L'addio al vignettista
Giorgio Forattini, il cardinale della satira che mise in croce i potenti
Gli inizi a Paese Sera, il salto a Repubblica con tanto di addio polemico. Nei suoi perfidi disegni scorrono vizi e virtù della Prima Repubblica. Da Craxi a Berlusconi, non fece sconti a nessuno
Cultura - di Fulvio Abbate
Giorgio Forattini, per decenni di carta stampata, è stato il cardinale maggiore, o forse direttamente il pontefice massimo, della satira destinata a mostrarsi come se non meglio di un editoriale d’autore ai molti lettori del mattino. Il suo “teatro” satirico stava lì, disegnato, fissato, incastonato, presente sull’altare della prima pagina dei giornali che nel tempo lo hanno voluto e accolto come “firma” di prestigio autorevole, irregolare come ancora di più pretendono le leggi dell’ironia. Poco importa se si trattava de la Repubblica allora ancora sotto il regno esclusivo di “Barbapapà”, ossia Eugenio Scalfari, o, in seguito, sotto la testata de Il Giornale, cioè in un altrove rispetto al contesto politico nel quale per lungo tempo proprio Forattini, forse impropriamente, è stato identificato, cioè “a sinistra”, sul margine della sponda cosiddetta o magari solo ritenuta “progressista” per abitudine.
In verità, a dirla tutta, Forattini è sempre rimasto, per sua natura, sé stesso: un signore doverosamente, orgogliosamente, “borghese” perfino nella postura e nelle sue giacche di tweed, animato dalle ragioni e dagli acidi stessi della satira temperata dalla propria natura caratteriale; puro talento dovendo semplificare. Doveroso “teatro”, se non proprio “della crudeltà”, sicuramente del sarcasmo, forse anche accompagnato da un retrogusto di compiaciuto sadismo presente nello sfondo d’ogni tratto di rapidograph. Perfidia accompagnata dal sorrisetto doverosamente cinico. Di certo, nell’ideale Grande Cenotafio Memoriale Visivo della Politica da assimilare all’epos della prima repubblica vive, di più, ancora adesso fiammeggia la vignetta, assai più di un editoriale battuto a macchina come accadeva allora, ed era l’anno 1974, che riassumeva la sconfitta dello schieramento che auspicava la cancellazione della legge che aveva introdotto il divorzio in Italia: un bottiglia, presumibilmente di spumante nostrano, vedeva saltare il suo tappo a forma di Amintore Fanfani. Quasi un requiem per la Democrazia cristiana post-post-bellica. Un’immagine che, anche grazie al tocco della sua mano armata da un pennino intinto nella china, accompagna il cammino delle conquiste “civili” in anni di recrudescenza clerico-fascista.
La satira, forse si è già detto, custodisce per definizione un proprio mandato, che è poi l’obbligo non meno morale di rispondere unicamente ai propri acidi corrosivi rispetto ai volti e le posture del potere, del governo, del “Palazzo” per dirla con Pasolini, del sottogoverno, fosse anche quello concesso alle opposizioni: rammentiamo ancora il fastidio, quasi fossimo in presenza di un atto sacrilego, del “popolo” comunista scorgendo un Berlinguer in giacca da camera, tazzina tra le dita, a sorseggiare qualcosa, intento a leggere proprio l’Unità, il ritratto di Marx alla parete, mentre in strada sfila un corteo operaio. Erano forse gli anni dell’unità nazionale o magari del cosiddetto “compromesso storico”. Una vignetta requiem anche per lui. Non sapremo mai invece quali turbamenti intimi possano aver suscitato sull’allora presidente del Consiglio, il repubblicano Giovanni Spadolini, scorgersi ritratto nudo con un pene minuscolo; uno Spadolini creaturale, struggente quasi come l’ippopotamo di Palazzo Chigi. O ancora Massimo D’Alema puntuto in volto e trasfigurato in gerarca nazista accostato al “fido” Fabio Mussi di allora, per chi ne ha memoria; D’Alema che, se ricordo bene, non seppe trattenersi dal rispondere a ciò che reputava un puro “affronto” con una querela.
