Il film dedicato al regista
Carmelo Bene e il geniale viaggio di Maresco tra fango e nuvole
Senza trama e senza struttura, improntato sul sottogenere di chi fa un film sul tentativo di fare un film, l’opera del creatore di Cinico tv è urticante come sempre: ci dice che in paradiso possono andare solo gli imbecilli
Cultura - di Filippo La Porta
“Un film fatto per Bene”, è un film impossibile e meraviglioso, il vincitore ideale del Leone d’oro a Venezia: senza trama e senza struttura, senza regole e senza confini di genere.
Non si tratta solo di un film sul tentativo di fare un film (un sottogenere che ha illustri precedenti, da Effetto notte di Truffaut a Close up di Kiarostami), ma del diario meticoloso di una vocazione personale al fallimento, con il pretesto dell’indagine dell’amico sceneggiatore Umberto Cantone che a Palermo investiga sulla sua scomparsa e su cosa è avvenuto del film dedicato a Carmelo Bene di cui sono stare girate varie riprese (l’amico riuscirà infine a riconciliare Maresco con il produttore Andrea Occhipinti, esasperato dai ritardi e dalle spese!). Un diario fitto di visioni, idee, ossessioni, invenzioni. Esilarante e di debordante vitalità: a un certo punto Maresco ricorda Carmelo Bene che gli parlava della “potente e vitale misantropia di Schopenhauer”.
Ecco: la poesia è tutto ciò che accresce la nostra vitalità, come ricordava un altro grande misantropo, Leopardi. Perciò Maresco è poetico, e mai noioso come invece a tratti Kiarostami e Truffaut. Dunque il film non è più un omaggio a Carmelo Bene, come promette il titolo, ma un film su Maresco, che a una conferenza stampa dirà a un gruppo di giornalisti attoniti che lui è “il Carmelo Bene del XX secolo”. Ed effettivamente la pellicola è imbevuta dello spirito – dissipativo, genialissimo, meridionalissimo, creativo, tragico – di Carmelo Bene. Del grande artista di Campi Salentina Maresco prende una immagine centrale, quella di san Giuseppe Desa di Copertino, il santo contadino seicentesco cui tutto scivolava dalle mani e che un giorno in una delle sue estasi mistiche si alzò in volo sulla campagna (in America è diventato il santo protettore degli aviatori).
Poi sfilano tutti i personaggi che 30 anni fa vedevamo in “Cinico TV” (realizzato da Maresco ancora in coppia con Ciprì), solo invecchiati e se possibile ancor più malandati. Certo, come qui si ripete, quei personaggi “fanno schifo, ma la società italiana tutta intorno fa ancora più schifo!” Confesso di non aver apprezzato abbastanza a suo tempo “Cinico TV”, mi sembrava una concessione alla retorica del degrado, una cura eccessiva di tipo omeopatico (combattere la spazzatura con la spazzatura stessa), perfino con un rischio di estetismo dell’orrido. Ma mi sbagliavo (all’epoca litigandoci con Goffredo Fofi, cui il film peraltro è dedicato): quella trasmissione diceva la verità sull’Italia! Inoltre: c’è più religiosità, benché stravolta, paradossale, in quelle “profanazioni” .- come nell’autista suo amico che ogni tre parole dice “Gloria al Signore” – , che in tutti i meeting di CL e nei sinodi dei vescovi.
In questo tentativo di film di Maresco, accanto a spezzoni informi, scene montate in modo disordinato, incongruenze narrative, flash e passaggi improvvisati, nani e pulcinella, perfino un’invettiva contro Marzullo, compaiono ogni tanto le poche scene veramente realizzate (e compiute) di quello che avrebbe dovuto essere il film: sono immagini in bianco e nero lampeggianti entro un paesaggio metafisico e desolato, che testimoniano la sterminata cultura cinematografica e il gusto visionario di Maresco, tra l’Etna di Porcile di Pasolini, la Giovanna d’Arco di Dreyer, Simone lo stilita di Buñuel, Sentieri selvaggi di Ford, Eisenstein e Kurosawa… Memorabile la parodia di Bergman: la morte, impersonata da Antonio Rezza, si prepara a giocare a scacchi però, esasperata da San Giuseppe da Copertino che non si decide a fare la prima mossa glielo chiede. Non vi diciamo come finisce.
Se dovessimo dire in una sola frase il messaggio del film sarebbe questo: solo gli idioti si salvano (loro, che sono più vicini a Dio). Messaggio del tutto sovversivo. Mentre Maresco, Carmelo Bene, noi tutti, non ci salveremo, occorre rassegnarci! Non ce la facciamo a “depensare”, come invece i personaggi del film. Mettete pure al posto di “idioti” che so “analfabeti” o “persone semplici”, non importa. L’attore afasico che interpreta san Giuseppe da Copertino, che con una aria ebete e felice appoggia la guancia alla lunga orecchia dell’asino, quasi una scena fiabesca, è struggente. Credo che questa sia una intuizione fondamentale anche per Carmelo Bene, il quale è un san Giuseppe da Copertino che non è riuscito a volare né a restare zitto con la bocca aperta. Non è riuscito ad essere compiutamente “cretino” (per parafrasarlo). È un santo mancato, un mistico fallito, animato da una devozione febbrile e impossibile, da una fede disperatamente senza oggetto, entro la modernità immanentistica, del tutto secolarizzata, in cui forse non si può più credere in buona fede. In una occasione ha dichiarato: “c’è mancato pochissimo che diventassi santo. Avevo una passione per le immagini di Maria Vergine”.
Un santo mancato e senza miracoli, che però fece della propria voce, naturalmente ricca di timbri e poi coltivata con abnegazione, un piccolo miracolo. Bene si è fatto ateo per amore di Dio. È l’interprete involontario di un aforisma di Simone Weil: “Non ci sono atei ma idolatri”. Lui ha voluto demolire ogni idolatria per essere davvero ateo, e almeno creare un vuoto prezioso dentro di sé, che magari un giorno potrà essere abitato da Dio. Per poter accogliere Dio – e dunque nel suo lessico per poter sparire – non è stato abbastanza “cretino”, come i fraticelli del Giullare di Dio rosselliniano. Non è riuscito a sprofondare in una muta idiozia prossima al nulla. Infine: cattolicamente e baroccamente celebra il mondo, la sua fantasmagorica varietà – un attimo prima che si dissolva, dunque lo celebra luttuosamente (il 13 settembre a Otranto ci sarà un corteo di barche con l’installazione di una statua di cartapesta della Bottega di Mario Di Donfrancesco: ricordo che Bene era un anarchico senza ideologia, né di destra né di sinistra, un po’ più lontano dalla destra, diffidate di qualsiasi “annessione” politica).
Torniamo a Maresco, che alla fine del film diventa muto e si ritira in un convento. A un certo punto avrà un’estasi, sul confessionale, che lo conduce in cielo tra le nuvole, con un drone che ne filma stupendamente tutti i riflessi sfrangiati di luce. Ha raggiunto l’ “idiozia”, una felicità vuota, smemorata quasi minerale? Chissà. Certo, vocazione al fallimento, ma per un uomo del Sud, da don Chisciotte in poi, l’esistenza stessa è un fallimento! Solo che è un fallimento avvincente, perché genera continuamente esperienza e immaginazione.