L'informativa del ministro degli esteri al Senato
“Tajani influencer di Israele”, in Aula è rissa con il M5S
La senatrice grillina Maiorino attacca il leader di FI. “Io corrotto? Vergognoso”, la replica. Ma su Israele solo le solite condanne generiche
Politica - di David Romoli
Il ministro degli Esteri si presenta al Senato per l’informativa sulla politica estera, agenda vasta in un momento come questo, e l’opposizione lo aspetta con le armi affilate in mano. L’incidente è nell’aria e scoppia quando nel giro di dichiarazioni di voto arriva il turno della vicecapogruppo dei 5S Alessandra Maiorino. Come nel suo stile va giù dura e comiziante. Forse si fa prendere un po’ la mano quando accusa Tajani di essere “come un influencer prezzolato da Israele”. Apriti cielo. La destra sbotta, la vicepresidente Ronzulli, che presiede la seduta, bacchetta la pentastellata che tiene botta: “Ho detto solo influencer, mica è un insulto”. Tajani però si sente insultato eccome.
Tajani non risparmia critiche a Israele, afferma senza giri di parole che “quel che succede nella Striscia è sempre più inaccettabile”, che la reazione di Israele al 7 ottobre è andata molto oltre “una risposta proporzionata”, che la nascita dello Stato palestinese è essenziale. Pollice verso anche per l’attacco sul Qatar: averne violato la sovranità è “inaccettabile”, tanto più che c’è la diretta televisiva. Replica furibondo: “Significa che sarei corrotto da uno Stato estero per compiere atti contrari al mio dovere, muovere una simile accusa senza prove è una vergogna inaccettabile“. I 5S prendano le distanze. Maiorino però, che è una politica di quelle che con le risse ci vanno a nozze rincara: “Non ha capito bene. Io ho detto ‘come un influencer prezzolato’. Ma lui non è pagato: fa l’influencer gratis”. Ovvia la bagarre, l’insurrezione della destra, la convocazione della conferenza dei capigruppo che però non commina sanzioni ma solo un monito, una specie di cartellino rosso ai danni della battagliera contiana. La vicenda è l’unico imprevisto e quasi l’unico momento di qualche interesse in un dibattito per il resto prevedibile sin nelle virgole.
Certo Tajani non risparmia critiche a Israele. C’è l’ “inaccettabile ferita per tutta la comunità internazionale, la condanna stentorea della “violazione della sovranità del Qatar”, lo schieramento senza margini di ambiguità per lo Stato palestinese. Ma il ministro sa da solo che non può bastare. Sono parole alle quali non consegue alcun fatto neppure nelle promesse e nelle buone intenzioni. Sanzioni sì, certo, ma solo contro i coloni rei di comportamenti davvero violenti. Disponibilità ad ascoltare le proposte della presidente von der Leyen, che chiederà di denunciare l’accordo commerciale tra Ue e Israele, certamente sì, ci mancherebbe. Ma senza alcun impegno ad accogliere la proposta e in realtà senza neppure alcuna intenzione di farlo. E neppure di riconoscere lo Stato palestinese perché “riconoscere uno Stato senza prima creare le condizioni per la sua nascita non produrrebbe alcun effetto”. Il ministro italiano comunica di essersi messo in contatto con l’omologo israeliano Sa’ar per raccomandare il rispetto dei diritti di tutti gli italiani che si stanno dirigendo con la Flottiglia verso Gaza e in particolare dei quattro parlamentari a bordo. A tutti sarà ovviamente garantita “assistenza diplomatica e consolare”. Nulla di più ed è ben poco.
Sulla crisi in Ucraina Tajani è appena più concreto. Anche qui le dichiarazioni da copione abbondano, a partire dalla “offesa alla sicurezza dell’intera area euroatlantica” rappresentata dallo sconfinamento di quei droni russi. Di concreto, anche se non certo di imprevisto, qualcosa qui c’è: le sanzioni, quel diciannovesimo pacchetto che l’Italia ora sostiene a spada tratta. È la pressione sulla Russia invocata dall’intera Europa e l’Italia, che sarebbe pronta a inviare i suoi soldati in una missione di pace a Gaza, non lo è affatto per quanto riguarda l’Ucraina. La posizione dell’Italia, droni o non droni, non cambia: niente missione, garanzie di sicurezza affidate all’estensione a Kiev dell’art. 5 del Trattato Nato. A essere cambiato però è il quadro anche se ovviamente a questo pericoloso slittamento in corso il ministro non fa alcun cenno. Ieri la Polonia ha parzialmente chiuso il suo spazio aereo, altrettanto hanno fatto i Paesi baltici. Ursula von der Leyen ha fatto rullare assordanti tamburi di guerra. L’analisi della Nato spiega i droni sulla Polonia con una mossa decisa a freddo per testare la reattività della Nato, che ha reagito con l’abbattimento dei medesimi droni a opera degli aerei di diversi Paesi Italia inclusa. Nel complesso la decisione di inviare truppe in Ucraina appena possibile ha fatto in due giorni più passi avanti di quanto non fosse riuscito a Macron, Kaja Kallas e alla stessa von der Leyen in due mesi.