Lo sciopero generale
La Palestina è il Vietnam di oggi, i giovani scendano in piazza per scrivere la storia
Riempie il cuore vedere un movimento così giovane e folto impegnarsi per un popolo oppresso. Un’occasione di riscatto per il Paese, per il sindacato e per la politica intera
Politica - di Andrea Ranieri
Vedere tante persone, donne e uomini, giovani e anziani, riempire le strade e le piazze per la libertà della Palestina, per la fine del genocidio, mi riempie il cuore di speranza. Soprattutto i giovani, tanti, tantissimi, consapevoli e combattivi. Forse sta crescendo una generazione per cui la Palestina rappresenta quello che ha rappresentato per la mia generazione il Vietnam.
Una lotta certamente di solidarietà per un popolo in lotta bombardato col napalm, di cui si distruggevano i villaggi e i campi che davano loro da vivere, e il rifiuto della sopraffazione e della violenza di chi, gli Stati Uniti d’America, quel napalm lo faceva piovere sulla testa di uomini, donne e bambini. Ma anche qualcosa di più. La voglia di partecipare in prima persona a definire i valori e le caratteristiche del mondo che ci aspettava, a non essere rassegnati ad accettare un destino già segnato, dalla onnipotenza del profitto e del mercato, e dalle scelte di una politica che considerava il profitto e il mercato, come la prima cosa da difendere e tutelare. Le bombe che piovevano sul Vietnam le consideravamo anche come bombe che piovevano anche sulle nostre teste.
C’era il Vietnam al centro, ma dal Vietnam si passò presto alle scuole e alle fabbriche. A contestare oltre all’alto degli aerei che sganciavano bombe, anche l’alto delle gerarchie che nelle scuole, nelle Università, nelle fabbriche pretendevano di determinare il nostro destino, comprimevano dignità e libertà. Il sindacato e la sinistra ufficiale ci misero un po’ ad interloquire seriamente con quel movimento, che era nato in gran parte fuori dalla politica istituzionale. Tutta la politica, e in parte anche il sindacato, erano considerati da quel movimento un “alto” da cui liberarsi. Ma alla fine il sindacato decise di esserci. E da quel movimento usci più ricco e più forte, e più democratico. Perché non si arroccò, non si tirò indietro rispetto alle contestazioni, ma seppe affrontarle ed usarle anche per rinnovare se stesso. È dentro quella storia che nasce il sindacato dei consigli, contro l’estremismo di chi voleva “tutti delegati” e rifiutava alla radice ogni forma di organizzazione sindacale, e contro il burocratismo di chi si arroccava nelle vecchie commissioni interne e restava ancorato alla tradizionale divisione dei compiti tra sindacato e partito.
Non ci siamo stati invece- tranne la Fiom – a Genova nel 2001. Timorosi di essere parte di una cosa che sfuggiva alla nostra leadership e alla nostra gestione. E abbiamo tardato a capire non solo le grandi questioni che quel movimento poneva – la priorità della salvaguardia dell’ambiente, il rifiuto di una crescita distruttiva di natura e di esseri umani, la grande questione della liberazione dal patriarcato dominante, il pacifismo dei popoli contro il militarismo dei potenti- ma anche che probabilmente in quel mondo che riempiva le piazze di Genova c’erano quei nuovi soggetti del mondo del lavoro che non riuscivamo a rappresentare. Quelli che sfuggivano in alto e in basso ai nostri modelli di rappresentanza. Le intelligenze che il nostro modello di sviluppo non riusciva a mettere stabilmente al lavoro, e gli abitanti dei margini dello sviluppo, quelli scartati da un modello produttivo che di scarti vive, di cose e di persone. E che c’era la parte di loro che quelle contraddizioni provava ad affrontarle. Né coi partiti, né col sindacato, ma costruendo nuove forme di associazionismo dal basso, laiche e cristiane, che provavano a ricucire solidarietà nei frammenti in cui il mondo del lavoro e la società intera si stava scomponendo.
