L’espediente di Roma
Ponte sullo Stretto, stop Usa ai tentativi del governo Meloni di inserire l’investimento nelle spese militari Nato
Politica - di Carmine Di Niro
Stati Uniti e Nato non consentiranno all’Italia e al governo di Giorgia Meloni alcuna operazione di “maquillage economico” in relazione alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina e ad un suo eventuale inserimento dei costi come investimento nella lista delle spese militari per l’Alleanza Atlantica.
Lo ha fatto capire in una intervista a Bloomberg Matthew Whitaker, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato. “Ho avuto colloqui anche oggi con alcuni paesi che stanno adottando una visione molto ampia della spesa per la difesa”, ha spiegato Whitaker all’agenzia, sottolineando che “era molto importante che l’obiettivo del 5 per cento si riferisse specificamente alla difesa e alle spese ad essa correlate e che l’impegno fosse assunto ‘a viso aperto’. Non per ponti privi di valore strategico militare. Non per scuole che in qualche modo – in qualche immaginario mondo di fantasia – sarebbero state utilizzate per qualche altro scopo militare”. A domanda specifica sul Ponte sullo Stretto, l’ambasciatore Usa ha aggiunto che sta seguendo il dossier con attenzione: “Rispetto al vertice del Galles del 2014, la cosa positiva è che stavolta alla Nato abbiamo meccanismi di supervisione”, ha poi chiarito.
La questione è nota per esser stata citata più volte nel recente passato da diversi esponenti del governo Meloni, dal vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, al collega di partito nella Lega e ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, fino all’altro vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’investimento sull’infrastruttura che collegherà Calabria e Sicilia, che costerà allo Stato circa 13,5 miliardi di euro per essere completata, per l’esecutivo Meloni potrebbe essere inserito nell’accordo firmato a giugno dai Paesi membri della Nato per alzare al 5 per cento del Prodotto interno lordo la propria spesa militare entro il 2035, come da richieste del presidente Usa Donald Trump.
Quel cinque per cento si divide in due voci: un 3,5 per cento di spese per la difesa, dunque per armamenti, soldati e più in generale per il personale dell’esercito; il restante 1,5 per cento di spese per la sicurezza (in cui poter inserire con determinati paletti infrastrutture come porti e ferrovie che in caso di conflitto potrebbero essere utilizzate dalle forze armate).
L’Italia già da diversi anni, con magheggi economici e sfruttando gli scarsi controlli interni alla Nato, ha fatto rientrare nelle spese militari per la Nato una serie di uscite e investimenti che poco o nulla hanno a che fare con l’Alleanza Atlantica: si va dalle pensioni dei militari a spese per Guardia costiera, Protezione civile e aerospazio.
Salvini aveva ribadito queste intenzioni soltanto lo scorso mese, quando aveva parlato in una conferenza stampa di un “evidente dual use per motivi di sicurezza” del Ponte sullo Stretto, infrastruttura che il governo Meloni ad aprile aveva classificato in un atto come un’opera militare “strategica nell’ottica della difesa europea e della Nato”.
Di fronte al richiamo statunitense, il ministero dei Trasporti è stato costretto ad intervenire con una mezza retromarcia. In una nota il dicastero guidato da Salvini ha spiegato che il Ponte “è già interamente finanziato con risorse statali e non sono previsti fondi destinati alla Difesa. Al momento, l’eventuale utilizzo di risorse Nato non è all’ordine del giorno e, soprattutto, non è una necessità irrinunciabile. L’opera non è in discussione”.