Oggi come ieri: la battaglia contro i “lager”

“I Cpr come i manicomi, vanno chiusi!”, Marco Cavallo si rimette in viaggio

Il cavallo azzurro di legno e cartapesta che nel 1973 uscì dai cancelli dell’ospedale psichiatrico di Trieste, diventando il simbolo della rivoluzione basagliana, il 6 settembre tornerà in cammino. Destinazione: i centri per il rimpatrio

Giustizia - di Gianfranco Schiavone

4 Settembre 2025 alle 17:00

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“I Cpr come i manicomi, vanno chiusi!”, Marco Cavallo si rimette in viaggio

Il 25 febbraio 1973 un cavallo azzurro di legno intrecciato e cartapesta esce dai cancelli dell’ospedale psichiatrico di Trieste e inizia il corteo che lo porterà lungo le vie della città. «Marco Cavallo comincia il suo viaggio per il mondo» era scritto in un manifesto dell’iniziativa frutto di un laboratorio artistico durato circa due mesi che aveva coinvolto artisti, pazienti, medici, infermieri e cittadini. Per molte ragioni, non ultima la bellezza dell’opera, Marco Cavallo diventerà presto il simbolo della rivoluzione psichiatrica che porterà, pochi anni dopo, all’approvazione della legge 13.05.1978 n. 180 con la quale veniva sancito che “gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione relativi alle malattie mentali sono attuati di norma dai servizi e presidi psichiatrici extra ospedalieri” (art.6) e che i trattamenti sanitari obbligatori divenivano possibili solo in casi limitati e che andavano sottoposti a un rigoroso controllo per evitare che si potessero riproporre nuove forme di internamento più o meno mascherate. Si cercò così di porre fine ai manicomi che, pretendendo di curare la malattia mentale, erano in realtà una delle più articolate e dure istituzioni totali che perseguiva ben altri scopi politico-sociali di isolamento, controllo ed etichettamento della persona rinchiusa. Una volta messa in moto la macchina istituzionale, essa si auto-riproduce creando le stesse condizioni necessarie a giustificare la decisa limitazione della libertà personale.

Il 6 settembre 2025 Marco Cavallo si rimetterà in viaggio andando fisicamente di fronte ai CPR (centri per il rimpatrio) di Gradisca d’Isonzo, Milano, Roma, Palazzo San Gervasio, Brindisi e Bari (altre tappe in programmazione) e sarà accompagnato da iniziative pubbliche e momenti di confronto su quella forma di istituzione totale rappresentata dai centri di detenzione amministrativa per l’esecuzione dell’espulsione degli stranieri. Un viaggio collegato alla campagna “180 Bene Comune. L’arte per restare umani”, promossa dal Forum Salute Mentale e realizzato insieme al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) e a molte associazioni, gruppi e comitati informali. Il viaggio di Marco Cavallo sarà accompagnato in ogni tappa da bandiere realizzate con tessuti di scarto quali simboli delle vite ignorate degli internati. Chiudere i manicomi, negli anni ‘70, appariva una proposta impossibile e assurda. Si poteva forse negare che i “matti” esistessero? E come potevamo curarli e proteggerli (e soprattutto proteggere noi da loro) senza gli ospedali psichiatrici? Negare la necessità di tali ospedali sembrava dunque negare la necessità di una realtà dura ma necessaria. Oggi sappiamo che non è così, e che anzi, all’esatto opposto, era l’istituzione totale rappresentata dai manicomi a impedire di affrontare il tema della cura della malattia mentale nel rispetto dei diritti fondamentali della persona che ne è affetta.

Proporre di chiudere i CPR appare oggi a molti una proposta ugualmente folle e impraticabile. Come negare infatti che ci sono situazioni in cui è necessario espellere degli stranieri irregolari? E come farlo, se non con la coazione e la detenzione amministrativa? Il controllo delle frontiere, la gestione dei flussi migratori, e in ultima istanza, la sicurezza della collettività, renderebbero dunque necessarie tali strutture, che andrebbero aumentate, non certo ridotte o chiuse. Per quanto facilmente vendibile e persuasiva, si tratta di una risposta sbagliata basata sulla negazione e mistificazione della realtà. In primo luogo, è falso che la detenzione amministrativa degli stranieri da espellere sia parte fondamentale della gestione delle migrazioni e più esattamente sia indispensabile per attuare un efficace contrasto dell’irregolarità di soggiorno. Non ci sono dati certi su quanti siano gli stranieri irregolari in Italia. Al 1° gennaio 2024, la Fondazione ISMU stimava circa 321.000 unità. Altre stime danno numeri anche maggiori e comunque la pluridecennale storia dell’immigrazione in Italia è sempre stata caratterizzata in modo strutturale da numeri elevatissimi di presenze di persone senza un permesso di soggiorno, né potrebbe essere diversamente dal momento che, come ho scritto più volte su queste pagine (e da ultimo commentando il logoro decreto flussi il 3.07.25), è la mancanza di canali regolari di ingresso per lavoro e studio, nonché la parallela mancanza di procedure di regolarizzazione a regime e di stabilizzazione delle presenze, a generare incessantemente la condizione di irregolarità, la quale non è una scelta degli stranieri, ma la conseguenza di una normativa irrazionale.

