L'ex deputato dei radicali

“Così lo Stato uccise Giorgiana Masi”, il racconto di Mimmo Pinto

Organizzò con Pannella la manifestazione in cui, il 12 maggio 1977, fu uccisa la giovane Giorgiana Masi. Oggi ripercorre quel periodo buio e le vicende che hanno segnato la sua storia politica e quella dell’intero Paese

Interviste - di Asia Buconi

16 Settembre 2025 alle 14:00

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“Così lo Stato uccise Giorgiana Masi”, il racconto di Mimmo Pinto

Mimmo Pinto è stato tante cose: membro di Lotta Continua, guida negli anni Settanta a Napoli dei cortei dei «disoccupati organizzati», parlamentare prima candidato nelle liste di Democrazia Proletaria, poi in quelle del Partito Radicale, vicinissimo a Marco Pannella. Ma soprattutto è stato – ed è ancora – testimone diretto di alcuni dei momenti più incandescenti della storia repubblicana: la stagione dei movimenti, il delitto Moro, fino alla strage di Bologna. Lo incontriamo per ripercorrere con lui quelle giornate, fino alla più tragica per la sua storia politica e personale, il 12 maggio 1977, quando la giovanissima Giorgiana Masi, 18 anni, fu uccisa a pochi passi da lui, in una manifestazione da lui organizzata in un momento storico buio. Le sue riflessioni mai addomesticate ancora oggi mettono in discussione narrazioni consolidate e memorie ufficiali.

Mimmo Pinto, torniamo a quel 12 maggio 1977. Qual era il clima e per cosa si era scesi in piazza?
Quel giorno si manifestava per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio. E si raccoglievano firme alla proposta dei referendum abrogativi. In realtà, quella manifestazione nasceva per una ragione precisa: a Roma non si poteva più scendere in piazza per un gioco perverso tra lo Stato e i manifestanti che volevano gli scontri a tutti i costi. L’allora ministro dell’Interno Cossiga aveva vietato manifestazioni nella Capitale fino al 31 maggio. L’atmosfera era triste, cupa. Tante persone che volevano manifestare per dire qualcosa non lo potevano più fare perché ogni volta c’erano incidenti. Marco Pannella ed io, ospitati da La Repubblica, decidemmo in un’intervista di sfidare questo divieto a manifestare. Proponevamo una manifestazione pacifica e non violenta, che partisse dal celebrare l’affermazione della possibilità di divorziare in Italia. Ma il senso era più profondo: volevamo manifestare in piazza per voltare pagina, per dire “no” alle forze di polizia e allo Stato che volevano gli scontri e a quella parte del movimento che faceva questo gioco al massacro. Quindi sì, era per il divorzio, ma anche per dire: basta, vogliamo tornare a manifestare pacificamente nelle piazze.

E cosa successe poi?
La piazza si riempì. La manifestazione era pacifica. All’improvviso però, quasi come un ordine caduto dal cielo, ci fu la caccia all’uomo. Giornalisti dell’epoca scrissero di “manganelli utilizzati con una violenza inaudita”, di “ragazze e ragazzi inermi a terra”. In mezzo alla gente che scappava, cadeva, io cercavo di portare fuori – esibendo il tesserino da parlamentare – un gruppo di persone. Avevo le mani alzate, una col tesserino, l’altra come a dire “calma, per favore, fateci passare”. Ma ci fu un attacco da parte dei Carabinieri che stavano lì a presidiare. Uno di loro, ancora mi chiedo come, con un calcio mi fece volare, mi scaraventò a terra. Io da terra dissi: “Ma che fate? Non vedete che siete carne da macello?”. E lui: “Fai schifo, vai a lavorare, non me ne fot*e che siete parlamentari”. Era uno sfogo, uno sfogo contro chi aveva deciso di rompere l’accerchiamento e diceva sì alle piazze per manifestare pacificamente in un momento buio dove solo con gli attentati e con gli scontri si poteva esistere. Ricordo un poliziotto con una borsa militare a tracolla e una maglia a strisce bianche e nere che sparava da dietro le colonne. Gli agenti erano tutti in borghese, ne individuammo almeno una decina, che sparavano ad altezza uomo.