Da vecchio militante della Cgil ho vissuto tanti anni col senso di colpa di non essere stato a Genova in quei giorni, e che non c’erano in quei cortei le bandiere della mia organizzazione. E ho vissuto la “via maestra” promossa da Maurizio Landini col mondo dell’associazionismo pacifista, ambientalista, femminista, laico e cattolico, come il modo per ricucire quella ferita, come il modo per affrontare in maniera innovativa i dilemmi e i drammi del mondo presente, e insieme di ridefinire in termini nuovi la nostra capacità di organizzare il mondo del lavoro frammentato. La proclamazione dello sciopero generale a sostegno della Flotilla, contro la palese violazione dello stato di diritto internazionale, della terra e del mare dello stato di Israele, contro le ambiguità e le reticenze del nostri governo, è un passo essenziale in quella direzione, e per poter affrontare in maniera credibile le partite aperte di breve e lungo periodo che stanno davanti al popolo palestinese e a noi tutti. Intanto riconoscendo che il piano di pace di Trump e Netanyahu non è un vero piano di pace. È al massimo una tregua, per far cessare lo stermino del popolo di Gaza, e permettere l’apertura di corridoi umanitari gestiti dall’Onu. E magari, altro obiettivo condivisibile, per liberare noi e il popolo gazawi dai tagliagole di Hamas.
Ma non ci sarà vera pace finché non sarà permesso al popolo palestinese di decidere autonomamente del proprio destino, e finché non sarà ristabilito pienamente il diritto internazionale clamorosamente violato da Israele, a Gaza e in Cisgiordania, e col blocco illegale della Flotilla. Netanyahu, come i capi di Hamas, è imputato dalla Corte Penale Internazionale come criminale di guerra. Paradossalmente se Hamas accetterà, come ci auguriamo, di deporre le armi, in cambio dell’amnistia e del salvacondotto per terre ospitali, avremmo il paradosso che un criminale di guerra concede l’amnistia ad altri criminali di guerra assolvendo contemporaneamente se stesso. E continuando a negare ogni ruolo alla Corte Penale internazionale e all’Onu. La maggioranza che ci governa invita tutti a premere su Hamas perché accetti il piano di Trump, ma non apre bocca sul fatto che Israele continui i bombardamenti su Gaza, e che il governo israeliano considererà come terroristi tutti quelli che non abbandoneranno immediatamente Gaza, prefigurando un’altra strage di vecchi, di malati, di persone che non hanno più la forza di rimettersi in cammino per non si sa dove.
La nostra presidente del Consiglio dice che non ci sarà riconoscimento dello Stato di Palestina se non ci si libererà di Hamas. Ma ci può essere lo Stato di Palestina se i coloni sono liberi di annettersi con la forza terre e villaggi della Cisgiordania, contro tutte le risoluzioni dell’Onu, e si può considerare lo stato di Israele come affidabile e democratico se continua a praticare al suo interno una politica di apartheid, di sottrazione permanente di terre, case e diritti alla popolazione palestinese? Ed è credibile quando dice di deplorare l’eccesso nell’uso della forza da parte del governo israeliano, quando si rifiuta di votare persino le timide sanzioni che l’Unione Europea propone verso Israele? Sacrosanto quindi lo sciopero generale, contro i crimini di Israele e il favore che il nostro governo continua a riservare, trumpianamente, al governo israeliano. E per aprire un impegno di lungo periodo perché, dopo la tregua auspicabile, si affrontino correttamente i nodi che il cosiddetto piano di pace lascia totalmente irrisolti.
Ma lo sciopero generale è anche il modo più giusto e naturale per rinsaldare il contatto con i giovani della generazione Palestina. Che tra l’altro sono quelli che hanno votato di più al referendum indetto della Cgil. Più degli uomini dell’età di mezzo, su cui si addensano gli occupati a tempo indeterminato, e gran parte degli iscritti alla Cgil fra i lavoratori attivi. Da questo punto di vista lo sciopero genrale è anche una tappa per il rinnovamento del sindacato, per la costruzione di quel sindacato inclusivo, territoriale e distrada, che è il versante organizzativo dal punto di vista sindacale, della Via maestra. Nella consapevolezza che quella rifondazione territoriale del sindacato è anche oggi più che mai decisiva per ridare forza e vigore alla stessa contrattazione nei luoghi di lavoro. Come successe negli anni 70, come non è successo nel 2001.