Alla Festa del cinema di Roma

Anemone, Daniel Day Lewis in un film estetizzante e profondo sulla paternità

A dirigere il tre volte premio Oscar Daniel, c’è Ronan. Che firma un film estetizzante e profondo che riflette sulla paternità e sui fardelli generazionali. Li abbiamo incontrati per una chiacchierata esclusiva

Spettacoli - di Chiara Nicoletti

21 Ottobre 2025 alle 18:00

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Anemone, Daniel Day Lewis in un film estetizzante e profondo sulla paternità

Il weekend che ci siamo lasciati alle spalle, cinematograficamente parlando, porta un solo nome: Daniel Day-Lewis. Il tre volte Premio Oscar per Il Mio piede Sinistro, Il petroliere e Lincoln, è stato l’ospite di punta della 23esima edizione di Alice nella Città, in parallelo alla Festa del Cinema di Roma, con Anemone, film che marca il suo ritorno sul grande schermo a 8 anni da Il Filo Nascosto, diretto da suo figlio Ronan, all’esordio alla regia. Con una sceneggiatura scritta da padre e figlio, Anemone vede Daniel Day-Lewis e Sean Bean nel ruolo di due fratelli, che estranei per lungo tempo, si ritrovano nella natura selvaggia, dove uno dei due si è isolato a vivere, a causa di una crisi familiare. Day-Lewis padre interpreta Ray, un uomo che ha abbandonato moglie e figlio piccolo per ferite troppo difficili da gestire e segreti sepolti.

L’incontro con il fratello, un tempo legame fondamentale, porterà alla luce tutti i rancori, una confessione e forse una seconda possibilità. Da pittore quale è, Ronan Day-Lewis costruisce un film che è visivamente curato nel minimo dettaglio, come in un susseguirsi di quadri. La sua macchina da presa segue lentamente il percorso del suo protagonista, Ray, nel portare a galla le questioni irrisolte. E se all’inizio deve inseguirlo, raffigurandolo sempre di spalle o lateralmente, man mano riesce a scorgerne il viso fino a un finale confronto. Anemone, che uscirà nelle sale con Universal Pictures il 6 novembre, racconta un uomo che esce dall’isolamento per tornare ad essere un fratello e che indaga sulla possibilità che egli possa anche riuscire a diventare veramente un padre per suo figlio, ormai adolescente. Abbiamo incontrato Daniel e Ronan Day-Lewis per una vera e propria chiacchierata intima sui temi portanti del film, scoprendo nuove cose su Anemone e sul rapporto padre-figlio, dentro e fuori dal set.

Ronan, lavorando con suo padre ha scoperto qualcosa di lui che non sapeva?
Assolutamente sì. Crescendo, osservavo il suo percorso da lontano come attraverso una lente misteriosa. Vederlo lavorare da vicino, in modo così intimo e collaborativo, è stata un’esperienza completamente nuova. Sapevo quanto profondamente si immergesse nei personaggi, ma mi ha sorpreso quanto fosse aperto e collaborativo sul set. Nessuno camminava in punta di piedi in sua presenza, anzi, il contrario. La sua energia rendeva più facile per tutti gli altri tuffarsi nel lavoro.

Daniel, possiamo sperare che questo film segni il suo definitivo ritorno al cinema?
È difficile pensare oltre questa esperienza, ci siamo ancora molto legati perché siamo ancora nel processo di lasciarla andare là fuori, nel mondo. Ma è stato un viaggio gioioso dall’inizio alla fine. Non ho mai smesso di amare questo lavoro, faccio solo fatica a gestire tutto ciò che gli sta attorno, il lato pubblico del fare film. È ciò che mi fece allontanare anni fa, ma l’amore per il cinema e il raccontare storie non è mai cambiato.