La risposta demagogica a una situazione che andrebbe modificata in profondità è la finzione dell’allontanamento, una finzione perché gli stranieri effettivamente rimpatriati nel corso del 2024 – secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno nel consueto rapporto del 15.08.25 – sono stati 5.414 in tutto il 2024, mentre erano 4.751 l’anno precedente. Il Ministero enfatizza l’aumento, ma il quadro rimane uguale, come lo è sempre stato. Si tratta infatti di numeri che sono risibili, e tali resteranno anche in futuro, e che nulla hanno a che fare con il cosiddetto contrasto alla clandestinità. Nel 2023, l’allora garante nazionale per le persone private della libertà personale, Mauro Palma, metteva in luce nella sua splendida relazione che nell’anno precedente “delle 6383 persone che nel sono state ristrette nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) soltanto 3154 sono state effettivamente rimpatriate (….)” evidenziando come “circa la metà delle persone trattenute – esattamente il 50,6 percento – ha avuto un periodo di trattenimento detentivo senza il perseguimento dello scopo per cui esso era legalmente previsto. Spesso senza che tale scopo fosse già ipotizzabile al momento dell’inizio del trattenimento stesso”. Si è trattato, quindi, secondo Palma, con le cui conclusioni concordo, “di una sottrazione di tempo vitale non giustificata di fatto dalla finalità che il primo comma dell’articolo 5 della Convenzione europea per i diritti umani assume come previsione per la privazione della libertà”. Non siamo di fronte, come alcuni commentatori e politici talvolta hanno sottolineato, a meccanismi di allontanamento totalmente inefficienti, ma a qualcosa di molto diverso, che emerge dalle parole di Palma laddove sottolinea come “il rischio è che la privazione della libertà dei migranti irregolari tenda a legittimarsi più come misura rassicurante della collettività che non come tassello efficace per una strategia che (…) riesca a ridurre le situazioni di irregolarità”. Come i manicomi non servivano alla cura del malato di mente, ma a mantenere l’istituzione totale che si occupava di loro, la finalità primaria dell’altra istituzione totale rappresentata dai centri di trattenimento/detenzione amministrativa non è quella di contrastare l’irregolarità di soggiorno, bensì quella di svolgere la funzione simbolica del controllo, da utilizzare in sede politica per alimentare la macchina della paura, e di conseguenza, il consenso.

In tutte le istituzioni totali si produce uno schiacciamento radicale dell’individuo e i rapporti di potere tra trattenuto/detenuto/internato sono talmente enormi e privi di ogni forma di reale controllo indipendente da generare un contesto di violenza strutturale e permanente. Non devono stupire le (poche) immagini agghiaccianti che filtrano dai CPR e che mostrano, inalterate nel tempo, un degrado assoluto (per riprendere ancora una volta le parole di Palma, i CPR sono “luoghi emblematici del vuoto, sia spaziale che temporale”), come oggi non ci stupiscono le immagini del feroce contenimento che fu nei manicomi. Esse ci mostrano la stessa logica di annientamento della dignità dell’individuo. Non può esistere un CPR che non sia degradato e violento, indipendentemente da chi lo gestisce, come non poteva esistere un manicomio “umano”. I centri di detenzione amministrativa hanno quasi trent’anni (sono nati nel 1998) e fin dal primo momento si poteva sapere l’orrore che sarebbe accaduto, se solo si fossero ascoltate le voci di chi si opponeva alla loro nascita. Invece con cieca ideologia governi di diverso orientamento politico si sono trovati concordi nell’andare avanti sulla medesima strada, distinguendosi talvolta solo tenuemente, ma senza mai comprendere quanto accadeva sotto i loro occhi. Chiudere i CPR è l’unica scelta che possiamo fare dopo decenni di errori, non per negare che ogni Stato deve avere nel proprio ordinamento procedure che prevedano in alcuni casi l’espulsione degli stranieri, ma per riconoscere che la detenzione amministrativa non è la strada da seguire, nello stesso modo in cui abbiamo faticosamente riconosciuto che i manicomi non erano la strada per la gestione della malattia mentale (anche se ci sono persino coloro che su ciò vorrebbero tornare indietro). Come disse Basaglia entrando nel manicomio di Gorizia, e che oggi possiamo ugualmente dire dei CPR, “questo qui è un lager e finché c’è un lager nessuna terapia è possibile”.

4 Settembre 2025

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