può essere tradotta in tanti modi – è una misura riformista. Un contributo di solidarietà da parte dei titolari di quelle grandi fortune, patrimoni, rendite che si sono enormemente ampliate grazie agli effetti della globalizzazione finanziaria per finanziare il potenziamento dei servizi, l’aumento dei salari, gli investimenti in opere pubbliche ed infrastrutture, le politiche abitative è una misura da veri riformisti. Invito tutti, ancora una volta, a rileggere il mirabile discorso di Filippo Turati in Parlamento alla vigilia del fascismo, dal titolo “Rifare l’Italia”: un discorso riformista ma orgogliosamente rivoluzionario nei suoi obiettivi finali. Invito tutti a leggere i saggi di Massimo L. Salvadori che ha definito Matteotti un “riformista rivoluzionario” per la sua radicale visione della questione della pace e della tutela delle classi deboli.
Il proletariato, signori, è tornato.
Una famiglia monoreddito con 1200-1300 euro di salario mensile deve mandare i figli a lavorare, indurli ad abbandonare la scuola o gli studi per lavori precari o spesso illegali. Di fronte a tutto questo chiedo se il principio di una misura “patrimoniale” non sia minimamente giusto o non sia a pieno titolo da considerare una misura riformista. Certamente il principio va poi tradotto nel pratico. E qui ho da dire alcune cose.
Primo. La soglia proposta dalla Cgil è una soglia bassa. Migliaia di famiglie possono essere titolari di un patrimonio netto di due milioni di euro che sia frutto di risparmi, faticosi investimenti, piccole eredità. Bisogna fare molta attenzione a non cadere nel pauperismo e spalancare la porta agli avversari di importanti riforme fiscali. Occorre un approfondimento tecnico, statistico molto rigoroso ma occorre puntare a fortune molto più grandi e parlare davvero di “super ricchi”.
Secondo. Non è vero che l’introduzione di una misura patrimoniale giusta e ben collocata impoverisce il ceto medio. Al contrario: risolleva con i suoi obiettivi di aumento della spesa sociale il ceto medio impoverito.
Terzo. Non è vero che questa misura troverebbe l’opposizione degli italiani. Molte associazioni hanno stimato il livello di consenso intorno al 70%, sempre ammesso che non si parli di una misura che si traduce in una vessazione di massa anche su piccoli settori agiati.
Quarto. L’introduzione di una giusta misura di tipo “patrimoniale” va accompagnata da altre contestuali azioni di riduzione della spesa pubblica e di lotta all’evasione e recupero della enorme massa di risorse indisponibili entro la quale si nasconde per buona parte anche l’economia criminale. Quindi lotta senza quartiere alle mafie e alle organizzazioni criminali.
Quinto. Non è vero, anzi rischia di apparire un alibi, che una misura di tipo patrimoniale potrebbe essere efficacemente applicata solo su scala europea o internazionale. Dire questo è buttare la palla in tribuna perché si può agire sulle grandi rendite immobiliari agendo “alla fonte”. Come? In primo luogo, riformando tutta la materia degli oneri di costruzione e urbanizzazione per le grandi trasformazioni edilizie per le quali oggi i Comuni – a corto di risorse – non beneficiano che del 2-3% sul totale dei profitti mentre nel resto d’Europa si viaggia tra il 20 e il 50%. Siamo, qui da noi, al classico “piatto di lenticchie” e la vicenda di Milano e non solo, lo dimostra.
Infine. Dire che la destra è contraria alla patrimoniale non mi sorprende. Perché da cento anni la destra è illusione di parole e difesa degli interessi forti. E non è propaganda ma una realtà storica. Se Meloni riduce di un’anticchia l’Irpef per le fasce medie, regalando un caffè ogni due giorni, il campo largo può fare molto di più e meglio mettendo in campo una proposta riformista forte che abbia il segno di un aumento della spesa sociale e dei salari o anche di grandi operazioni di politica industriale come la nazionalizzazione di Ilva. Mitterrand governò la Francia con polso fermo e con misure riformiste forti degne della migliore tradizione socialdemocratica europea.
Bene. E ancora possibile vederlo come un modello. C’è lo spazio per una politica democratica e socialista anche su scala nazionale. La Spagna lo dimostra. Ed è la sola strada per cambiare e scuotere l’Europa. Forse è la strada di un sano sovranismo democratico e aperto all’Europa. Un sovranismo compositivo. Questo dibattito può essere fecondo per la sinistra italiana e utile per chi soffre e può ritrovare al suo fianco le antiche bandiere.