L'ex governatore della Puglia
“Meloni mascotte di un mondo assuefatto alla banalità del male, che scivola verso approdi neo-autoritari”, parla Nichi Vendola
«Gaza è il lago di sangue e fango in cui si specchia la destra contemporanea. Usano l’omicidio terribile di Kirk per cambiare argomento ed emozione, capovolgere il discorso del bene e del male»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
L’ambizione della “nuova Fgci” – pacifista, femminista, ambientalista, dentro i movimenti – di cui fu tra gli artefici, era di riuscire a coniugare idealità e concretezza. Con gli occhi ben puntati sul mondo. Un approccio che ha caratterizzato tutta la lunga esperienza politica, ancora aperta, di Nichi Vendola.
Che mondo è quello che celebra Charles Kirk come un martire della democrazia e assiste complice al genocidio di Gaza?
È semplicemente un mondo distopico, abitato dalla menzogna e dalla ferocia, assuefatto alla “banalità del male”, in costante scivolamento verso approdi neo-autoritari. Di questo mondo Giorgia Meloni è la mascotte, come si è visto con il discorso vile e un po’ delirante che ha fatto all’Onu.
Cominciamo da Gaza…
Intanto dobbiamo essere grati a coloro che stanno navigando, con la Flotilla, verso quelle coste proibite. Grati a chi ha indetto uno sciopero: un sacrosanto sciopero per qualcosa che vale più di qualunque contratto, il dovere di restare umani, il sentimento che ci lega indissolubilmente a tutte le vittime e all’umanità in generale. Gaza è il lago di sangue e fango in cui si specchia la destra contemporanea, in quella striscia di morte e macerie la modernità tecnologica dello sterminio spiana la strada a quel nazionalismo messianico che si nutre di miti arcaici, di richiami biblici, di pulsioni teocratiche. Il genocidio è una sorta di argano che serve a rettificare la storia e la geografia, il suo fine è ricostruire la terra promessa in cui attendere il ritorno del figlio di Dio: com’è noto, si tratta di una narrazione che attrae diverse scuole e correnti di fondamentalismo religioso, divenute un supporto di massa alla destra radicale.
Ma il genocidio non rappresenta il più grave corto-circuito dell’idea stessa di umanità?
Infatti, si tratta del più infame dei crimini, compiuto sotto il nostro sguardo impietrito, in diretta social. La carneficina nel nome di Dio è il suicidio di Israele, com’è stato detto, un “suicidio per interposto genocidio”: ne macchia irreparabilmente il volto, gli toglie legittimazione, ne uccide l’anima. È un punto di non ritorno anche per i sodali di Israele, come la Meloni, la quale si affanna a occultare le tracce della propria complicità con l’opera di Netanyahu perché capisce che così le cade la maschera. Mentre Salvini, il più zelante esponente del trumpismo-putinismo, esibisce con fierezza da guascone la sua scelta di campo: cioè sempre dalla parte dei carnefici, quelli del secolo scorso aiutati dalla decima Mas, quelli di oggi protetti dall’abitudine all’impunità. A Gaza muore un popolo, muore l’idea stessa di umanità, e muore tutto ciò che si era costruito dopo la Seconda guerra mondiale: il primato del diritto internazionale e dei diritti umani. Ma se Gaza è lo specchio, allora per la destra occorre velarlo oppure romperlo, quello specchio che urla alla coscienza. Urge cambiare argomento ed emozione. Serve capovolgere il discorso del bene e del male, imbrogliare le carte, operare un grande depistaggio. L’uso dell’omicidio terribile di Charles Kirk serve a questo.
La destra ha trovato il suo eroe, ma noi dove siamo finiti con il ritorno di Trump?
La rielezione di Trump è stata la spinta decisiva perché Israele rendesse esplicito il proprio intento genocidiario. Siamo appunto in un nuovo mondo: avanza una forma inedita di dominio, che coniuga sviluppo tecnologico e fanatismo ideologico, che mette insieme, al vertice del potere, la politica, le armi, la finanza e il controllo dell’immaginario. Una plutocrazia che si propone alla guida della post-democrazia. Ecco dove siamo. Il caos globale ha soppiantato la globalizzazione, l’Occidente si è spaccato, l’Europa si congeda dal sogno dell’unità federalista, la guerra è l’unico paradigma di governo del mondo, la democrazia liberale viene messa all’ospizio, straripa la fogna del suprematismo bianco e della fobia del diverso. I riformisti di tutto il mondo sono rimasti storditi, come pugili suonati, tranne quelli più spudorati come Tony Blair, che si è messo in affari con il diavolo. Oggi la nazione più potente e più indebitata del mondo irride all’Onu e alle Corti penali internazionali. E celebra il suo martire.
Ecco, parliamo di Kirk…
Si, parliamo di Charles Kirk: la sua morte, atroce e insopportabile come tutte le morti causate dall’ordinario far west americano, diviene l’innesco di una micidiale detonazione politico-ideologica. Non conta che la violenza politica che insanguina gli States sia in gran parte opera delle bande dell’estrema destra filo-nazista. Non conta che l’unica cosa che sappiamo del killer di Kirk è la sua appartenenza ad una famiglia di mormoni trumpiani. Non conta nulla non sapere nulla. Trump ha subito emesso la sua sentenza contro il mandante dell’omicidio: la sinistra, cioè il campo progressista e liberale, la cultura woke, le minoranze, i giornalisti non reclutati, gli studenti, i comici.
