Pugilato
Quando Muhammad Ali e Joe Frazier sfiorarono la morte sul ring: 50 anni di “Thrilla in Manila”, l’incontro più brutale nella storia della boxe
Oltre 700 milioni di persone seguirono quel match. Alla campana del 15esimo round, Frazier non si era alzato dallo sgabello all’angolo. Era stata "un’esperienza ai limiti dell’umano"
Sport - di Antonio Lamorte
Non si era mai visto il pugile più famoso di tutti i tempi, quello così famoso e bello da superare il suo stesso sport in mediaticità, icona politica e pubblicitaria, quello noto per il suo stile, ballerino, poeta, cantante, quello che a volte neanche faceva pensare a quanto potessero far male i pugni in quelle condizioni: non lo si era mai visto in un massacro del genere. Che è passato alla storia come il “Thrilla in Manila”, un brivido che oggi compie 50 anni, da quel primo ottobre 1975 in un’afosa capitale delle Filippine che accoglieva Muhammad Ali e il suo più acerrimo rivale di sempre, Joe Frazier.
A Kinshasa, un anno prima, Ali era tornato a essere campione del mondo: per battere il poderoso George Foreman aveva incassato come mai, modificato e declinato il suo stile sul “rope a dope”: si era fatto aiutare dalle corde, aveva smesso di danzare e regalato al mondo il ko più attendista e meno spietato della storia. “Rumble in the jungle”, un capitolo consapevole di essere storia dello sport già mentre veniva scritto. Ancora in un Paese fuori dai radar, lontano dall’Occidente, andava in scena il terzo capitolo di una rivalità che avrebbe lasciato traccia per sempre.
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Qualche anno prima, marzo 1971, Frazier aveva vinto il primo capitolo tra i due al Madison Square Garden, anche in quel caso un incontro presentato come la sfida del secolo. Ali era appena al terzo incontro dopo la squalifica che lo aveva tenuto lontano dal ring per tre anni: si era rifiutato di arruolarsi per il Vietnam. “Non ho niente contro i vietcong, nessuno di loro mi ha mai chiamato negro”. Frazier lo aveva difeso e nel frattempo era diventato il campione del mondo dei pesi massimi: a New York, quella sera, Ali perse la sua imbattibilità. A gennaio 1974 invece aveva vinto Ali, di nuovo a New York, nessun nome altisonante però. A ispirare il nome dato all’incontro a Manila il proverbiale e consueto trash talking con cui Ali si avvicinò e promosse l’incontrò. “Sarà un killa, un chilla e un thrilla quando a Manila batterò il Gorilla”.
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Quella di Quezon City era una resa dei conti insomma: il capitolo finale di una rivalità cominciata tanti anni prima, nonostante i due fossero molto amici a inizio anni Sessanta, esacerbata dalla ormai nota e rituale maniera tramite cui Muhammad Ali promuoveva i suoi incontri, soprattutto i suoi match più importanti, quelli contro i rivali più forti. Aveva 33 anni, Frazier ne aveva 31. Al peso Ali fece registrare quasi 102 chili, mai così tanti per lui in una sfida mondiale. Oltre 700 milioni di persone seguirono quel match. Muhammad Alì si chiuse in una guarda stretta, serrata come era successo un anno prima a Kinshasa.
Fu un match con poca mobilità e soprattutto di pugni potenti. L’ottava ripresa era passata alla storia per brutalità. Alla campana del 15esimo round, Frazier non si era alzato dallo sgabello all’angolo, era rimasto lì seduto. Secondo alcuni osservatori era anche avanti nei cartellini. Dapprima incredulità, la realizzazione della fine di quel massacro, il boato del pubblico, l’esultanza di Alì che si sdraiava sul tappeto prima di restare a capo chino sullo sgabello per una manciata di minuti. Anni dopo avrebbe ammesso che Frazier si era arreso appena prima di lui.
Mark Kram parlò di quell’incontro come di “un’esperienza ai limiti dell’umano” in un resoconto su Sports Illustrated. Per The Atlantic fu “l’incontro più brutale della storia della boxe”. Anni dopo lo stesso Muhammad Alì parlò di quell’incontro come della “cosa più vicina a morire che ho conosciuto”. Frazier non nascose mai una certa dose di fastidio, nonostante delle riconciliazioni, presumibilmente a causa dei suoi toni irrispettosi e incandescenti, nei confronti di quell’avversario. Arrivò perfino a dire che furono proprio i suoi colpi di quella sera a provocargli il morbo di Parkinson che venne diagnosticato ad Ali nel 1984.
Alla fine del match Ali arrivò accompagnato da Imelda Marcos, la First Lady filippina, al gala di ricevimento a Palazzo Malacañang. “Ali non era mai apparso così vulnerabile e fragile, così poco maestoso, così pietosamente lontano dall’universo che rivendicava come suo, esclusivo – scrisse Kram – Riusciva a malapena a reggere la forchetta e sollevò lentamente il cibo fino al labbro inferiore, raschiato dai colpi fino a essere diventato rosa”. Roberto Fazi nella sua corrispondenza per La Gazzetta dello Sport riportò che “Mohammad Ali può darsi alla lettura del Corano e Joe Frazier alla musica jazz: per entrambi il pugilato è finito”. Jerry Izenberg scrisse che a Manila, Ali e Frazier “stavano combattendo per il dominio l’uno sull’altro. Quella sera entrambi hanno vinto e entrambi hanno perso”. Avevano ragione: non sarebbero mai stati più così grandi.
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