Il Documento programmatico di finanza pubblica
L’industria muore, il governo dorme: in manovra 0 euro per lo sviluppo
Il Documento programmatico di finanza pubblica che precede la finanziaria punta solo a contenere i costi: di investimenti neanche l’ombra
Politica - di Cesare Damiano
Il 2 ottobre il Consiglio dei Ministri ha licenziato il “Documento programmatico di finanza pubblica” presentato dal ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti.
Di cosa si tratta? “Il Dpfp – spiega la premessa del testo – costituisce l’atto propedeutico alla presentazione della manovra finanziaria valida per il successivo triennio (in questo caso, il periodo 2026-2028). La manovra sarà prima cristallizzata nel Documento Programmatico di Bilancio (DPB), da trasmettere alla Commissione europea entro la scadenza del 15 ottobre e, poi, dettagliata nel disegno di legge di Bilancio che sarà presentato al Parlamento dopo qualche giorno”. Quindi, il Documento definisce la cornice nella quale sarà progettata e perciò – appunto cristallizzata – la politica economica del Paese per tre anni, che ai ritmi attuali, a livello macroeconomico, sono un tempo molto lungo.
Ora, in una fase tanto complessa, programmare l’articolazione della finanza pubblica, dunque la legge di Bilancio, è un’attività senz’altro difficile. Ma quel che colpisce nell’approccio del governo è la mancanza di iniziativa. C’è l’attenzione a tenere saldamente i “cordoni” della spesa. Il che avrebbe anche un senso se alla prudenza di un’amministrazione equilibrata corrispondesse uno slancio verso lo sviluppo. Latita, invece, come è da tempo, la politica industriale. Quell’insieme di indicazioni di prospettiva e di stimoli che dovrebbero dare impulso all’iniziativa d’impresa e accendere gli investimenti. E ciò nonostante il fatto che, il prossimo luglio, si esaurirà il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – Pnrr – che avrebbe dovuto dare un impulso enorme alla produttività del Paese, prevedendo investimenti a dir poco ingenti. A questo punto, è evidente che le “missioni” che compongono il Piano sono state attuate in modo molto parziale, senza accendere quella scintilla di rilancio che ne era lo scopo principale. Senza dimenticare che il Pnrr è composto prevalentemente di prestiti che andranno restituiti.
Dunque, tornando al Dpfp, nel quadro della finanza pubblica si legge che “L’andamento della spesa netta negli anni 2024 e 2025 può ritenersi conforme alle raccomandazioni del Consiglio europeo. Nel 2024, la stima a consuntivo del tasso di crescita di tale indicatore è pari al -2,0%, una riduzione lievemente maggiore rispetto a quanto previsto nel Piano (-1,9%). Nel 2025 la spesa netta è prevista crescere dell’1,3%, lo stesso tasso raccomandato dal Consiglio. Nel 2026, nello scenario tendenziale, la spesa netta crescerebbe dell’1,7%. Il lieve disallineamento che emerge rispetto al limite pari all’1,6% sarà corretto attraverso le misure della prossima manovra triennale di finanza pubblica. Per il 2027 e 2028, invece, la crescita della spesa netta sarebbe inferiore ai limiti prefissati. I margini di bilancio scaturenti saranno utilizzati per finanziare interventi volti a realizzare gli obiettivi di politica economica dei prossimi anni”.
E qui emerge il problema. Perché se si contiene correttamente la spesa, in coerenza con le linee guida adottate nell’ambito dell’Unione Europea, essa non è controbilanciata da nessuna concreta politica di sviluppo. Il declino del nostro tessuto industriale pare inarrestabile. E quello che è stato chiamato Ministero dell’Industria e poi Ministero dello Sviluppo Economico, rinominato – ed è difficile intuirne il perché – dall’Esecutivo Meloni “Ministero delle Imprese e del Made in Italy”. Proprio di quell’industria e di quello sviluppo esclusi dalla sua nuova denominazione dei quali il Governo si occupa in modo a dir poco tentennante. La siderurgia è sulla via della dismissione.
L’automotive langue nella nebbia delle intenzioni dichiarate e mai realizzate da Stellantis, senza che il Governo Inchiodasse mai l’impresa alle sue responsabilità. Tutti i settori della manifattura arretrano. Così come, ci dicono i dati, anche il terziario, che finora aveva sostenuto la crescita dell’occupazione tanto vantata dal Governo, sta cominciando a soffrire. Sarebbe ora che il Governo si decidesse ad avviare una discussione con le forze produttive su come ridare l’avvio alla macchina dello sviluppo. Perché, senza crescita economica, nemmeno i conti in ordine sopravviveranno a lungo. A meno che il nostro futuro non sia basato, ahimè, sull’aumento delle spese militari a scapito delle tutele dello Stato sociale.