Alta tensione nel Mediterraneo
Israele e il mare di Gaza: il blocco navale, la strage Mavi Marmara, gli appelli per la Global Sumud Flotilla
Alta tensione dopo gli attacchi che hanno colpito le imbarcazioni: il governo dello Stato Ebraico aveva dichiarato che avrebbe trattato gli attivisti alla stregua di terroristi. Appelli alla responsabilità e il sanguinoso precedente
Esteri - di Redazione Web
Ore di alta tensione intorno alla missione umanitaria Global Sumud Flotilla, rappresentanze da 44 Paesi, decine di navi di aiuti che puntano a superare il blocco navale di Israele per raggiungere la Striscia di Gaza martoriata da quasi due anni di operazione militare a tappeto. Alta tensione soprattutto dopo gli attacchi che hanno colpito le imbarcazioni in navigazione: il governo dello Stato Ebraico aveva dichiarato che avrebbe trattato gli attivisti alla stregua di terroristi. Si sono susseguiti appelli alla responsabilità dal governo e dalla Presidenza della Repubblica, si è ricordato il sanguinoso precedente della Mavi Marmara, un’altra imbarcazione che provò a forzare il blocco ormai 15 anni fa. Dieci attivisti vennero uccisi negli scontri con le teste di cuoio israeliane. Quell’assalto di Israele fu definito “sproporzionato” e “brutale” da parte delle Nazioni Unite, una violazione del diritto internazionale.
Gli accordi di Oslo II avevano previsto le prime limitazioni alla navigazione al largo della Striscia. Nessuna imbarcazione può entrare nelle 12 miglia nautiche dalla costa per il blocco in corso dal 2009, ogni navigazione è vietata dagli attacchi di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023. Una commissione ONU nel 2011 lo ritenne “legittimo” nel contesto di un conflitto internazionale, chi ritiene che Hamas non sia rappresentativa di tutta la Striscia di Gaza rigettava e rigetta quella conclusione. Il blocco interessa anche i pescherecci dei gazawi.
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Era il 31 maggio 2010 quando sei imbarcazioni della Gaza Freedom Flotilla cariche di aiuti umanitari e beni di primo soccorso provarono a forzare il blocco per sbarcare a Gaza. L’operazione “Piombo Fuso” era finita da circa un anno, Israele aveva fatto sapere che non avrebbe permesso l’attracco. Oltre che dalla Gaza Freedom Flotilla, un’organizzazione fondata da attivisti californiani, la missione era stata organizzata dalla ong turca Humanitarian Relief Foundation che possedeva anche la nave più grande, la Mavi Marmara. A bordo viaggiavano oltre 600 persone, 44 tra parlamentari e politici, delegazioni da una quarantina di Paesi, più di 10mila tonnellate di calcestruzzo che sarebbero state utilizzate come materiale edile. Le imbarcazioni furono assaltate in piena notte da motovedette ed elicotteri israeliane, scaturirono scontri violenti.
Quell’intervento venne definito “operazione Brezza Marina”. Furono uccise nove persone, otto turchi e uno statunitense di origini turche. Una decima vittima, donna, sarebbe morta dopo quattro anni di coma. Decine i feriti. Un’indagine svolta in Turchia contestò alcune ferite da colpi d’arma da fuoco alla testa che sarebbero state compatibili con esecuzioni ravvicinate. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu si disse “rammaricato” per le vittime ma difese comunque l’operato delle forze israeliane. “I nostri soldati sono stati attaccati, bastonati, pugnalati, ci sono anche notizie di spari. I nostri soldati hanno dovuto difendersi, difendere le loro vite, o sarebbero stati uccisi”. Quell’incidente compromise le relazioni tra Israele e Turchia. Da allora, dalla strage della Mavi Marmara, tutte le missioni tentate non hanno mai avuto successo.
Rifat Audeh, giornalista e regista di origine palestinese, nel 2010 a bordo della Mavi Marmara, ha girato il film The Truth: Lost at Sea. “Finora Israele non è stato punito, ma non possiamo perdere la speranza. Noi vittime stiamo procedendo sul piano legale. Alla Corte penale internazionale è in corso una lunga vicenda giudiziaria, il prossimo 2 dicembre il procuratore dovrà rispondere della sua mancata intenzione di procedere contro Israele. Altri casi sono aperti contro singoli funzionari israeliani, in Sudafrica rischiano di essere arrestati. Le vie da percorrere sono numerose”, raccontava in un’intervista di una decina di anni dopo a Il Manifesto.