Conflitto e "diplomazia"

Zelensky reclama le truppe occidentali in Ucraina, Mosca gela l’Europa: e Meloni punta sull’addio di Macron

Il numero uno di Kiev torna a reclamare l’invio di truppe, ma Mosca gela l’Europa: “I vostri soldati saranno obiettivi”. Meloni spera nel caos di Parigi

Esteri - di David Romoli

6 Settembre 2025 alle 10:00

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Zelensky reclama le truppe occidentali in Ucraina, Mosca gela l’Europa: e Meloni punta sull’addio di Macron

Al Forum Ambrosetti di Cernobbio, che ha aperto ieri i battenti, l’ospite d’onore, pur se non in carne e ossa, è Volodymyr Zelensky. Si collega in videoconferenza, ripete calcando ancor più la mano quanto detto il giorno prima nella Conferenza stampa parigina al termine del vertice dei Volenterosi. Il presidente ucraino esalta infatti il ruolo di quei 26 Paesi, tra cui specifica che c’è anche l’Italia pur se “non tutti avranno ruoli militari”. Li vorrebbe in campo subito. Le garanzie di sicurezza che promettono di offrire “dovrebbero iniziare oggi e non solo quando il conflitto sarà terminato”. Certo, la spina dorsale della sicurezza sarà l’esercito ucraino che “con 800mila soldati è il più forte d’Europa” e che tuttavia del supporto degli alleati, specialmente di quelli americani, ha bisogno come dell’ossigeno, soprattutto nei cieli.

Anche se non lo dice apertamente all’ucraino l’accelerazione di Macron, che vuole le truppe europee in campo “un attimo dopo il cessate il fuoco”, piace. A Putin invece l’idea non potrebbe dispiacere di più. Se i contingenti arrivassero a guerra ancora in corso, sarebbero “obiettivi legittimi”. Insomma bersagli per le armi russe. Se invece si dovesse raggiungere la sospirata pace “non ci sarebbero motivi per la presenza di truppe straniere”. La Russia, promette, rispetterà gli eventuali accordi e comunque “contingenti militari americani ed europei non possono assolutamente far parte delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina”.

Basta mettere insieme le dichiarazioni di Macron di mercoledì, praticamente l’annuncio ufficiale della spedizione prossima ventura, e quelle di Putin di ieri per cogliere in pieno l’assurdità della situazione. Inviare truppe e carri armati in Ucraina prima della tregua significherebbe entrare in guerra con la Russia e almeno per ora la guerra mondiale non pare un’opzione presa in considerazione. La tregua e a maggior ragione una pace duratura non potrebbero ignorare le condizioni della Russia in termini di sicurezza, tra le quali figurerà di certo la non presenza di stivaloni americani o europei sul suolo ucraino. Insistere con una missione armata il giorno dopo la tregua significherebbe mettere tempestivamente fine alla medesima.

Anche per questo i Paesi che sono contrari alla missione e che in ogni caso non parteciperebbero, come l’Italia e la Polonia che lo ripetono a chiunque voglia ascoltarli, o come la Germania che lo fa capire più chiaramente di come non si potrebbe, hanno evitato di irrigidirsi per la fuga in avanti di Macron. L’intera questione è surreale, ad altissimo rischio di impossibilità: inutile azzuffarsi su una opzione che nella migliore delle ipotesi è molto inattuale, nella peggiore e più probabile semplicemente impraticabile.

C’è una convinzione in più che spiega la calma di Roma a fronte degli scalmanati proclami bellici di Macron: quella per cui a spiegare la frenesia del presidente francese sul fronte della politica estera siano i guai enormi sul fronte interno. La stessa considerazione si applica peraltro anche all’altro Paese guida dei Volenterosi, il Regno Unito. Le difficoltà di Macron sono enormi: la crisi economica morde a fondo, lo spread supera quello italiano. Dietro l’angolo c’è un caos politico che non mancherà di riflettersi nella disposizione dei mercati e dunque sui conti pubblici. Lunedì prossimo, salvo miracoli, il governo Bayrou cadrà. Macron tenterà di sostituirlo senza nuove elezioni, puntando sul fatto che in Francia la richiesta di voto di fiducia non è necessaria. Se anche ce la dovesse fare il nuovo governo partirebbe non azzoppato ma sulla sedia a rotelle, condannato a cadere al momento di presentare la sua finanziaria: il muro su cui sta andando già a sbattere Bayrou.

Il premier inglese Starmer non sta messo molto meglio. Le azioni del partito laburista sono in picchiata: stando ai sondaggi il partito della destra radicale di Nigel Farage ha oggi più del doppio dei voti laburisti. Come spesso capita, sul bagnato arriva la pioggia. Ieri la vicepremier Angela Rayner ha dovuto dimettersi per una questione di tasse non pagate e non era solo il numero due del governo ma anche del disastrato partito laburista.

È probabile che l’analisi di palazzo Chigi sia corretta e che proprio quelle fondate preoccupazioni interne muovano Macron (e Starmer). Il gioco però è pericoloso: portare il tentativo di sviare l’attenzione del popolo votante dalle grane interne a quelle mondiali rischia di andare troppo oltre per fermarsi in tempo.

6 Settembre 2025

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