La rubrica Sottosopra
Emanuele Severino, filosofo e giornalista che ci ha indicato le rapide in agguato
Si pensi, anche solo per un attimo, all’attuale marasma del mondo: non si ha la sensazione che l’uomo si illude di padroneggiare ciò che invece lo domina?
Editoriali - di Mario Capanna
Eterni sono ogni nostro sentimento e pensiero. (…) Nulla di ciò che crediamo di fare è fatto da noi. (E. Severino)
Oltre che straordinario filosofo, Emanuele Severino è stato pure un giornalista pungente. Iniziò a scrivere articoli su Bresciaoggi, nel 1974, e poi sul Corriere della Sera. Circa 500 scritti con una caratteristica saliente: analizzare avvenimenti e tematiche dal suo peculiare punto di vista teoretico, il che gli ha permesso, descrivendo il sottosuolo delle vicende trattate, di svelarne disegni e tendenze. A partire dal primo articolo I piani del fascismo, scritto appena quattro giorni dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974). Argomentava che gli stragisti fascisti, con il sanguinoso attentato durante un comizio sindacale, volevano provocare una reazione violenta della sinistra, idonea a determinare l’intervento dell’esercito. Tesi che la sentenza, arrivata ben 41 anni dopo, confermava nella sostanza.
Dello stesso tenore gli articoli che mostravano, ben in anticipo, le ragioni del perché ci sarebbe stato il crollo dell’Urss. Una preveggenza per nulla divinatoria, ma derivante dalla “verità” del suo impianto filosofico e dai ragionamenti sulla tecnica come forza prevalente rispetto alle ideologie. A dare conto di tutto questo è Paolo Barbieri, con il libro appena uscito Emanuele Severino giornalista (Scholé Morcelliana, 2025). Il merito dell’agile volume, costruito con sapienza efficace – raggruppando i temi salienti svolti negli articoli (sulla politica, la guerra, il terrorismo, la scuola e l’università, l’etica, il capitalismo, il marxismo, il cristianesimo, la Chiesa, l’islam, la fede e la cultura laica ecc.) – è di far conoscere a un pubblico non specialistico le determinazioni che discendono da un impianto filosofico estremamente rigoroso.
Severino è stato mio maestro all’Università Cattolica, e ancora mi sanguina la ferita di non essermi potuto laureare con lui (con la tesi già stabilita) a causa della mia espulsione dall’ateneo nel 1968 per via delle lotte studentesche e del suo allontanamento di poco successivo a seguito del processo intentatogli dall’ex Sant’Uffizio, che ritenne incompatibile il suo pensiero rispetto alla rivelazione cattolica. Mi consola il fatto di avere mantenuto con lui una frequentazione assidua fino agli ultimi suoi giorni. Opportunamente Barbieri inquadra gli articoli in quelli che sono i fondamenti del pensiero severiniano: l’essere è e, in quanto tale, non può non essere, per il principio di non contraddizione. Credere che ciò che è possa venire dal nulla e, mentre è, sprofondarvi, diventando niente, è la “suprema follia” che guida la visione del mondo da parte del pensiero occidentale, a partire dalla metafisica greca dopo Parmenide.
È eterno tutto ciò che è, e il divenire è il comparire e il dileguarsi degli essenti eterni. Naturalmente fior di altri filosofi si sono cimentati nel cercare di scardinare questi presupposti: Severino li ha annichiliti tutti sul piano teoretico. Dalla “verità incontrovertibile” proviene il discorso sulla tecnica (di cui la guerra è la manifestazione più distruttiva). Se le cose sono accidenti, manipolabili, creabili e annientabili, in ogni caso prendibili e trasformabili, questo costituisce il piedistallo della tecnica come forza suprema che subordina a sé ogni dinamica. Chiunque vi faccia ricorso (l’economia, la finanza, la politica, il capitalismo, il socialismo, il cristianesimo, l’islam, il terrorismo, la guerra ecc.) non fa altro che aumentarne la potenza, sì che da mezzo essa diventa fine, e il suo scopo è l’indefinito accrescimento di sé.
Si pensi, anche solo per un attimo, all’attuale marasma del mondo: non si ha la sensazione che l’uomo si illude di padroneggiare ciò che invece lo domina? Se poi si considera l’Intelligenza artificiale, che può giungere a creare macchine più intelligenti della nostra mente, che potrebbero fare a meno di noi, e persino opporsi a noi, non si dovrà concludere che con il pensiero di Severino è bene farci i conti? Armando Torno, responsabile delle pagine culturali del Corriere della Sera quando ospitava gli articoli del filosofo, ha scritto efficacemente: “Per esemplificare, diremo che se una barca sta navigando sul fiume, Severino non dice all’equipaggio come deve remare, ma indica la velocità e la portata dell’acqua, la sua profondità, la consistenza dell’imbarcazione, segnala infine le rapide che più in là sono in agguato”. Le rapide, appunto. Non converrà attrezzarci per evitarle?