Le regionali perse
Salvini e Conte sotto tiro dopo le débâcle in Toscana: Zaia e Appendino agitano Lega e M5s, è resa dei conti
Gli ex alleati gialloverdi nuotano in cattive acque. Nella Lega Zaia si propone come anti Vannacci in attesa di spodestare Matteo. E tra i 5s in crisi, cresce l’inquietudine di Appendino
Politica - di David Romoli
Il fischio alle orecchie del generale Vannacci in questi giorni deve essere stato davvero assordante. Dopo la sconfitta in Toscana tutta la Lega “territoriale”, quella che rifiuta la svolta ideologica e di estrema destra di cui il generale è simbolo, quella che guarda al sodo, alla rappresentanza di interessi territoriali e sociali precisi, lo ha preso di mira. Lui se ne frega: “Senza di me il partito in Toscana andava all’1%”. Salvini però non può fregarsene con altrettanta noncuranza. L’obettivo, forse, non è o non è ancora lui. In compenso lo sono la sua strategia, il suo orizzonte, la sua idea di Lega.
Il partito del Nord, la Lega “territoriale” acclama ora il suo campione, e si tratta in effetti di un nome pesantissimo: Luca Zaia. Il doge ha accettato la richiesta salviniana di candidarsi come capolista in tutte le province del Veneto e lo ha annunciato nell’assemblea che mercoledì sera, a Padova, ha lanciato la candidatura di Alberto Stefani, l’enfant prodige. Non c’era, come di prammatica, l’intera coalizione. La festa era per soli leghisti e il particolare è eloquente. Prima di accettare la pluricandidatura Zaia ha esitato molto. È furibondo per il doppio veto che gli ha impedito di presentare una sua lista e poi di fregiare il simbolo leghista col suo popolarissimo nome. Si è chiesto se valesse la pena di dare una mano al Salvini annaspante dopo essere stato messo all’angolo e quanto meno non difeso a sufficienza dal capo. Poi ha messo meglio a fuoco la situazione. Se sul suo nome diluvieranno consensi e se grazie a quei consensi permetterà alla Lega di vincere la scommessa proclamata da Salvini, tornare a essere il primo partito nella regione a danno di FdI, il suo peso specifico aumenterà di tonnellate, non solo nel Veneto ma in Italia.
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Il Nord “antivannacciano” lo spinge. Il collega governatore della Lombardia Fontana si è esposto più di tutti: “La Lega ha bisogno di persone come Zaia”. Fontana vagheggia una Lega a doppia velocità, modellata sulla Cdu-Csu tedesca. Una Lega per l’Italia, cioè per il centro-sud, un’altra, naturalmente inscindibile dalla prima, per il nord. A differenza che in Germania, però, qui il primato sarebbe di gran lunga quello della Lega “territoriale”. La sfida di Zaia non è piaciuta agli alleati. “Non possiamo predeterminare le liste di altri partiti”, ammette il ministro ed ex capogruppo tricolore Foti, uno dei Fratelli più vicini a Giorgia. Ma il rischio di essere sorpassati grazie a quella candidatura in tutte le province ovviamente spiace assai a FdI e irrita allo stesso modo Forza Italia, che mira a rimpiazzare il Carroccio come seconda forza della maggioranza. Ma Zaia incide e ancor più inciderà in futuro, se i risultati elettorali saranno quelli che si aspetta, sugli equilibri all’interno della Lega. Salvini fiuta l’aria. Si è impegnato a ridimensionare i “team” di Vannacci, considerati dal leghismo del nord una inaccettabile “struttura parallela”. Il Consiglio federale convocato per martedì prossimo minaccia di trasformarsi in una prima resa dei conti, senza ancora toccare direttamente Salvini. Ma la situazione è quella che è ed è chiara. Luca Zaia è oggi l’Anti Vannacci e sino alle elezioni politiche non andrà oltre questo livello. Poi, a seconda degli esiti del voto, potrebbe trasformarsi nell’Anti Salvini.
Dall’altra parte della barricata, nel centrosinistra, a trovarsi nei guai è il M5s e il parallelismo non è casuale. I due partiti quando erano alleati sommarono insieme il 51% dei consensi alle europee. In Toscana anche messi insieme non arrivano al 9 e il quadro nazionale promette di non essere più roseo. L’anti Conte, tra i 5S è Chiara Appendino, che minaccia addirittura le dimissioni da vice di Conte se il Movimento continuerà a essere troppo schiacciato sulle posizioni del Pd. Conte, che ieri ha incassato l’appoggio totale e appassionato della presidente della Sardegna Todde, un pezzo da novanta come pochi nel Movimento, non si preoccupa troppo delle minacce dell’ex sindaca. Lei stessa non mette in discussione l’alleanza con il Pd per le prossime politiche. Vorrrebbe però che il fronte non si proponesse automaticamente ovunque, anche nelle realtà comunali o regionali dove i rapporti tra la base dei due partiti è da divieto d’incontro. È una proposta poco credibile: l’alleanza nazionale a fronte di una divisione sui territori presterebbe il fianco alla facilissima propaganda degli avversari.
Il problema però c’è perché i rapporti di forza sono tali da rendere inevitabile una certa subordinazione del Movimento al molto più forte alleato. Anche per i pentastellati, dunque, tutto dipenderà dall’esito dei voti: in Campania prima, dove Conte spera di prendersi grazie alla candidatura del 5S Fico la rivincita, poi nel referendum e infine nelle politiche. Ma se queste ultime andranno male anche la leadership dell’Avvocato, come tra i leghisti quella del Capitano, vacillerà di brutto. Prima alleati, poi nemici giurati, Salvini e Conte rischiano di cadere insieme e per motivi non troppo diversi.