Il “cardinale maggiore” Forattini lo ripenso al Festival della satira politica di Forte dei Marmi, sarà stato il 1980, l’anno in cui tra i premiati brillava Leonardo Sciascia, cui chiesero se la mafia amasse la satira, e il narratore racalmutese rispose che, sì, in una vecchia canzone popolare siciliana, non proprio di ispirazione gramsciana, per dire di una bella fanciulla si usava l’aggettivo “è maffiusa”, con due effe, arcaismo lessicale finito poi in disuso. Forattini era lì, e intorno a lui, come accade con ogni mamma protettiva e chioccia che si rispetti, aveva attorno a sé, come pargoli, gli allora “ragazzi” della satira raccolta sul foglio Satyricon presente sul giornale di Scalfari, tutti pronti a riconoscerne l’autorità, a sentirlo complice rispetto ai loro intenti non meno crudeli rispetto alla società dello spettacolo politico, si respirava ancora un’aria “militante” laggiù in Versilia, Il Male di Vincino e soci era roba presente, Cuore ancora da venire, nessuno avrebbe immaginato che prima o poi non ci sarebbe stato più modo di trovare in edicola neppure un foglio satirico.
I libri di Forattini, antologie delle sue vignette, puntualmente erano destinati a farsi strenne, accostati ai tomi di Enzo Biagi e di Indro Montanelli, come fossero, sì, album di figurine, ma anche sussidiari di storia politica patria, non c’era sala d’attesa odontoiatrica che non lo mostrasse lì sul tavolino accanto ai settimanali e i rotocalchi, era appunto un’autorità giornalistica riconosciuta e poco importava che il suo lavoro si riassumesse su un foglio su cui si accampava, metti, Andreotti con la coppola dei mafiosi siciliani; e la Sicilia come un alligatore famelico. Accadeva nei giorni dei processi, quando il “Divo Giulio” si ritrovò accusato di vicinanza al potere mafioso, e tuttavia, Andreotti rimarrà tra i pochi a non sentirsi indispettito dalla matita di Giorgio Forattini, anzi avrà più volte modo di richiedergli gli originali, così da esporli incorniciati nel suo studio di Piazza San Lorenzo in Lucina, tutte storie della prima Repubblica.
Giorgio Forattini era nato a Roma nel 1931, marzo il suo mese, la sua carriera inizia sulle pagine di Paese sera: “Creai una striscia con un protagonista che si chiamava Stradivarius, un rappresentante di commercio che doveva vendere”. Ci verranno poi Panorama e il già citato inserto satirico nel dorso di Repubblica, Riccardo Mannelli, altro maestro della satira, racconta che Forattini in primo luogo lo difese davanti a Scalfari, dopo che aveva pubblicato una vignetta nella quale venivano “vilipese” alcune “Gran Dame” del buon salotto romano progressista, confermando così la sua sostanza di madre cardinalessa chioccia. Molti dei volti disegnati da Forattini appartengono ormai all’“Oriente eterno” di un tempo politico di cui non si ha più memoria, pensiamo al compianto Giovanni Goria, già presidente del Consiglio, invisibile, privo degli occhi sotto le sopracciglia, o a Giuliano Amato trasfigurato in Topolino, e perfino Berlusconi troverà prevedibilmente gli acidi acuminati del nostro maestro, e Veltroni come un bruco, Lamberto Dini come un rospo, Romano Prodi, colui “che sprizzava bontà da tutti gli artigli“ come un prete comunista.
Forattini, fra molto altro, ha detto “di detestare l’integralismo”, e ancora di “non sopportare nessun partito”, probabilmente da molti segretari di questi ricambiato, Milano gli aveva conferito l’Ambrogino d’oro nel 2023… Stavamo però dimenticando Bettino Craxi mostrato a testa in giù, proprio come Mussolini a piazzale Loreto. Salvo poi rendergli omaggio con un paio di stivali abbandonati su una spiaggia, e il Sol dell’avvenire sullo sfondo a dirgli addio. Non sarà per nulla facile restituire quel tempo, così come non è facile restituire ormai ogni storia, anche personale, con un testo visivo a fronte, in un tempo di semplificazione, nel frattempo la satira sembra essere trasmigrato altrove; con Forattini le diciamo però adesso ancora una volta addio.