Lei sostenne che lo Stato mentì su questo punto.
Sì mentì. Cossiga, dopo tanti anni, mi chiese scusa per le menzogne. Disse che era vero quello che noi avevamo denunciato. Ma qualche giorno prima, con una nota sua mascherata da comunicazione del Viminale, voleva impedire che fosse montato il palco a Piazza Navona, dove si sarebbe svolta la manifestazione. Alla fine il palco fu montato. Noi comunque ci assumevamo la responsabilità che a Piazza Navona non sarebbe successo nulla. Dunque chiedevamo di non militarizzarla, di evitare di avere un concentrato di mezzi e uomini delle forze dell’ordine che potessero dare l’idea di potenziali scontri. L’atmosfera era pesante, perché poi uscì un’altra nota, in cui invece si specificava che la polizia sarebbe stata lì con una funzione deterrente, per evitare stragi. Poi verso il tardo pomeriggio siamo riusciti a far defluire i manifestanti verso Trastevere, attraversando ponte Garibaldi.

Lì lo sparo che colpì alle spalle la giovane Giorgiana Masi.
La manifestazione la convocammo io e Pannella. Mi pesa ancora oggi che in una manifestazione in cui inviti persone ad avere fiducia, a venire in piazza in modo pacifico, poi qualcuno arrivi alla morte. Giorgiana era una ragazzina ed è morta. Quando vado a Roma e passo per ponte Garibaldi, sul Lungotevere, ho ancora i brividi. Una morte assurda e inutile. Bastava guardarla in faccia, lei e tutti i ragazzi che erano lì quel giorno.

Fu un proiettile dello Stato a colpire Giorgiana?
Io credo ancora oggi sia stata uccisa da un proiettile dello Stato. Ma in ogni caso, anche non lo fosse, lo Stato ha fatto in modo che venisse ammazzata. Perché quel clima lo consentiva, era come se suggerisse che dovesse scapparci il morto.

Sempre nel 1977 lei tenne un discorso alla Camera contro la Dc. Cosa disse?
Quel giorno parecchi parlamentari, specie comunisti, si misero davanti a me per non farmi aggredire durante l’intervento. Si parlava dello scandalo Lockheed e io dissi che sarebbe venuto un giorno in cui la Democrazia Cristiana sarebbe stata processata nelle piazze. Il giorno dopo, replicò al mio intervento Aldo Moro, dicendo che la Dc non sarebbe mai stata processata nelle piazze. Poi lui fu rapito dalle Brigate Rosse.

E lei nel contesto del sequestro Moro si schierò subito per la trattativa.
Noi con il giornale “Lotta continua” ci schierammo per la trattativa, sì. Il dibattito era: se lo Stato tratta e scende al livello delle Brigate Rosse per liberare una vita, è debole. Altri invece sostenevano che uno Stato forte, cosciente della sua libertà, della sua democrazia, per salvare anche solo una vita può fare dei patti, senza svendere nulla. Cossiga poi mi rivelò una cosa sul caso Moro…

Cosa le rivelò Cossiga?
Di essere prigioniero del Partito Comunista, con Ugo Pecchioli che ogni giorno andava da lui e gli chiedeva sempre di rispettare la linea della fermezza e della rigidità. Non potevano tollerare che alla loro sinistra, o armati o disarmati, potesse esistere qualcosa. La Dc stava anche cedendo…ma a non cedere era il Pci. A un certo punto si aprì uno spiraglio concreto: Fanfani avrebbe detto al Consiglio nazionale della direzione della Dc che era possibile liberare un detenuto malato, che questo forse bastava e avanzava. Il giorno dopo però, prima che Fanfani parlasse, arrivò la telefonata che Moro era stato ammazzato. Io avevo detto che la Dc sarebbe stata processata nelle piazze, ma a quel punto non mi riconoscevo più né nella prigione del popolo, né nella follia di processare chiunque nelle piazze. A volte ci si può rendere conto che anche le proprie parole possono essere sbagliate. Sciascia pubblicò un articolo sul Corriere, in prima pagina, in cui elogiava un mio intervento in Aula su Moro. Con lui poi fummo ricevuti dalla moglie di Aldo Moro, Eleonora Chiavarelli, a casa sua.

Per quale motivo vi ricevette?
Lei non volle vedere nessun rappresentante della Dc o di altri partiti. Ma noi due andammo a casa sua. Questo mi ha fatto molto riflettere. Ci ringraziò di quello che avevamo tentato di fare. Quando venne la falsa notizia del ritrovamento del cadavere di Moro nel lago della Duchessa, feci un discorso in Aula dicendo agli altri parlamentari che erano ridicoli: nessuno era affranto per la sua presunta morte, perché da vivo, dissi, vi avrebbe fatto paura.