E le esequie di Kirk diventano una specie di congresso, la piattaforma di un Network globale.
È vero. Al funerale di Kirk si lancia il grido di battaglia, l’odio riveste e colora pure i discorsi d’amore. È il tempo di una nuova caccia alle streghe. Contro una sinistra colpevole di odio, di invidia sociale e di antifascismo. Ad essa si contrappone la destra globale che nel giovane leader trumpiano finalmente trova la sua icona, il suo profeta: e la destra italiana, nel suo nome mai pronunciato prima, sente di poter sdoganare il peggio del suo retrobottega nostalgico, il fascismo buono, il patriottismo dei repubblichini, il Generale Graziani e la decima mas, l’intolleranza esibita verso le minoranze, l’omotransfobia, l’islamofobia (più nascosta per ragioni di opportunismo politico c’è comunque sempre l’ombra dell’antisemitismo).
Su Kirk si compie, per così dire, un’operazione egemonica?
L’operazione Kirk è davvero tanta roba, serve a costruire una narrazione vittimistica, una cristologia politica, libera le teste americane da incombenze prosaiche (come gli effetti della crisi del welfare) e le proietta dentro quella “civil war” molto evocata e molto covata da quel corpo immenso, lacerato e mai pacificato, che sono gli Stati Uniti. L’operazione Kirk serve soprattutto a cancellare dal centro della scena un genocidio di cui la destra mondiale è complice, serve a silenziare l’inquietudine e la ribellione popolare contro la quotidiana strage degli innocenti. Se siamo finiti dentro una trama orwelliana, di un Potere fondato sulla fiction e sulla censura, allora Gaza è il controcanto di quel Potere: perché l’olocausto palestinese strappa il racconto e ci afferra gli occhi e il cuore per l’incontenibile enormità del crimine in atto. La destra piange spesso a beneficio di telecamera, ma non per i bambini di Gaza, non per gli ospedali e le scuole e le case e gli asili e i rifugi e i campi profughi spianati dalla furia israeliana, non per i civili morti di fame, non per i bambini con gli arti amputati. Questa sarà una vergogna durevole. E sul giovane Charles Kirk vorrei aggiungere questo: ripugna l’immagine di un essere umano sparato a tradimento, ma la morte non ne riscatta l’insegnamento di odio di cui era da vivo protagonista. Non erano mica beatitudini evangeliche quelle predicate dal giovane leader trumpiano, nel suo cristianesimo identitario non c’era spazio per la compassione del samaritano, non c’era la bellezza e la smisuratezza dell’amore cristiano, c’era l’esplicito connubio pornografico tra politica e fede (il contrario del laico “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”), c’era una fede che umilia e punisce, che comanda la trasformazione dei peccati in reati, che rivuole integro in cima alla scala sociale il primato del valore della proprietà privata rispetto al valore della vita, la supremazia patriarcale del genere maschile, la superiorità ontologica della cosiddetta razza bianca, la disciplina etero-normativa, l’adesione alla natura predatoria del capitalismo. Era il capovolgimento di qualunque cultura moderna del diritto e della democrazia. La libertà liberista dell’odio contro i lacci e lacciuoli della tolleranza e della “convivialità delle differenze” (per dirlo con le parole di un profeta autentico come don Tonino Bello)
Quanta disumanizzazione c’è nell’affermazione “definisci un bambino”?
Non ho parole per risponderti. Solo un incontenibile conato di vomito. La barbarie comincia proprio quando smetti di vedere l’umanità altrui, quando ne percepisci la diversità come una minaccia, quando nel viso di un neonato vedi la sagoma di un futuro terrorista. Purtroppo, il nostro è un evo fondato sulla disumanizzazione del discorso pubblico. Io lo chiamo “genocidio delle parole”…
Cosa è rimasto dell’Europa culla del diritto e dell’umanitarismo?
Io penso che il vecchio continente abbia preso una brutta china. Le purghe tecnocratiche e l’austerità hanno gonfiato le vele della reazione, con le sinistre governiste incapaci di uscire dalla recita suicida delle compatibilità di sistema. La guerra e la rivoluzione liberista, cioè un intero ciclo dello sviluppo capitalistico, hanno ricacciato indietro le domande di qualità e di diritti che il protagonismo operaio e studentesco aveva portato al centro della storia novecentesca. La sinistra, anzi il riformismo, non ha visto la tempesta che stava arrivando. Penso alla socialdemocrazia tedesca, messa oggi in condizioni di accattonaggio, con Olaf Scholz che da cancelliere apre le porte a un riarmo epocale mentre i neo-nazisti assediano l’intera Germania. Penso al tema spinoso e cruciale dei migranti, con certa sinistra spesso emula della destra. Tocca a una nuova sinistra ricostruire e rendere vivo il racconto di un’Europa della pace e dell’universalismo dei diritti.
Ma esiste questa nuova sinistra?
Quando la sinistra ha smarrito la bussola della questione sociale, quando ha perso l’orizzonte della pace, quando si è compromessa con la guerra e il liberismo, allora la sinistra si è persa e ha perso. Da questa consapevolezza occorre ripartire. Con coraggio, in mare aperto, sfidando le intemperie. Abbiamo il dovere di farlo.