Anemone parla di fratelli ma anche tanto, di padri, a partire da quello dei due, che si capisce essere stato violento. Che riflessioni avete fatto sul rapporto padre-figlio, nella vita come nel film?
Daniel: Sinceramente, mentre lavoravamo, non ho mai pensato consapevolmente al mio rapporto con Ronan. Ci viene tutto molto naturalmente, si autoregola. Quando sei a tuo agio con qualcuno non senti il bisogno di analizzare la relazione. Solo ora, riflettendo, vedo i parallelismi. Il tema padre–figlio mi porta inevitabilmente a pensare a mio padre, un uomo distante, non per colpa sua ma per natura e per il tempo in cui è cresciuto e vissuto. Morì presto, quindi i miei “colloqui” con lui sono sempre stati con un’assenza. Chi perde un genitore da giovane vive una specie di dialogo a senso unico con la sua memoria. Forse un po’ di questo è filtrato nel lavoro.
Ronan: Per me il film non aveva nulla di autobiografico, ma quando si è aperta la prospettiva di sviluppare il personaggio di Brian, il figlio di Ray e di conseguenza riflettere sul mistero del passato di tuo padre e il fascino che esercita, ho connesso davvero le due cose. Penso che ci sia comunque un lato dei genitori che non potremo mai comprendere del tutto.

L’idea di introdurre anche il tema della paternità da ritrovare per Ray, avete detto che è arrivata in avanzata fase di scrittura. Come ci avete lavorato e perché avete pensato che questa fosse una possibilità da offrire a questo personaggio?
Daniel: Molto di ciò che abbiamo fatto è stato inconscio. Non abbiamo pianificato la storia, l’abbiamo trovata con l’improvvisazione. I personaggi hanno preso vita propria e li abbiamo seguiti. Il finale non è tanto una soluzione quanto la possibilità di una soluzione. Potrebbe andare malissimo, non lo sappiamo. Ma volevamo lasciare un seme di speranza, o almeno di incertezza.
Ronan: Sì, forse non “speranza” ma apertura. Il ritorno di Jem (Sean Bean) riporta anche Nessa nella vita di Ray, la donna che amava e che ha abbandonato, insieme al loro figlio. Affrontarlo gli consente, per la prima volta, di alleggerirsi. E così può immaginare un’altra vita, magari impensabile prima.

Ray è un veterano del conflitto nordirlandese e ne ha subito le ferite. Nel film dichiara: la guerra è un crimine. Quanto risuona questa affermazione soprattutto in questo momento storico?
Ronan: Quando abbiamo iniziato a scrivere, anni fa, gli eventi attuali non erano neanche nella nostra mente. Ma, durante le riprese e il montaggio era impossibile non vedere i parallelismi con gli orrori di oggi. Il film osserva la violenza personale e quella di Stato quasi dal punto di vista della natura, una prospettiva oggettiva, distaccata. Non è una presa di posizione. Anche se Ray ha combattuto per quello che potrebbe essere considerato l’oppressore, lo sguardo del film non è il suo, è più ampio, quasi spirituale, guarda sotto la superficie della crudeltà umana.
Daniel: Sono cresciuto in un’altra epoca, sono un bambino del dopoguerra nella Londra degli anni 50. Dai racconti dei genitori e del mio padrino, la guerra aveva un senso strano di “romanticismo” perché era chiaro per loro per cosa combattevano. Con il conflitto nordirlandese tutto si fece più torbido. Avevo amici da entrambe le parti, nazionalisti irlandesi e soldati britannici. Alla fine erano tutti ragazzi della classe operaia intrappolati in una lotta sporca, crudele e inutile. Così è sempre la guerra, è brutta da qualunque lato la guardi.

Daniel, com’era all’età di Ronan? Cosa ricorda di quel periodo?
Alla sua età ero allo sbaraglio, lui è molto più avanti di quanto lo fossi io. Lavoravo come attore, affamato e ansioso per il futuro. Faticavo già con il lato pubblico del mestiere e pensavo che ci avrei fatto l’abitudine, ma non è mai successo. Molti artisti sono timidi, il lavoro è un modo di esprimersi, di indossare una maschera. Ma quando ottieni attenzione, non puoi placarla. Ho imparato a vivere quietamente, lontano dai riflettori, non da recluso, semplicemente non vivo davanti all’obiettivo.

21 Ottobre 2025

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