Lei si distingue anche per essere stato sempre e convintamente garantista, anche con i “nemici”.
Ricordo che un giorno, nei miei giri in carcere, ero all’Asinara, con me c’era Franca Rame. A un certo punto, qualcuno mi disse: “Onorevole, di là non vada, ci sono i neri”. E io mi fermai e dissi: “E che significa?”. Erano preoccupati, mi dicevano: non le garantiamo nulla. E io risposi che non dovevano preoccuparsi. A uno di quelli dissi: “Qua voi per me non siete più i fascisti, ma detenuti arrestati che vivono in condizioni assurde”. Ho un altro esempio: un giorno la polizia uccise un giovane di destra. Io feci un’interrogazione al ministro in Aula sulla vicenda. E sul Secolo d’Italia uscì un articolo non firmato, che poi capii essere stato scritto da Pino Rauti, in cui scriveva che per la prima volta un uomo di sinistra chiede perché e come sia stato ucciso uno di destra. Sono stato sempre un po’ anomalo nel mio modo di essere.

Tanto che ha mantenuto posizioni simili anche sulle presunte responsabilità in merito alla strage di Bologna del 1980 degli esponenti dei Nar Francesca Mambro e “Giusva” Fioravanti.
Ho sempre avuto grandi dubbi sulla loro colpevolezza. Allora ero presidente all’Arci, avevo organizzato il comitato per Adriano Sofri. Un giorno la mia segretaria mi chiamò e mi disse: c’è un ragazzo che ti aspetta da molto. Arrivai in ufficio e si presentò: “Mi chiamo Italo Mambro, sono il fratello di Francesca Mambro”. E mi disse: “Tu sei un garantista, ti stai impegnando per Adriano Sofri perché è innocente o perché è tuo amico?”. Gli risposi: “Dove vuoi arrivare?”. E lui: “Mia sorella è innocente sulla strage di Bologna, perché non cerchi di capire qualcosa in più?”. E così iniziai a leggere le carte. Si mise in piedi un gruppo perché avvenisse un processo che non avesse già il colpevole designato.

Queste posizioni coraggiose, anomale, le hanno mai dato problemi con la sua parte politica?
Certo, hanno messo anche in discussione alcuni rapporti. Una volta ero a Roma in un locale con altri compagni, venne uno e mi sputò in faccia dicendo “sei un pezzo di mer*a, hai tradito i compagni uccisi”. Un po’ mi sentivo isolato, ma parlai delle mie posizioni anche ad Adriano Sofri, il mio principale riferimento politico e culturale, che mi disse: vai avanti. E mi consigliò di dare una mano a Mambro e Fioravanti. Pensi che una sera io ed Italo Mambro eravamo da Funari. E c’era anche l’attuale senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che gli chiese di fingere di non conoscerlo. Mentre io, che ero di sinistra, parlavo con lui per la sorella.

Lei si è sempre speso per il diritto a manifestare. Guardando all’oggi, al giro di vite imposto in questo senso dal decreto Sicurezza del governo Meloni, che idea si è fatto?
Penso che, oggi come ieri, c’è tanta paura del dissenso. Ma oggi i metodi sono diversi. Piuttosto che dire, ad esempio, che c’è chi non dà le case popolari che pure sono disponibili, si dice: facciamo una legge contro chi occupa, contro chi ti toglie la casa, contro chi ti fa danno. Trasformano la cosa. Questa è una loro abilità.

Guardando a sinistra, invece?
La sinistra oggi non ha più un sogno. Non riesce più a stare in mezzo alla gente, ma non è neanche questo. Il problema è che non si riesce più a dire: “Io sono la gente. Io faccio parte di quelle persone”. Che è l’unico modo per fare proprie le emozioni, i problemi, le perplessità e i bisogni del popolo. Tutte cose che non si capiscono andando in spedizione tipo boy scout. Oggi la sinistra non fa parte della gente. Non riesce a capire i temi urgenti delle persone, a parlare con chiarezza.

E che pensa di chi accusa di fascismo la destra a trazione Meloni che è al Governo?
Loro sono stati fascisti. Questo Paese però è democratico, nato dalla Resistenza e dalla Liberazione. Se loro oggi sono al Governo – nonostante il passato fascista – devono avere il coraggio di dire alcune cose: viva la Resistenza, viva la Costituzione. La polemica non è sul fascismo in sé, ma sul fatto che ora sono in Parlamento e che quindi devono essere riconoscenti a questa società che ha permesso loro di esistere, liberi e non incarcerati, anche da fascisti.

16 Settembre 2025

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