Il presidente francese tenta di piazzare un suo fedelissimo come premier
Macron vara il quinto governo senza sinistra: tocca a Lecornu
Per il dopo Bayrou in pole l’attuale ministro delle Forze armate. La ferma volontà dell’Eliseo è di escludere per la quinta volta il Nuovo fronte popolare
Esteri - di David Romoli
Ci vorrebbe un colpo d’ala, la capacità di dispiegare una strategia politica tale da cambiare radicalmente il quadro politico e le prospettive. Emmanuel Macron, il leader politico oggi messo peggio che ci sia in Europa se non nell’intero Occidente, non ne dispone. Il primo ministro Francois Bayrou, sonoramente sfiduciato la sera prima, è salito ieri all’Eliseo per rassegnare doverose dimissioni. È il quarto governo a saltare dopo la rielezione di Macron nel 2022, ha retto nove mesi e confessa di ritenerlo già un buon risultato a confronto dei tre mesi e rotti del predecessore Michel Barnier.
Sul tavolo del presidente ballano i nomi di chi dovrà sostituire Bayrou e la scelta dovrà essere rapida: non solo perché questo ha promesso il presidente e in ballo c’è la sua già disastrata immagine ma soprattutto perché più si prolunga la crisi più l’incertezza colpisce sui mercati, con l’ombra del downgrade nella valutazione di Fitch in arrivo tra pochi giorni: dalla tripla A la Francia potrebbe passare ad AA e in un momento già così difficile per i titoli di Stato sarebbe un brutto colpo. Tra i papabili c’è Xavier Bertrand, presidente della Regione Hauts de France. Con una lunghissima carriera politica alle spalle e più volte ministro Bertand è un uomo di destra. La sua nomina indicherebbe la scelta di competere con il Rassemblement National di Marine Le Pen sul suo stesso terreno. Di solito non funziona.
Bertrand, il cui nome era già circolato molto prima che venisse invece nominato Bayrou però non ci crede anzi esclude la gettonatissima ipotesi. “Il primo ministro sarebbe Sebastien Lecornu”, profetizza. Giovane, appena 39 anni, e ministro delle Forze armate è più macroniano dello stesso Macron. Indicarlo significherebbe per il presidente assediato provare a blindarsi e a fare quadrato. Non molto diverso sarebbe il significato della scelta di Catherine Vautrin, ministra del Lavoro e della Salute, anche lei una macroniana a prova di bomba ma più conservatrice del presidente sul fronte delle politiche sociali. Con il rischio di un incendio sociale che cova e sul quale soffia il leader di France Insoumise Jean Luc Mélenchon la sua indicazione sarebbe una sfida ma anche un azzardo.
Il solo nome in campo un po’ fuori dalle righe è quello di Bernard Cazeneuve, ex primo ministro sotto la presidenza Hollande ed ex socialista, uscito dal partito tre anni fa. La sua nomina implicherebbe una apertura a sinistra, nonostante dopo l’uscita dal Partito socialista l’ex primo ministro non sia precisamente popolare fra gli ex compagni di partito. In ogni caso, quel che Macron esclude è una vera sterzata a sinistra con la nomina di un governo marcato Nuovo Fronte Popolare, la richiesta dei socialisti che indicano all’uopo il loro leader, il segretario del Psf Olivier Faure. Sarebbe coabitazione e Macron, uno a cui piace comandare in casa propria consenso o non consenso, non ha intenzione di rassegnarsi a tanto.
Il tentativo di rimettere in campo un governo simile a quello di Bayrou avrebbe però poche chances di successo. In Francia il voto di fiducia non è necessario: un governo potrebbe nascere, come già quello Bayrou, contando sul fatto che anche l’opposizione non chiederà subito la sfiducia. Ma Bayrou si è tenuto in sella per nove mesi grazie al tacito accordo di Marine Le Pen, che ora mira invece ad eleggere un nuovo Parlamento, nel quale conta di conquistare la maggioranza almeno relativa. Il primo ministro dimissionario, inoltre, è andato a sbattere contro una realtà durissima con la quale dovrà fare i conti anche chiunque ne prenda il posto: la crisi sia economica che finanziaria che impone non solo austerità ma rigore puro per evitare che le già molto serie difficoltà diventino una crisi travolgente. Insomma, lo scoglio che Bayrou aveva provato ad aggirare con la richiesta di fiducia, una finanziaria lacrime e sangue, aspetta ora il nuovo primo ministro.
Su una crisi che è già al buio pesto pesa poi un’incognita che in Francia va sempre presa sul serio, molto più che altrove. Per oggi il movimento “Blocchiamo tutto” ha chiamato a una mobilitazione generale. Lo sciopero interesserà i trasporti, le scuole, il commercio al dettaglio, gli ospedali, la pubblica amministrazione. Molti paragonano questo movimento, nato sul web, ai gilet gialli della fine degli anni 10 ma se esistono effettivamente molte somiglianze ci sono anche differenze enormi. I gilet gialli si dichiaravano apolitici ed erano spesso non lontani dall’estrema destra. “Blocchiamo tutto” è in larghissima maggioranza di sinistra e vicino a Mélenchon che conta sulla piazza per dare la spallata a Macron e tornare alle elezioni presidenziali anticipate. In quasi tutti i Paesi europei sarebbe una chimera. In Francia non lo è.