“La dernière chance”

Francia: macronismo in agonia tra piazze e Lecornu, solo la sinistra può dare futuro alle proteste

Con la nomina dell’ex ministro della Difesa, la Francia vira a destra nel mezzo di una crisi sociale profonda. E le proteste, senza un nuovo progetto politico, rischiano di alimentare conservatorismo e repressione

Esteri - di Pietro Folena

14 Settembre 2025 alle 09:06

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Francia: macronismo in agonia tra piazze e Lecornu, solo la sinistra può dare futuro alle proteste

L’estenuante agonia del macronismo conosce, con la nomina di Sébastinan Lecornu a primo ministro, quella che i commentatori francesi chiamano, con ottimismo, “la dernière chance”, l’ultima occasione. Con Lecornu sono sette i primi ministri nominati da Emmanuel Macron nei suoi due mandati, e cinque nell’ultimo mandato, quando il presidente francese non ha più avuto una maggioranza parlamentare. Questi numeri sono più eloquenti di qualsiasi analisi. Non c’è spazio, in questa stagione, così difficile, né in Francia né altrove, per il centrismo.

Ma l’agonia del macronismo alimenta il malessere sociale e l’ostilità nei confronti delle classi dirigenti. “Blocchiamo tutto” – il motto alla base delle mobilitazioni del 10 settembre – è stata un’espressione, senza guida o testa politica, di un malcontento che divora da anni la società francese dall’interno. A differenza dei “gilets jaunes”, la protesta del 10 settembre sembra meno rurale, più urbana, più animata da radicalismo di sinistra. La presenza giovanile e studentesca è stata forte, così come quella di molte categorie sociali colpite dalle politiche dei governi che si sono succeduti. Ma pesa, su questa protesta, la sconfitta dei sindacati nella lotta contro la riforma delle pensioni, e l’assenza di obiettivi – il governo era già caduto il giorno prima – se non quello delle dimissioni del Presidente. Si tratta di un impasto confuso che ha urgente bisogno di incontrare una prospettiva politica.

In questo quadro, la nomina del ministro della Difesa – delle Forze Armate, come si dice in Francia – a primo ministro dà il segno della stagione di guerra in cui l’Europa e il mondo stanno drammaticamente scivolando. “Symbole de la droitisation du quinquennat Macron”, droitisation ovvero: lo spostamento a destra, scrive Le Monde. Nessun esponente di rilievo proveniente dal mondo socialista e sinistra del macronismo, del resto, è ancora attivo.

La biografia del nuovo premier è quella di un giovane, proveniente da una famiglia semplice, entrato nella gendarmeria e poi diventato esponente degli ex-gollisti, Les Républicains. Come scrive la stampa francese, “Sébastien Lecornu è un personaggio balzachiano: ambizioso, ansioso e afflitto dalla sindrome dell’impostore, uno di quelli che si preparano a ritagliarsi un posto in una classe sociale più elevata”. Un profilo di destra moderata, d’ordine – apprezzato nel passato dai lepenisti – che come ministro delle Forze Armate si è trovato a gestire i nuovi imponenti finanziamenti alla difesa decisi dal Governo, nel contesto del Rearm EU promosso dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Fa parte, quindi, della tendenza buia di questo tempo ad accettare la guerra come fatto ordinario e a rilanciare la vecchia industria pesante – in crisi nei grandi settori, a partire dall’automobile – come industria bellica. Lecornu ha parlato, nel suo breve discorso di insediamento, di “rottura” rispetto ai suoi predecessori. La parola magica è “décalage”: lo scarto profondo tra l’opinione pubblica, la società e le istituzioni. Ma come si può pensare di superare questa spaccatura senza una svolta, nel merito e nel metodo? La volontà manifestata di riaprire il confronto sulla riforma delle pensioni, volontà osteggiata dal Medef – la potentissima confederazione padronale francese – è destinata a fallire, come i sindacati dei lavoratori hanno già commentato. Si prepara una protesta sindacale per il 18 settembre e i margini di un cambiamento sembrano nulli. Così la fragile maggioranza presidenziale – ricordiamo che il governo in Francia non deve avere il voto di fiducia, ma può essere oggetto, com’è successo a François Bayrou, di un voto di sfiducia – si appresta a vivacchiare, con una forte possibilità, anche se non voluta da molte forze politiche, di nuove elezioni anticipate.

Marine Le Pen, condannata per appropriazione indebita e ineleggibile, è comunque a capo di una forza radicata nel paese, con forti possibilità di affermazione. Ma è a sinistra che i giochi sembrano molto complicati. Il miracolo dell’alleanza delle ultime elezioni, che nel frattempo – come nel passato abbiamo auspicato su queste pagine – non si è trasformata in una nuova coalizione comune radicata nella società, sembra difficile da ripetersi. Jean-Luc Mélenchon appare sempre di più come un incrocio tra radicalismo di sinistra, sindacalismo rivoluzionario alla Georges Sorel, Cinque Stelle alla francese. Ha sposato la piazza di “blocchiamo tutto”, interpretando il sentimento anticapitalista e anticasta di una parte della società francese, soprattutto giovanile. E tuttavia dentro il suo movimento, France Insoumise, c’è un patrimonio di militanza e di impegno.

Il Partito Socialista, corteggiato da settori della maggioranza presidenziale, chiede con forza una legge per tassare i grandi patrimoni, la tassa Zucman, proposta dall’economista francese Gabriel Zucman, Direttore dell’Osservatorio Fiscale Europeo. Quello che è certo è che se la protesta sociale non incontra un progetto politico nuovo, capace di creare un vero “campo largo” in nome di valori di giustizia sociale e di pace, c’è un rischio sostiene la scienziata politica Marion Fontaine su Le Monde: “Come ci ha ricordato Jaurès, creare paura senza avere i mezzi per farlo è molto pericoloso, perché si rischia di alimentare il conservatorismo e il desiderio di ordine”. Speriamo davvero che questo nuovo progetto, al di là delle sigle di partiti poco radicati e rappresentativi, possa rapidamente prendere piede. La crisi francese ci riguarda e ci parla anche dei nostri compiti in Italia.

14 Settembre 2025

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