La destra alla berlina
Sciopero generale del 12 dicembre, la stizza di Meloni: dopo la bocciatura di Istat e Bankitalia tira aria di bufera
Landini annuncia la mobilitazione contro la manovra il 12 dicembre e replica: “Non ha rispetto”. Premier e Salvini stizziti: dopo la bocciatura di Istat e Bankitalia per il governo tira aria di bufera
Politica - di David Romoli
Landini proclama uno sciopero generale che, a fronte di una manovra colpita e affondata praticamente da tutte le istituzioni che sono sfilate di fronte alla commissioni Bilancio, è quasi un atto dovuto. La reazione della maggioranza non è tracotante come in altre occasioni, anche se sembra sempre la stessa. Ma diverse sono le circostanze e il contesto: l’arroganza di Giorgia Meloni è diversa da quella di Matteo Salvini e compagnia sprezzante, che suona invece come ottusa perché sostanzialmente molto debole.
La premier ritira fuori la solfa dello sciopero proclamato apposta di venerdì. Tenta la carta dell’ironia: “In quale giorno cadrà il 12 dicembre?”. Salvini si accoda e rilancia: “Invitiamo Landini a rinunciare al weekend lungo e organizzare lo sciopero in un altro giorno della settimana”. È un ordine di scuderia, non una battuta infelice come ne capitano. Le agenzie di stampa vengono invase da esponenti dei tre partiti di maggioranza tutti scandalizzati dalla scelta del giorno dello sciopero, dai diritti che scioperando si negherebbero non si capisce bene perché ai cittadini, sul “diritto di sciopero che non può diventare licenza di bloccare il Paese” e chissà cosa altro dovrebbe fare uno sciopero. La chiassata sul maledetto venerdì serve anche, se non soprattutto a glissare sulla sostanza del problema: la manovra è iniqua e lo hanno certificato tutti. Dà molto poco a tutti, incluse le fasce più ricche che prendono molto più degli altri. Ma è sempre poca, pochissima roba. Il disastro è politico e simbolico: quando si ha pochissimo da distribuire, privilegiare i più svantaggiati sarebbe almeno un segnale politico e dividere equamente sarebbe dar prova di imparzialità. Avvantaggiare gli avvantaggiati è un’indicazione politica precisa e il segno di un’ideologia in nome della quale le fasce alte non devono mai essere toccate.
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Alle richieste della Cgil – aumento dei salari più poveri d’Europa, detassazione di tutti i contratti pubblici e privati, restituzione del Fiscal Drag e investimenti massicci sulla Sanità, che è oggi il primo problema degli italiani – governo e maggioranza oppongono solo battute triviali perché sanno benissimo che il problema c’è e che la politica di austerità che hanno scelto non permette neppure di pensare a come affrontarlo. Quel che allarma nel segnale proveniente da New York non è il trionfo della cultura “wokista”, che Mamdani ha in realtà evitato il più possibile di sfoggiare. È la consapevolezza di quanto su quel voto abbiano pesato condizioni materiali che da questa parte dell’Atlantico e in Italia in particolare sono molto simili se non identiche: prezzi alle stelle, potere d’affitto in picchiata, impossibilità di curarsi per milioni di persone, emergenza abitativa.
Giorgia e il suo monocorde coro fingono inoltre di ignorare la proposta precisa che il segretario della Cgil avanza e che tutta la maggioranza evita di citare anche solo per confurla o negarla. Iniquità della manovra a parte, il problema centrale sono le casse vuote. La legge di bilancio pensata “per il ceto medio” scontenta anche le componenti più alte di quel ceto e figurarsi quelle più basse per la sua inaudita povertà. Per spendere bisogna prima riempire un po’ i forzieri. La Cgil suggerisce di farlo tassando di più l’1% ricchissimo della popolazione. Le trivialità sul weekend lungo coprono il silenzio imbarazzato del governo di fronte a una proposta che non è bolscevica e quasi neppure socialdemocratica ma, nella situazione data, solo ragionevole.
Ma nella furia del governo che arriva ai confini del mettere apertamente in discussione il diritto di sciopero trapela anche la difficoltà in cui versa per la prima volta dalle elezioni politiche il centrodestra. La manovra misera e pure iniqua ha un costo in termini di popolarità e potrebbe essere un costo alto. La replica che esalta i “conti in ordine” difficilmente riconsolerà chi deve rinunciare a curarsi. Col caso Almasri piove sul bagnato perché un governo come quello di Giorgia Meloni, con la sua retorica tutta centrata su serietà e pragmatismo, non può permettersi di apparire, ed essere, cialtronesco, bugiardo, impigliato in una raffica di versioni discordanti mitragliate una dopo l’altra. Due colpi così in contemporanea bastano a preoccupare un governo che ha di fronte un referendum in cui molti voteranno sulla credibilità dell’esecutivo e del centrodestra quanto e più che sul quesito. Anzi, avanzano.