Il governo promette lotta

Stop della Corte dei Conti al Ponte sullo Stretto, Meloni grida al complotto ma evita lo scontro

“Un’altra invasione dei magistrati sulle scelte del governo”, dice la premier. Che poi però fa retromarcia e rinvia i cantieri di tre mesi

Politica - di David Romoli

31 Ottobre 2025 alle 08:00

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Il governo fa rullare i tamburi di guerra. Promette lotta durissima contro la Corte de Conti e la sua decisione di bloccare i lavori del Ponte sullo Stretto. Poi ci ripensa e sterza bruscamente verso la linea morbida, accettando di rinviare l’apertura dei cantieri di tre mesi.

Quando di buon mattino, proprio mentre il Senato si appresta ad approvare per l’ultima volta la separazione delle carriere, Giorgia Meloni convoca un improvviso vertice di maggioranza sembra proprio che si prepari alla battaglia frontale. La reazione a caldo, dopo che la Corte dei Conti aveva rifiutato di bollinare il progetto del Ponte sullo Stretto, era stata virulenta ed estrema. Giorgia aveva indicato la decisione dei magistrati contabili come “ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”. Dopo aver affermato che la Corte aveva ricevuto tutti i chiarimenti necessari aveva promesso guerra totale: “La riforma della giustizia e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione del Governo sostenuta dal Parlamento”.

Per il governo sarebbe stato in effetti possibile procedere con l’apertura dei cantieri in novembre, come preventivato. Avrebbe potuto scegliere di ignorare la Corte assumendosi in prima persona la responsabilità di andare avanti e la Corte sarebbe stata costretta ad approvare “con riserva”. Gli umori della premier e quelli di tutta la maggioranza o quasi indicavano quella scelta come quasi già fatta. A smarcarsi era Luca Zaia, prudente: “Non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima. Il governo risponderà ma è fondamentale dire che si va avanti”. Ancor più controcorrente il capo dei deputati azzurri Barelli:La Corte ha fatto il suo lavoro. Ci saranno rettifiche, se necessario, per chiarire i punti indicati dalla Corte”. Più tardi Barelli, richiamato all’ordine e sgridato apertamente dal leader di Noi Moderati Lupi, si rimangerà quasi tutto: “Sono stato male interpretato. Sono rimasto anche io molto sorpreso dalla tempistica della decisione della Corte, un giorno prima del voto finale sulla riforma della giustizia”.

Smentita d’ordinanza a parte, però, la linea che a sorpresa il vertice di maggioranza decide di adottare è proprio quella suggerita da Barelli e da Zaia. Ad annunciare la retromarcia è proprio il papà del Ponte, Salvini: “Aspettiamo con estrema tranquillità i rilievi della Corte a cui risponderemo punto per punto. Mi sarebbe piaciuto che i cantieri aprissero in novembre invece partiranno a febbraio”. Da quel momento in poi, disertando anche i lavori del Consiglio federale della Lega, il vicepremier dichiarerà a valanga. Segnala di aver ricevuto il mandato ad andare avanti dagli altri due leader della maggioranza e del governo. Promette un’informativa in sede di cdm già la settimana prossima. Nega però “qualsiasi scontro tra poteri dello Stato”.

I rilievi della Corte saranno notificati entro trenta giorni ma sono in gran parte già noti: la necessità, secondo i magistrati, di rimettere a gara i lavori data l’impennata dei costi e l’impatto ambientale, aggirato con l’attribuzione di valore strategico e militare all’opera. La decisione di aspettare comunque la formalizzazione di quei rilievi e rispondere cercando una soluzione pacifica non significa resa. Il governo è più che mai deciso ad andare avanti e se la strada del dialogo non glielo permetterà forzerà senza alcun dubbio la mano. Tuttavia l’aver optato per la linea più morbida è significativo e si spiega propabilmente proprio con lo scontro frontale che si prepara nel referendum della prossima primavera. Dopo l’intemerata della premier e prevedendo, come tutti, che il governo avrebbe ignorato la Corte, l’opposizione era passata all’attacco ad alzo zero. Soprattutto Elly Schlein aveva martellato sul tentativo del governo di sottrarsi a ogni controllo e dunque di voler svuotare di fatto l’equilibrio dei poteri essenziale in ogni democrazia.

In campagna elettorale sarebbe stato un argomento tra i più contundenti e proprio per questo Giorgia si è rassegnata a evitare il braccio di ferro immediato, senza però cambiare idea sul complotto ai danni del suo governo ordito dalla magistratura. La campagna referendaria lei e la maggioranza la giocheranno tutta sul diritto del potere esecutivo a prendere decisioni senza poter essere bloccato da una magistratura alla quale, secondo Nordio, vengono oggi attribuiti i molti Paesi, ovviamente Italia inclusa, “compiti e censure tipiche della politica”.

31 Ottobre 2025

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