Ma siamo in guerra con Cina e India?

Calenda inveisce contro D’Alema, ma 10 anni fa il suo governo mandò Gentiloni in Cina…

Le assurde polemiche sulla presenza di D’Alema a Pechino. Dieci anni fa il governo (con Calenda) mandò il ministro degli Esteri Gentiloni

Esteri - di Michele Prospero

9 Settembre 2025 alle 18:00

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Calenda inveisce contro D’Alema, ma 10 anni fa il suo governo mandò Gentiloni in Cina…

Adesso inveisce contro Massimo D’Alema, che dovrebbe vergognarsi per il suo viaggio in Cina: “Una schifezza”. Se avesse tanti voti quante sono le persone che ha gratificato con una frecciata o un insulto, Calenda non si troverebbe con così pochi seggi al seguito. Avrebbe al suo servizio una maggioranza degna del palazzo neorinascimentale di Sofia, sede dell’Assemblea nazionale che per un trentennio adulò Todor Zhivkov. Tuttavia, pur non disponendo dei numeri di “bay Tosho”, il capo di Azione concepisce ugualmente la politica alla maniera bulgara. Ha dato alla sua formazione personale un nome che dovrebbe rammentare l’intransigenza resistenziale del Partito d’Azione. Ma il dogmatismo antifascista di Parri o Bobbio non ha lasciato alcuna traccia nella sua gracile creatura. Non intende stare da una parte nello scontro tra destra e sinistra, e per questo suo saltellare di qua e di là nei territori, dove però nessuno si accorge di lui, è disponibile ad ardite peripezie per mettersi al servizio di chiunque. Il solo palco su cui viene osannato come autentico leader è quello, gremito di camicie un dì colorate di nero, della kermesse di Atreju.

Il console di Montezemolo a Palazzo Madama, con la sua ossessione per il perfido Dragone, fa ripiangere il godereccio imprenditore torinese che creò la fortuna dell’ex manager della Ferrari. L’Avvocato, in tempi di contrapposizione tra le civiltà rivali, l’economia pianificata e il mercato, non esitò a investire nell’“Impero del Male”. A cavallo tra i ’60 e i ’70, aprì gli stabilimenti della Fiat a Togliatti, città sul Volga che anche a seguito del crollo sovietico, e per giunta dopo un referendum, ha conservato l’intitolazione al Migliore (con l’80 per cento di “sì”). Di sicuro Calenda schederebbe il viveur di Villar Perosa tra le spie al soldo del dispotismo orientale. Il tribuno dei quartieri alti non vuole sentir parlare di democrazie come Brasile, India, Sudafrica, che marciano d’intesa con Pechino – e purtroppo hanno una popolazione di gran lunga superiore a quella delle “nazioni libere”, cui spetterebbe una egemonia planetaria per decreto. Il fatto è che il monocorde mondo calendian-montezemoliano, che ha nel Corriere della Sera il suo amplificatore cartaceo, quasi rimpiange l’abortita Cina nazionalista. Dopo aver annunciato, con la neorealistica penna di Fubini, la “scomparsa” di Xi con annessa uscita di scena, ora il quotidiano raffigura il Segretario generale come un minaccioso essere uno e trino (diplomatico, militare e storico).

La trinità rossa viene tacciata di ubiquità e soprattutto di contraffazione storica, per questo in via Solferino irridono il “bernoccolo di Xi”. Il milione e mezzo di guerriglieri di Mao non avrebbe giocato alcun ruolo cruciale nel conflitto contro il Giappone, che tra infinite atrocità aveva sterminato milioni di civili. Dunque, si legge tra le righe, ridateci Chiang Kai-shek, l’unico legittimato dalle potenze d’Occidente. Per costui, l’odio per i giapponesi era soltanto superficiale, epidermico, mentre quello per i comunisti viscerale, dettato dal cuore. Le sue truppe, prima dell’ingresso di Tokio nell’Asse, vennero peraltro addestrate dagli ufficiali del Terzo Reich (il figlio fu istruito militarmente nella Germania hitleriana e partecipò all’Anschluss) e dell’Italia fascista, che addirittura nominò Roberto Lordi Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica cinese.

Il “Generalissimo” rimpianto dal Corriere aveva però un handicap: era molto inviso alla sua gente. Perciò fu travolto dal leggendario esercito popolare di Mao, capace di unire fucili e riforme agrarie, e quindi di affascinare le campagne nella lunga guerra civile. Anche Repubblica, dimenticando la lezione dell’avo di John Elkann, accusa D’Alema di aver preso parte ad una “foto di gruppo con gli autocrati”. Riporta, a sostegno della gigantografia segnaletica, il giudizio di un politico irenico, uno che le armi non può proprio vederle, il gandhiano Delmastro. Il sottosegretario, le cui prestazioni pirotecniche di fine anno destarono evidentemente l’invidia degli organizzatori del Capodanno cinese, mormora che l’unico comunista passato a Palazzo Chigi è nient’altro che un traditore che “sventola bandiere altrui”. Pure il suo camerata Galeazzo Bignami, indossatore sbarbato di divise brune, fiuta odor di diserzione. Al coro si aggrega Ivan Scalfarotto, che si dichiara “senza parole”. Per ritrovare al più presto la favella, è forse utile tornare esattamente a dieci anni fa, quando a Pechino si svolgevano analoghe celebrazioni per il 70º anniversario della Vittoria. Sui banchi del governo sedeva allora anche un giovane viceministro dello Sviluppo economico, si chiamava Carlo Calenda, e presidente del Consiglio era un tale Renzi, che per l’occasione spedì a Pechino il ministro degli Esteri Gentiloni. Il futuro Commissario europeo, prima del solenne pranzo in compagnia di Xi, disse che quello italiano era “un segnale di attenzione nei confronti di un Paese e del suo governo che attribuiscono a questa ricorrenza un’importanza particolare”. Le sua frase conclusiva andrebbe oggi sottoscritta per intero: “Non credo che sia ragionevole una strategia di isolamento della Cina”. Era il 2 settembre del 2015 e ancora la follia non aveva accecato le classi dirigenti occidentali.

9 Settembre 2025

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