La vicepresidente Pd

Intervista a Chiara Gribaudo: “Risposte concrete ai bisogni delle persone: questa dev’essere l’ossessione della sinistra”

«Nelle Marche una battaglia difficilissima complicata dalle vicende giudiziarie che hanno scatenato su Ricci un’onta mediatica. Abbiamo messo in campo la candidatura più autorevole, il resto è un dibattito fuori dalla storia»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

2 Ottobre 2025 alle 08:00

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Photo credits: Alessia Mastropietro/Imagoeconomica
Photo credits: Alessia Mastropietro/Imagoeconomica

Chiara Gribaudo, parlamentare, Vicepresidente del Partito democratico.

Qual è il segno politico del voto nelle Marche e quali ricadute può avere sul quadro nazionale e nel Pd sulla leadership di Elly Schlein?
Siamo all’inizio della tornata elettiva di 7 regioni, quindi, è prematuro fare valutazioni complessive ma per quanto riguarda le Marche dobbiamo essere onesti nell’analisi e dirci alcune cose: la prima è che rimane molto difficile battere un presidente uscente, soprattutto se è sostenuto dal governo nazionale in carica e soprattutto con una bassa affluenza endemica che quella sì, va analizzata nel profondo. Dobbiamo poi dirci che le Marche da tempo sono passate a destra, è successo alle politiche del 2018, alle regionali del 2020, alle politiche del 2022 e anche alle europee del 2024. Era una battaglia difficilissima, complicata dalle note vicende giudiziarie che hanno scatenato su Matteo Ricci una forte onta mediatica, ma noi rimaniamo convinti di aver messo in campo la candidatura più autorevole e competitiva possibile. Il resto mi pare un dibattito talmente tanto sentito che lo ritengo noioso e fuori dalla storia e da ciò che serve oggi al centro sinistra

E cioè cosa serve?
Serve continuare sul percorso di costruzione di una proposta politica non tanto larga quanto credibile per essere alternativi a questa destra; quindi, si eviti un dibattito politicista sulle persone che guidano e semmai si lavori di più per convincere chi si astiene dal voto che possiamo dar loro voce e soprattutto rappresentanza. Questo è il lavoro che va fatto dal basso e non solo lasciato ad una politica sempre più leaderistica, ciascuno nel suo ruolo e nel suo spazio deve provare a fare uno sforzo in più proprio per intercettare e trasformare in risposte concrete le angosce, le speranze, le necessità delle persone sempre più convinte invece che la politica non serva. Questa deve essere la nostra ossessione.

Il Pd è parte della Global Sumud Flotilla, fisicamente e politicamente. Una netta scelta di campo.
Viviamo tempi in cui decidere è doveroso e il Partito Democratico ha ben chiaro da che parte stare: quella degli aiuti, del cessate il fuoco, della diplomazia ma soprattutto del rimanere umani come ci ricordava sempre Vittorio Arrigoni. Lo stesso non si può dire di questo Governo, che non sa prendere posizione, con il terrore di pestare i piedi ai potenti del mondo, ma perdendo così ogni credibilità e, ben peggio, la propria umanità. C’è chi ha definito terroristi le persone che hanno scelto di imbarcarsi. C’è chi è riuscito a dire che mettono in una posizione difficile l’Italia, chiamandoli irresponsabili. Per noi sono portatori di pace che mettono a rischio le proprie vite, come è stato evidente nei vari attacchi di droni, per fare la cosa giusta. Non è irresponsabilità, ma, per l’appunto, scelta di campo che ritengo debba essere sostenuta e che secondo me ha supplito all’inerzia della politica estera in primis italiana e, dobbiamo dircelo, anche europea, troppo debole senza leadership davvero autorevoli capaci di gestire questa fase e così restiamo nelle mani di Trump…

Centocinquantuno Paesi hanno riconosciuto lo Stato palestinese. Meloni pone condizioni e in questo modo decide di non decidere.
Rientra nella totale incapacità di prendere una posizione, a discapito della pelle di chi vive in quella zona del mondo e soprattutto di essere sempre attendista e succube della destra che conta ovvero quella americana. Riconoscere lo Stato di Palestina non sarebbe solo un gesto simbolico, come lo definiscono alcuni, ma un passo concreto ed un atto politico serio. Non fare niente, però, è una chiara presa di posizione, ingiustificabile di fronte agli orrori a cui assistiamo. Le manifestazioni di piazza, quasi del tutto pacifiche nonostante la propaganda della destra, ci mandano un segnale forte e chiaro da parte della società civile: è la cittadinanza stessa che chiede alla politica di fare di più. Non possiamo più permetterci di perdere la chiamata.

Un accordo commerciale e un pacchetto di aiuti per la Palestina, insieme alle sanzioni contro Israele per fermare il genocidio. Un appello firmato dai leader socialisti europei, Pedro Sanchez, Magdalena Andersson, Frans Timmermans, Elly Schlein e Stefan Làfven, e pubblicato venerdì scorso sul Guardian. Qual è il segno politico di questa iniziativa?
Che le forze progressiste dell’Europa sono seriamente a disposizione per costruire percorsi di pace e provano qualunque strada per tenere una “tensione giusta” per dimostrare che l’Europa può e deve fare di più, può e deve giocare un ruolo fondamentale in questa partita e che l’inerzia non ci appartiene, anche se, come in Italia, non governiamo noi e quindi facciamo ciò che possiamo. Episodi recenti, dai dazi di Donald Trump ai silenzi di alcuni Stati di fronte alle ingiustizie, ci hanno mostrato un dato molto netto: non è pensabile condannare solo a parole le azioni criminali, servono azioni forti e concrete, partendo da quelle economiche. La comunità internazionale deve fare la sua parte e questo accordo è un primo passo. Occorrerebbe un’Europa unita, ma attualmente così non è e la colpa secondo me è dovuta principalmente agli interessi dei singoli Governi, specialmente quelli governati dalla destra. Un caso virtuoso è ad esempio la Spagna, che fin da subito ha fatto scelte di campo coraggiose, mai banali, andando anche contro a quelle della maggioranza degli altri Stati Europei. Un leader come Sanchez sa che è più importante fare la cosa giusta che non stare ad aspettare. Lo stesso non si può dire della nostra premier. Ringrazio Elly Schlein e gli altri leader firmatari: si dà un segnale forte, non solo politico ma anche umano.

A segnare il mondo è la “legge” del più forte che mina dalle fondamenta il diritto internazionale e le organizzazioni sovranazionali. È il mondo declinato da Trump nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Eppure, il mondo declinato da Trump, per quanto sia il Presidente di uno degli Stati più potenti del mondo, non è quello che sono certa vogliano i popoli, a partire proprio da quello americano. E, per quanto si possa essere forti, la realtà non si piega in base a come il presidente decide di svegliarsi la mattina: Trump all’Assemblea delle Nazioni Unite ha detto falsità, dall’immigrazione al cambiamento climatico. Ci ha abituati in questi mesi a un linguaggio violento, sbruffone, da bullo, ma anche all’incoerenza, contraddicendosi da solo più volte. Questa è forza? A me non sembra. Dobbiamo solo ricordarcelo e ricordarlo alle persone.

2 Ottobre 2025

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