Niente di nuovo all'orizzonte
La manovra finanziaria è un flop annunciato, l’ennesimo fiasco di Meloni
Niente per le pensioni falcidiate di 35 miliardi, niente per le cure mediche, niente per i salari che colano a picco, i più bassi d’Europa. La finanziaria elude ancora una volta i nodi del Paese
Economia - di Domenico Carrieri*, Cesare Damiano**, Agostino Megale***
A settembre, come ogni anno, si apre il cantiere che prepara la legge di Stabilità. Il ministro Giorgetti, a Cernobbio, ha voluto ricordare come in agosto si facciano discussioni da “Calcio mercato” nelle quali ognuno inserisce i suoi desideri, mentre la Legge di Stabilità deve fare i conti con la realtà economico-finanziaria del Paese. Con questa affermazione il Ministro ha voluto sottolineare come il lavoro “paziente e responsabile” del governo abbia tenuto in equilibrio i conti, evidenziando il calo dello spread sui Bund tedeschi, il risparmio degli interessi sul debito e la possibilità di uscire anticipatamente dalla procedura europea di infrazione sul deficit. Ciò non significa che vada tutto bene, tutt’altro.
Intanto, le discussioni nella maggioranza del governo Meloni sono, purtroppo, caratterizzate dall’assenza di una visione coerente sui temi del lavoro e delle pensioni. Si parla di misure frammentate: della riduzione di due punti sull’Irpef, che pesa sul ceto medio produttivo, riducendo l’aliquota dal 35% al 33% e modulando lo scaglione dai 50 ai 60 mila euro; di rottamazione delle cartelle e di detassazione degli straordinari e del lavoro notturno. In alcuni casi si evidenzia anche la necessità di evitare l’innalzamento dell’età pensionabile di 3 mesi dal 2027. Ma allo stato dell’arte nessuna di queste eventuali misure avrebbe le coperture necessarie poiché nessuno dalla maggioranza ha indicato finora dove prendere le risorse. In tutto ciò il governo sembra aver rimosso il fatto che, pur avendo rinnovato nel 2024 e 2025 una serie di contratti nazionali di lavoro, a fine giugno i salari in Italia, come certificato dall’Ocse e dall’Istat, calano rispetto al 2021 del 7,5%: il calo più significativo dei salari reali tra tutte le principali economie dell’Ocse.
Quasi 6 milioni di lavoratrici e lavoratori sono in attesa di rinnovo dei contratti e, per i dipendenti pubblici, il governo ha stanziato il 5,8% di aumenti salariali rispetto a un‘inflazione del 17,3% nel triennio 2021-2024, programmando così un’ulteriore riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni. Tra il 2022 e il 2024 l’aumento delle entrate fiscali legato all’inflazione – stimato in circa 18 miliardi di euro – ha colpito soprattutto i lavoratori dipendenti e i pensionati, senza che le aliquote o le soglie Irpef venissero adeguate. La riduzione contributiva e fiscale del governo vale 3 punti percentuali, il fiscal drag 3.6: il lavoro ci rimette 0.6 punti percentuali. Circa 1 miliardo di euro. Il fiscal drag non viene compensato da una indicizzazione automatica degli scaglioni, come avviene in altri Paesi, e questo determina un drenaggio costante di risorse dalle buste paga verso l’erario. Il che vuol dire che soprattutto i lavoratori hanno pagato col loro salario gli sgravi fatti dal governo. Questa è la realtà e non la favola che racconta la destra al governo, secondo cui, “mentre gli altri Paesi sono in crisi, l’Italia segna traguardi che solo la miopia prevenuta della sinistra non vede”.
Bene ha fatto la Cgil a chiedere la restituzione di almeno 1000 euro per lavoratore. Troppi i soldi persi e ad oggi non recuperati. Come fa il Governo, a partire dalla Premier Giorgia Meloni, a parlare di potere d’acquisto dei salari in crescita dimenticando quanto le famiglie italiane hanno perso e continuano a perdere, soprattutto negli ultimi due anni, a seguito dell’impennata inflazionistica? In una situazione come questa sarebbe oltremodo utile l’adozione di un salario minimo intanto per tutti coloro che non sono coperti dalla contrattazione e, in secondo luogo, si potrebbero recepire per legge i minimi contrattuali stabiliti, settore per settore, dai contratti collettivi nazionali di lavoro firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative, fissando in questo modo un principio che rappresenterebbe un intervento legislativo di sostegno alla contrattazione.
Infine, si tratterebbe di fissare un percorso graduale di innalzamento verso la soglia dei nove euro lordi orari, considerando i diversi punti di partenza della contrattazione, tra chi è vicino a quella soglia e chi, soprattutto nei settori dei servizi e della logistica, è alquanto distante. Anche per le pensioni, dopo il taglio della rivalutazione degli anni precedenti che ha considerato i pensionati come dei bancomat, prelevando dalle pensioni medie qualcosa come 35 miliardi in 10 anni, è tempo di rivedere l’indicizzazione. Come è il tempo di una legge adeguata per la non autosufficienza, oggi limitata agli ultraottantenni con Isee molto basso che, da un lato, esclude nel presente la maggior parte degli anziani non autosufficienti e, dall’altro, non tiene conto della rilevanza del problema per il futuro.
Un altro tema sociale è quello dei tagli alla spesa sanitaria pubblica che si traducono nella rinuncia alle cure da parte di 4 milioni di italiani. In Italia siamo mediamente a 3000 euro procapite di spesa sanitaria, in Germania a 7000. Ora, senza voler rincorrere i tedeschi, si può e si deve fare di più e meglio a partire dall’assunzione di medici e infermieri e dal rinnovo del loro contratto nazionale. Ancora, come è possibile non rendersi conto che, dopo 25 mesi di calo della produzione industriale, una asfittica previsione di crescita del Pil ridotta allo “zerovirgola”, e la conclusione del Pnrr nel 2026, servirebbe immaginare un nuovo Piano europeo per sostenere gli investimenti accompagnato da un progetto di innovazione digitale e di politica industriale, assieme a un rilancio di un piano nazionale di contrasto al cambiamento climatico? La demagogia non ci appartiene, ma che prospettive ha un Paese che non tutela il lavoro, che non investe nella sanità, nella scuola, nel welfare, che non ha un programma di politica industriale?
E, se il punto è dove prendere le risorse, ricordiamo che l’evasione fiscale e contributiva continua a vederci maglia nera in Europa con oltre 90 miliardi evasi e circa tre milioni di lavoratori in nero; che nel nostro Paese ci sono 7 mila miliardi (calcolati in dollari) di ricchezza finanziaria che ha una pressione fiscale più bassa di quella di lavoratori e pensionati. I milionari italiani sono 517mila e 2.600 gli Ultra-High Net Work (con un patrimonio che supera i 100 milioni di dollari di ricchezza finanziaria). Le risorse, quindi, esistono: è necessario avere chiare quali sono le priorità lasciando da parte vuote promesse e demagogia.
*Sociologo del lavoro
**Presidente Associazione Lavoro&Welfare
***Già Segretario confederale Cgil