Alla mostra "The Voice of Hind Rajab"
Intervista a Kaouther ben Hania: “Così muore una bimba a Gaza”
Pianti e lunghi applausi accompagnano la visione del film che narra la vera storia di una piccola di 6 anni, intrappolata sotto un auto, tramite gli audio originali delle sue richieste di soccorso
Cinema - di Chiara Nicoletti
“Non accetto che i miei film vengano distribuiti in Israele. Per il precedente avevo ricevuto un invito, ma la mia posizione di attivista politica è quella del “no”. Le parole di Kaouther ben Hania, regista di The Voice of Hind Rajab, in concorso a Venezia 82 sono dure come è duro il suo film che racconta, con tanto di audio originale, gli ultimi momenti di Hind, bambina di sei anni intrappolata in un’auto sotto attacco a Gaza nella sua telefonata agli operatori della Mezzaluna Rossa, il 29 gennaio 2024. Incontriamo Ben Hania prima della conferenza stampa, in cui è stata accolta dagli applausi e dalla commozione.
Ha mai pensato di non usare la voce e le registrazioni originali, ma di farle doppiare da attori?
Sì, assolutamente, anche perché ogni volta che realizzo un film penso sempre a come posso raccontare una storia nel modo migliore. Torno però poi sempre al momento iniziale in cui sono stata travolta dalla storia, dalle immagini, da una situazione e in questo caso la voce di Hind Rajab, che è quella che ho sentito per prima, avevo la sensazione che parlasse a me, che dicesse a me “salvami, salvami” anche se in realtà lei stava parlando agli operatori della Mezzaluna Rossa. Ho sentito che nessuna attrice, per quanto brava, avrebbe potuto rendere quella voce; ho pensato che dovessi mantenerla, anche perché a Gaza si sta togliendo la voce alle persone. Farla doppiare mi sarebbe sembrato un tradimento nei suoi confronti.
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Nel film si mescolano fiction e documentario, con la parte documentaria che diventa via via più evidente. È stata una scelta?
Sì, poiché ho ricevuto un documento prezioso: le registrazioni delle ultime ore di Hind Rajab che parlava con gli operatori della Mezzaluna Rossa. Da cineasta mi sono chiesta quale fosse il miglior mezzo cinematografico per esprimere non tanto ciò che provavo io, ma ciò che hanno vissuto e sentito gli operatori. È un materiale che suscita sentimenti umani profondi, una tremenda impotenza sapendo che qualcuno è in pericolo e non si riesce a intervenire. Ho scelto di mostrare e supervisionare il lavoro degli operatori perché era centrale, e, come in tutto il mio cinema, mi muovo sul confine tra documentario e finzione. Non mi sento mai a mio agio con le divisioni nette in termini di generi cinematografici, mi piace sempre essere un po’ al confine perché trovo che questo sia il modo migliore per me per raccontare ciò che voglio.
Nel film si sente la voce di Hind che dice “vedo i carri armati intorno a me”, mentre ufficialmente per molto tempo la loro presenza è stata negata dal governo israeliano. Anche per questo era importante mantenere l’audio originale?
Assolutamente. C’è stata un’indagine approfondita, portata avanti da diverse testate internazionali tra cui il Washington post e Sky news. Ma ai giornalisti internazionali è spesso impedito di andare sul posto, e quelli locali vengono uccisi: c’è una guerra contro la verità. Ho parlato a lungo con la madre e con il padre di Hind e con gli operatori della Mezzaluna Rossa: ho avuto un racconto di prima mano, di resoconto diretto di quello che hanno vissuto. Il mio lavoro non è investigativo: faccio un film, il mio compito è costruire qualcosa che generi empatia nei confronti di queste persone, di queste situazioni, per capire cosa succede.
Come siete entrati in possesso delle registrazioni e come ci avete lavorato per inserirle nel film?
In realtà il Washington Post voleva queste registrazioni. Io sono stata fortunata perché la persona che ho contattato all’interno della Mezzaluna Rossa è un cinefilo, una persona che ama il cinema e che conosce il mio lavoro, i miei film quindi da parte loro c’è stato questo grande atto di fiducia nei miei confronti. Queste registrazioni sono fondamentali e centrali per il film.
Il regista israeliano Hagai Levi ieri ha dichiarato che, come lui, non tutti i cittadini israeliani la pensano come il loro governo. Cosa pensa di questo e della richiesta di boicottaggio degli artisti israeliani alla Mostra?
Per quel che riguarda Levi, io lo spero e mi sembra ovvio che le persone siano diverse e la pensino diversamente: non scegliamo dove nasciamo, si può nascere in Israele come a Gaza. Ognuno è responsabile delle proprie opinioni e posizioni. In questo momento, anche gli oppositori del regime in Israele sono in una posizione difficile: esprimersi contro il genocidio dall’interno è un atto estremamente coraggioso.
Tra i produttori del film figurano Brad Pitt con la sua Plan B: com’è nato il loro coinvolgimento?
Durante la campagna Oscar per il mio film precedente, Quattro Figlie, sono stata contattata da Dede Gardner, tra i soci di Plan B, che aveva amato il mio lavoro e mi ha chiesto del progetto successivo. Abbiamo mostrato questo film a Dede, che a sua volta lo ha fatto vedere a Brad Pitt e così lui ha deciso di essere coinvolto nel progetto. Sono rimasta molto sorpresa da questo sostegno così forte sia da parte di Pitt che degli altri produttori come Joaquin Phoenix, Rooney Mara e Alfonso Cuaron.
Sul finale del film ci mostrano delle immagini di Hind e sua madre al mare, perché?
La parte documentaria verso la fine inizia con l’ambulanza e l’auto crivellata, immagini che vediamo continuamente anche online; ma, dopo la parte che ho dedicato alla fiction, le guardiamo con un altro sguardo. Era importante non fermarsi a quelle immagini ma chiudere sulla spiaggia perché Hind amava il mare e non vedeva l’ora che la guerra finisse per tornarci. Oggi si parla di trasformare quella costa in un resort: mi sembrava necessario concludere con immagini reali della spiaggia, per restituire umanità e memoria.